La proposta approvata dal Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista di dar vita ad un “fronte costituzionale, democratico e antifascista” ha avuto un’ampia eco mediatica e ha sollevato un acceso dibattito sulle reti sociali.
Al di là delle semplificazioni giornalistiche e di qualche voluta deformazione di chi è ostile a questa proposta il suo contenuto è chiaro. Rifondazione mantiene la propria posizione critica e volontà di autonomia rispetto al cosiddetto “campo largo”, definizione con la quale si intende una potenziale coalizione di governo tra PD, M5S e AVS, ma considera un obbiettivo irrinunciabile operare per la sconfitta della destra alle elezioni politiche previste del 2027.
Il Congresso del PRC tenutosi all’inizio del 2025 aveva definito un aggiornamento dell’analisi e una verifica della strategia perseguita dal partito dal 2013 e semplificata nella formula del “mai col PD”.
La contrapposizione frontale col Partito Democratico, sorta in un contesto politico diverso dall’attuale, non ha consentito di dar vita all’auspicato “soggetto plurale e unitario” che, da aggregazione di tutte le forze collocate alla sinistra del PD, ha assunto sempre più la forma dell’intergruppo dell’estrema sinistra. E sempre più, per fronteggiare i precedenti fallimenti, si è accettato di alzare la soglia della rinuncia alla sovranità di Rifondazione. Dall’iniziale proposta di “federazione”, si è passati alla proposta basata su “una testa, un voto”, fino all’ipotesi, poi respinta dalla maggioranza del partito, di costituire un nuovo soggetto politico (“Unione Popolare”), basato su uno statuto ricalcato in buona parte su quello di “Potere al Popolo”.
Il Congresso di Rifondazione ha segnalato come la fase politica, italiana e globale, fosse caratterizzata dall’ascesa di una destra sempre più reazionaria ed aggressiva. Ha inoltre considerato i mutamenti intercorsi nelle posizioni politiche prevalenti nel PD che, con l’elezione di Elly Schlein, hanno subito una evidente riallineamento su posizioni socialdemocratiche, confermato anche dall’asse con Pedro Sanchez che si è registrato nell’appuntamento “progressista” di Barcellona.
A questa correzione di rotta del Partito Democratico, per quanto insufficiente e contraddittoria se non altro per le consistenti opposizioni interne, si aggiunge anche la possibile riorganizzazione del centro-sinistra sulla base di un’alleanza tra i Democratici con i 5 Stelle di Conte e con AVS, l’aggregazione elettorale formata da Sinistra Italiana e Verdi. Di questa potenziale coalizione il PD, sorto sulla base di un progetto veltroniano, che tendeva a farne l’unico partito di opposizione alla destra, su un posizionamento centrista, neoliberista e atlantista, i Democratici rappresentano oggi circa la metà del consenso.
Nonostante questi mutamenti del contesto politico, accentuazione della natura aggressiva e autoritaria della destra e parziale ricomposizione del centro-sinistra, Rifondazione non ritiene che siano accantonabili elementi profondi di dissenso e anche lo scetticismo tra il posizionamento politico e l’azione concreta del cosiddetto “campo largo”.
Nel documento congressuale veniva dichiarato che non era possibile un’adesione alla potenziale coalizione di governo per due ragioni: 1) il dubbio che il “campo largo” sia in grado realmente di sconfiggere la destra alle elezioni e ancora di più che, anche vincendole, possa mettere in atto un programma di reale rottura con le politiche della fase precedente, la cosiddetta Agenda Draghi e prima ancora il progetto renziano; 2) stante i rapporti di forza tra la sinistra più radicale come Rifondazione e la coalizione, la possibilità che l’ingresso di quest’ultima possa realmente incidere sulla direzione politica prevalente.
È stata quindi avanzata una proposta politica, quella del Fronte costituzionale, che presenta elementi importanti di differenziazione col “campo largo” ma non in termini di contrapposizione bensì di convergenza sul comune obbiettivo della sconfitta elettorale della destra.
La proposta del PRC non è del tutto nuova ma si riallaccia alle diverse formule che il partito ha perseguito per riuscire a combinare la sconfitta della destra, nel contesto di sistemi elettorali che per quanto diversi mantengono un impianto bipolare, con la prospettiva dell’alternativa. Nel 2011 di fronte alla crisi del governo Berlusconi e alla possibile indizione di elezioni anticipate, il PRC propose un “patto costituzionale” in una prospettiva molto simile a quella attuale, ma che allora aveva come interlocutore pressoché esclusivo il PD di Bersani.
