editoriali

Libertà è partecipazione

di Roberto
Morea

Dalle righe di qualche articolo nei giornali mainstream (una volta si sarebbe detto di regime) arrivano reprimende verso chi variamente sostiene la pace e si schiera a fianco di chi non si arrende al dominio della guerra e della legge del più armato.

Una storia cominciata con l’Ucraina in cui chi era per la pace era putiniano e non capiva il desiderio europeista che dietro quella guerra spingeva ucraini e tutti i paesi confinanti a sostenere sine die una guerra contro l’invasore russo, senza minimamente preoccuparsi del prima e del dopo. Una storia che poi si è trasferita in Palestina in cui ancora non si capiva il male dell’Islam verso le “democrazie” modello esportazione e che ancora oggi, davanti ad un genocidio conclamato, si vuole nascondere usando Hamas per cancellare atrocità e violazioni del diritto internazionali.

Oggi con il trumpismo al governo degli Stati Uniti d’America alla forsennata ricerca di un appiglio logico possibile a mascherare il desiderio imperiale delle azioni dell’amministrazione nordamericana e dei loro partner, c’è ancora una volta chi punta il dito verso chi protesta, immaginando una internazionale che muove i fili di ogni ribellione.

A Berkeley come alla Sapienza stupidi e ingenui studenti e studentesse non capiscono che in quelle università agiscono nell’ombra agenti di islamisti, che spingono e organizzano proteste contro il genocidio. Se non fosse ridicolo sarebbe comico, come dire che negli anni ’60 le stesse università erano in mano a vietnamiti capaci di manipolare le coscienze di milioni di persone mobilitate contro la guerra e, proprio come ora in Germania, migliaia di studenti si ribellarono alla leva obbligatoria per quella guerra, indottrinati da agenti stranieri.

Anche le proteste no Kings diventano un bersaglio di queste argute teste, spesso “riformiste”, che indicano nelle simbologie usate la prova provata di questa “internazionale” della critica alle politiche imperialiste che si esprime anche nei propri confini con gli assassini delle squadracce nere dell’ICE negli Stati Uniti e qui in Europa contro migranti e reti antirazziste, che insieme ad antifascisti e centri sociali vengono repressi insieme ad ogni forma di protesta.

Ma proprio quella simbologia per noi è un atto di rivendicazione di un comune sentire, una comune opposizione al modello imperiale che non sopporta critiche né tantomeno proteste.

Per questo la campagna contro il riarmo che abbiamo promosso e che ha visto centinaia di migliaia di persone in piazza lo scorso 21 giugno si è unito in una convergenza con le mobilitazioni anti repressione, promuovendo la coalizione no Kings.

Oggi, il ridimensionare queste spinte per farle rientrare nel recinto della pratica politica elettorale, è un rischio che non possiamo correre. Dobbiamo in tutti i modi rafforzare quello spazio di autonomia e proposta di alternativa che solo con la partecipazione può essere garantito.

Per questo abbiamo in calendario delle scadenze importanti come l’assemblea No Kings il prossimo 20 maggio e il nostro incontro il 30 maggio presso la città dell’atraeconomia a Roma a cui vi chiediamo di partecipare. Così come la scelta di una festa della Costituzione nata il 2 giugno con il voto per la Repubblica come forma di governo del nostro paese. In quella data proponiamo ci siano piccole e grandi iniziative in ogni città che rivendichino il valore di quella scelta che appunto nasce con la cacciata di un Re.

Roberto Morea

 

 