L’allora segretario Paolo Ferrero spiegava le ragioni della proposta in un’intervista a Daniela Preziosi sul Manifesto del 18 settembre 2011, che il giornale intitolava: “Restiamo fuori dall’Ulivo ma nel fronte anti-destre”. Ferrero proponeva allora “primarie di programma” e rispondendo a una domanda sulla disponibilità di votare Vendola alle primarie sul leader della coalizione, l’ex ministro dichiarava: “voteremo il candidato più di sinistra”. Com’è noto questa ipotesi, per la quale erano state avviate trattative, non si realizzò per il mancato ricorso alle elezioni anticipate.
È utile riprendere alcuni passaggi decisivi del documento approvato al successivo congresso di Rifondazione che si tenne nel dicembre del 2011:
“Nel quadro dell’attuale legge elettorale maggioritaria proponiamo quindi di dar vita ad un Fronte democratico tra le forze di sinistra e di centro sinistra per sconfiggere le destre e porre condizioni migliori per difendere e rilanciare la democrazia e la Costituzione, contrastare gli effetti sociali negativi della crisi e superare il bipolarismo.
Il contrasto radicale alle destre è infatti costitutivo del profilo politico e culturale di Rifondazione Comunista. Ricordiamo che nel 2001, nel massimo del contrasto con il centro sinistra e nel pieno di una campagna denigratoria che intendeva descrivere il Prc come una forza che favoriva la vittoria delle destre, Rifondazione Comunista praticò, nelle forme consentite dalla legge elettorale, la desistenza unilaterale nell’elezione della Camera dei Deputati.
La nostra valutazione di fase sull’impraticabilità di un accordo di governo non rende al tempo stesso meno necessaria la battaglia per la qualificazione programmatica dell’alleanza contro le destre. Vogliamo contrastare la separatezza delle dinamiche politiche, per obbligarle a fare i conti con i contenuti e le aspirazioni del conflitto sociale. Dobbiamo quindi concepire la nostra proposta in modo dinamico, nella piena convinzione che gran parte degli uomini e delle donne che vogliono cacciare Berlusconi vogliono contemporaneamente uscire dalle politiche neoliberiste. Questa domanda politica, di cambiamento radicale, non riesce oggi a determinare i comportamenti delle forze politiche di opposizione.”
La proposta approvata dal CPN si riallaccia ad una prospettiva entro la quale Rifondazione ha sempre operato pur in contesti diversi e resi difficili dall’imposizioni di leggi elettorali maggioritarie.
Il punto di identità irrinunciabile del partito, riaffermato nel documento approvato dall’ultimo Comitato Politico Nazionale è che “il contrasto radicale alle destre è infatti costitutivo del profilo politico e culturale di Rifondazione Comunista”.
La proposta attuale di “Fronte costituzionale” tiene naturalmente conto anche delle condizioni politiche presentate dal contesto nel quale viene avanzata. Sulla base dell’esito del referendum sulla magistratura voluto dalla destra, e parte di un più complessivo progetto autoritario, si valuta che il dato complessivo dei 15 milioni di no, includa una parte significativa di elettori ed elettrici, che condividono la necessità di impedire la prosecuzione di un governo di destra per altri 5 anni, senza necessariamente riconoscersi nei partiti del “campo largo”. Si ritiene che un secondo quinquennio di governo Meloni potrebbe alterare in modo decisivo gli assetti democratici e costituzionali del Paese.
Con un sistema elettorale bipolare (e forse reso ancora più bipolare dall’ipotizzata riforma elettorale della destra) il voto sarà per milioni di persone una scelta sul prossimo governo. La stessa Potere al Popolo, impegnata nella costruzione di una lista alternativa al centro-sinistra, riconosce, nel documento approvato dal Coordinamento nazionale in aprile, che “lo scenario verso le elezioni del 2027 sta prendendo la forma di uno scontro tra Meloni e gli anti-Meloni”. In questo contesto si ammette che “la nostra posizione è difficile da sostenere, e che non porta voti”, ma si conclude poi che l’obbiettivo è di “funzionare da stimolo, per aprire dibattiti” e che “anche la nostra semplice presenza alle elezioni possa servire a spostare l’asse del discorso pubblico, a stanare contraddizioni in chi pretende governare”.
Invece, con la proposta di “fronte costituzionale”, Rifondazione prova a dare una risposta politica concreta all’esigenza posta con forza dai 15 milioni di “No” al referendum e agli elementi di radicalità programmatica posti dal movimento “NoKings” (che PaP ha boicottato) e da altri iniziative di mobilitazione sociale che si sono registrate nell’ultimo periodo.
Il Fronte propone da un lato di estendere la coalizione elettorale al di là del “campo largo” per coinvolgere quelle forze che non si riconoscono nei partiti che ne fanno parte. In secondo luogo, anche in assenza di una dettagliata convergenza programmatica che oggi non appare facilmente raggiungibile, viene posto al centro il riferimento alla Costituzione.
Difesa dall’ennesima manomissione da una inattesa mobilitazione popolare, la Costituzione fornisce un quadro di valori e di principi che si contrappongono in modo netto ad una destra che ancora oggi rifiuta l’antifascismo come base fondante della democrazia italiana e offre una prospettiva di reale cambiamento.
La proposta di Rifondazione, mi pare, non si limita alla semplice costituzione di un accordo elettorale che presuppone un confronto e un’intesa tra forze politiche quanto, attraverso la parola d’ordine di costruzione del “Fronte costituzionale”, di aprire una dinamica che, dal basso, dalle realtà di movimento e dalle diverse forze che esprimono bisogni sociali, che spinga per la costituzione del “Fronte” stesso, che non si può dare per scontato, sia per un rafforzare quegli elementi programmatici che determinino una reale svolta politica.
Per usare un linguaggio “classico” dei comunisti, occorre unire il “fronte unico dall’alto” con il “fronte unico dal basso”. La stessa sconfitta elettorale della destra richiede come precondizione la più ampia convergenza elettorale, ma per essere vincente deve basarsi su una ampia mobilitazione dell’opinione pubblica ed in particolare delle classi popolari.
È avviato, ma ancora molto frammentario e confuso, un dibattito programmatico che si sovrappone a quello sulle primarie. Al di là della decisione che prenderanno, in merito, le forze che aderiscono alla potenziale coalizione di governo, mettere al centro le primarie come tema di dibattito sembra a molti che appaia come uno scontro di potere interno alla coalizione, prima ancora di avere posto basi solide e certe per la vittoria elettorale.
Dal punto di vista della sinistra alternativa il tema che si pone in termini programmatici è duplice. Da un lato si tratta di trasformare in rivendicazioni politiche precise e concrete una serie di proposte e richieste che sono state oggetto di movimenti reali nel corso degli ultimi due anni: da StopReam, al movimento contro i Decreti sicurezza, alla grande mobilitazione di solidarietà per il popolo palestinese, al referendum sui diritti del lavoro promossi dalla CGIL, all’opposizione all’autonomia differenziata, ecc. Portare nel confronto politico tutto ciò vuol dire porre le basi per l’ampliamento del “Fronte costituzionale” e rafforzare la possibilità di sconfiggere elettoralmente la destra.
Dall’altro lato è necessario pensare ad un “programma di rottura” che unisca radicalità ma anche concretezza, frutto di un’ampia consultazione sociale e i cui tempi di realizzazione politica andranno necessariamente al di là della scadenza elettorale del 2027. Questo “programma di rottura” solleva problemi importanti che sono anche quelli sui quali più distante è la posizione con il “campo largo”, almeno allo stato attuale del dibattito, come il futuro dell’Europa e il giudizio sul conflitto in Ucraina in un contesto di ricostruzione di un assetto globale di “coesistenza pacifica”, contro l’idea che ormai si debba accettare un mondo nel quale il riarmo e la guerra costituiscano la forma principale di convivenza tra Stati. Così come, altro tema sul quale la stessa sinistra alternativa si è mossa spesso lanciando parole d’ordine superficiali ed inefficaci, occorre provare a delineare nuovamente un “modello di sviluppo” che si ponga in netto contrasto e alternativa con il paradigma neoliberista dominante ma oggi in crisi.
Ciò che determina la radicalità di un programma non è tanto l’elencazione di proposte ritenute “radicali” quanto la capacità di collegare obbiettivi e forze sociali che ne siano portatrici, oltre che una strategia politica che si ponga il tema del potere, piuttosto che quello della auto-rappresentazione delle nicchie militanti.
Franco Ferrari