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2 Commenti. Nuovo commento

  • AGOSTINO DEL MONACO
    14/05/2026 7:07

    Difendere la Costituzione per Salvare la Democrazia: dalle Piazze di Gaza alla Flottiglia, dal No del 23 Marzo alla Mobilitazione NO KING del 28 Marzo
    Nell’ultimo anno si è formata nel Paese una trama di mobilitazioni che ha progressivamente assunto la forma di una coscienza collettiva nuova, capace di attraversare generazioni, territori e appartenenze politiche. Le piazze che si sono mosse per Gaza, con una continuità che non si vedeva da tempo, hanno riportato al centro della vita pubblica il tema della pace come fondamento della democrazia e non come semplice parola d’ordine. In quelle manifestazioni si è espressa una generazione che ha riconosciuto nella guerra non un evento lontano, ma la manifestazione più evidente di un ordine globale che produce precarietà, disuguaglianze e violenza. La partecipazione crescente di giovani, studenti, lavoratori e cittadini comuni ha mostrato che esiste un’Italia che non accetta la normalizzazione del conflitto armato e che considera la difesa dei diritti umani un elemento imprescindibile della propria identità civile.
    In questo percorso si è inserita l’esperienza della Flottiglia, che ha rappresentato un gesto politico capace di rompere l’indifferenza e di restituire alla parola solidarietà un significato concreto. Quell’azione ha mostrato che la pace non è un concetto astratto, ma una pratica che richiede coraggio, responsabilità e capacità di sfidare gli equilibri consolidati. Ha reso evidente che la difesa della dignità umana non può essere delegata a istituzioni che spesso si limitano a registrare l’esistente, ma deve essere assunta come compito diretto da chi riconosce nella Costituzione un orizzonte di giustizia e di libertà. La Flottiglia ha segnato un passaggio simbolico importante perché ha dimostrato che la società civile può ancora incidere, può ancora parlare un linguaggio universale e può ancora costruire ponti dove la politica istituzionale erige muri.
    Su questo terreno si è innestata la mobilitazione del 28 marzo dei NO KING, che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone contro la torsione autoritaria impressa dal governo e contro il tentativo di trasformare la forma di governo in senso plebiscitario. Quella piazza non è stata un episodio isolato, ma la prosecuzione naturale delle mobilitazioni per Gaza e delle proteste che hanno attraversato scuole, università e luoghi di lavoro. Ha rappresentato la saldatura tra la generazione che ha animato le piazze internazionali e quella parte del Paese che ha percepito come minaccia concreta la riduzione degli spazi democratici, la marginalizzazione del Parlamento e la crescente concentrazione del potere esecutivo. In quella giornata si è manifestata una consapevolezza diffusa: la difesa della Costituzione non è un tema tecnico, ma un atto politico che riguarda la qualità della vita quotidiana e la possibilità stessa di immaginare un futuro diverso.
    È dentro questo quadro che va collocata la vittoria del No al referendum costituzionale del 23 marzo. Quel risultato non è stato la semplice somma dei voti dei partiti che lo sostenevano, né l’espressione di un fronte politico tradizionale. È stato l’esito di una composizione sociale ampia e articolata, che ha trovato nella difesa della Costituzione un terreno comune pur nella diversità delle motivazioni e delle appartenenze. La vittoria del No ha mostrato che esiste un Paese che non accetta la riduzione della democrazia a un meccanismo di ratifica del potere, che rifiuta la logica della delega cieca e che riconosce nella partecipazione un valore irrinunciabile. Ha mostrato anche che la società è più avanti della politica e che, quando si crea un varco, la risposta può essere sorprendente.
    Tuttavia, quel risultato non può essere interpretato come un segnale di imminente sconfitta della destra, né può essere tradotto automaticamente in un progetto politico unitario. La ragione è strutturale e riguarda il modo in cui le leggi elettorali maggioritarie deformano la volontà popolare, trasformando una minoranza relativa in una maggioranza parlamentare e costringendo le opposizioni a confrontarsi con un meccanismo che premia la concentrazione del potere e penalizza
    la pluralità. Il sistema maggioritario, con i suoi collegi uninominali, gli sbarramenti e l’impossibilità di rappresentare milioni di voti che non raggiungono la soglia richiesta, produce un effetto meccanico che favorisce la destra anche quando non rappresenta la maggioranza del Paese. In questo contesto, la frammentazione delle opposizioni non è una semplice debolezza politica, ma una condizione che rende matematicamente improbabile un’alternanza di governo.
    A questa difficoltà strutturale si aggiunge la crisi interna del cosiddetto campo largo, attraversato da divergenze profonde su questioni decisive come la politica estera, il welfare, il lavoro e l’immigrazione. Le differenze non sono semplici sfumature, ma linee di frattura che impediscono la costruzione di un progetto comune e che rendono irrealistico immaginare un programma di governo condiviso. La pluralità di leadership, la mancanza di una visione unitaria e la distanza tra le culture politiche che compongono quello schieramento rendono evidente che non esistono oggi le condizioni per riproporre modelli del passato basati su una coesione che non c’è più.
    Da questa combinazione di fattori discende la necessità di impedire che la destra conquisti un altro quinquennio di governo. Non si tratta di preferire un campo largo idealizzato o di immaginare che un suo eventuale governo sarebbe privo di contraddizioni, ma di riconoscere che non è la stessa cosa affrontare i nodi politici dentro un quadro democratico integro oppure in un contesto segnato da una compressione crescente degli spazi di libertà. Un ulteriore ciclo di governo della destra consoliderebbe una trasformazione profonda dell’ordinamento, rendendo più difficile ogni futura ricomposizione e riducendo la capacità stessa delle opposizioni di incidere. La difesa della Costituzione diventa dunque la condizione preliminare per difendere la democrazia e per garantire che le differenze possano continuare a esistere e a confrontarsi.
    In questa fase storica l’antifascismo non può essere un richiamo rituale, ma deve tradursi nella capacità di costruire una convergenza reale che difenda la Costituzione come presidio di libertà, di diritti e di partecipazione. La democrazia non si difende da sola e non può essere data per scontata. Richiede scelte politiche che riconoscano la gravità del momento e che sappiano distinguere tra ciò che divide e ciò che è indispensabile per impedire una deriva autoritaria. Difendere la Costituzione significa difendere la possibilità stessa di un futuro democratico, e questa consapevolezza deve essere il punto di partenza di ogni ragionamento politico all’altezza della fase che stiamo vivendo.

    Rispondi
  • AGOSTINO DEL MONACO
    18/05/2026 11:09

    Ritrovare il possibile dentro l’oggi
    Ci sono periodi della storia in cui il presente sembra chiudersi, come se tutto ciò che viviamo fosse già stato deciso da altri e molto prima di noi. Le guerre vengono raccontate come inevitabili, le disuguaglianze come un fatto naturale, la precarietà come una condizione personale da accettare in silenzio. In questo clima, molti finiscono per credere che non ci sia più spazio per cambiare davvero le cose, che il mondo sia un meccanismo rigido e che il futuro non sia altro che una ripetizione del presente.
    Eppure, dentro ogni persona esiste una parte che non coincide con ciò che è già stato definito. Una parte che non si lascia chiudere nelle categorie sociali, nei ruoli, nelle condizioni materiali. È quella parte che spinge avanti, che rifiuta l’idea che la realtà sia immobile, che cerca un varco anche quando tutto sembra bloccato. È una forza discreta ma tenace, che non si manifesta come ottimismo superficiale, ma come una tensione costante verso ciò che ancora non esiste e che tuttavia può essere costruito.
    Questa tensione non è un sogno ingenuo né una fuga dalla realtà. È un modo diverso di guardare il mondo: non come un insieme di fatti compiuti, ma come un campo di possibilità. Significa riconoscere che ogni situazione, anche la più dura, contiene elementi che possono essere trasformati; che ogni ingiustizia può essere contrastata; che ogni condizione sociale può essere ripensata. Non si tratta di immaginare un altrove irraggiungibile, ma di imparare a vedere ciò che può nascere a partire da ciò che già c’è, dalle contraddizioni che viviamo, dalle domande che ci attraversano. Per questo, chi oggi lotta per i diritti, per la libertà, per la dignità e per la pace non è un ingenuo che non ha capito come va il mondo. È, al contrario, qualcuno che ha compreso che il mondo non è un oggetto chiuso, ma una domanda aperta che attende risposte. E che queste risposte non arrivano dall’alto, non discendono dalle istituzioni, non si generano automaticamente dal corso degli eventi, ma nascono dall’agire umano, dalla capacità di immaginare e di costruire insieme.
    Cambiare la società significa anche cambiare noi stessi. Non basta desiderare un mondo più giusto se non si lavora per diventare persone capaci di sostenerlo. Non basta chiedere diritti se non si costruiscono relazioni che li rendano vivi. Non basta invocare la pace se non si coltiva un modo di stare nel mondo che non riproduca continuamente violenza, competizione, esclusione. La trasformazione sociale è inseparabile dalla trasformazione umana: non è un processo che avviene fuori da noi, ma attraverso di noi.
    Per questo servono luoghi in cui pensare insieme, spazi in cui le persone possano incontrarsi senza sentirsi sole, comunità che non siano semplici aggregati ma intrecci di vite che si sostengono. Servono idee che non siano ripetizione del passato né fantasie irrealizzabili, ma strumenti per leggere il presente e aprirlo. Servono percorsi in cui la conoscenza e l’entusiasmo non siano in opposizione, ma si alimentino reciprocamente. Servono giovani che non si accontentino di sopravvivere e adulti che non abbiano smesso di credere che il mondo possa essere diverso.
    Il futuro non è un territorio già tracciato. È un compito. E questo compito non è riservato a pochi: riguarda tutti, perché tutti siamo coinvolti nel modo in cui il mondo prende forma. Ogni gesto di solidarietà, ogni parola che rompe il silenzio, ogni scelta che rifiuta l’ingiustizia, ogni spazio che si apre alla partecipazione, ogni lotta che difende la dignità umana contribuisce a costruire ciò che ancora non c’è ma può venire.

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