Le elezioni amministrative di domenica e lunedì hanno presentato segnali contrastanti dentro un quadro di ascesa dell’astensionismo. La partita principale dal punto di vista simbolico, quella del Comune di Venezia, è stata persa nettamente mentre in altre città la coalizione di centro-sinistra, più o meno larga, ha ottenuto qualche buon risultato.
Se qualcuno pensava che la strada per le elezioni del 2027 fosse larga e facile, ma dubito che qualcuno credesse veramente, certamente è stato smentito. L’importante è che i sentimenti, l’euforia del referendum, la depressione per i risultati di Venezia (dove c’erano forti speranze) e Reggio Calabria (dove la partita si considerava già persa), non alterino le necessarie capacità analitiche e la determinazione a creare le condizioni per sviluppare una dinamica favorevole in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo.
La storia elettorale italiana, da quando si è assestato il maggioritario, ha creato una polarizzazione attorno a due campi di dimensioni non molto differenti. Tant’è vero che molte elezioni si sono decise non per grandi spostamenti di voto ma per le divisioni intervenute nell’uno o nell’altro campo e per la rispettiva capacità di mobilitare i propri elettori evitando gli scivolamenti nell’astensionismo. Solo l’entrata in scena del Movimento 5 Stelle ha scardinato questa situazione, ma solo per un limitato numero di anni. Le prossime elezioni torneranno ad esprimere un bipolarismo competitivo che non si è realizzato dal 2016.
L’ideologia del maggioritario non ha prodotto solo la distorsione del rapporto tra voto e rappresentanza istituzionale ma ha anche favorito un processo di frammentazione dell’offerta politica. Nelle elezioni amministrative si presentano ormai decine di liste che non esprimono alcuna differenziazione ideologica o progetto politico né una effettiva articolazione di interessi sociali ben definiti. Anziché far aumentare la partecipazione al voto si ottiene l’effetto contrario, perché queste liste sono solo aggregazione di singoli per sfruttare le rispettive reti di conoscenza e far prevalere l’una o l’altra opzione. Abbiamo il fenomeno di leader locali il cui potere elettorale sopravanza nettamente quello del partito di riferimento (si vedano i risultati di Salerno o di Enna). La destrutturazione dei partiti di massa, in parte conseguenza di mutamenti sociali, in parte frutto dell’offensiva politico-ideologico delle classi dominanti, aiutati anche da settori politici che in nome di una qualunquista lotta alla casta hanno favorito il potere delle oligarchie (taglio dei parlamentari, abolizione delle province, soppressione del finanziamento pubblico dei partiti, ora richiesta di eliminare il sostegno pubblico alla stampa e altro ancora) pesa fortemente sulla qualità e il radicamento della democrazia italiana.
Un altro elemento che va considerato, nel confronto tra il recente referendum sulla magistratura e la partecipazione al voto nelle amministrative, riguarda la chiarezza e la comprensibilità dell’oggetto dello scontro politico. Il referendum su una sola questione, di cui si coglie la rilevanza politica e l’automatismo dei suoi effetti, produce una sensibilizzazione che campagne elettorali spesso confuse, orientate su questioni marginali e nelle quali non sempre si capiscono le effettive conseguenze per la vita delle persone, contribuiscono alla crescita dell’astensionismo, nel quale confluiscono ragioni e motivazioni diverse e non sempre lineari.
In questo quadro, tutt’altro che facile per le forze di sinistra e progressiste, siano esse moderate che radicali, a livello europeo e globale, è aperta una discussione a cui come Transform abbiamo voluto contribuire con una serie di interviste condotte da Stefano Galieni e che trovate sul sito. A quelle già pubblicate altre ne seguiranno. Tra queste anche quella online con il segretario di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo.
Sono state scelte voci diverse per appartenenza politica, cercando però di far ascoltare non solo la sinistra partitica ma anche quella sociale. Diversi i temi affrontati anche perché condizionate giustamente dagli sviluppi degli eventi nello scenario globale.
Grande spazio ha avuto ovviamente la questione palestinese, la condanna delle politiche israeliane, la denuncia delle complicità del governo italiano e l’inerzia, se non peggio, dell’Unione Europea. Alcuni degli intervistati hanno partecipato alla Global Sumud Flotilla, altri hanno sviluppato il loro sostegno alla causa palestinese in altri modi (si leggano le interviste di Scotto, Ascari, Scuderi). Su questo tema esistono le condizioni per una convergenza che trasformi in azioni politiche coerenti, sia a livello parlamentare che governativo (in caso di vittoria delle opposizioni), l’ampio sentimento di solidarietà espresso nell’autunno del 2025. Una partecipazione emotiva (anche se a volte poco articolata politicamente) che ha toccato corde profonde tra giovani e ragazze, molti dei quali si sono poi mobilitati anche nel referendum ma che tendono a scomparire nuovamente nel momento elettorale.
Più articolate le posizioni sulla questione del riarmo e della guerra in Ucraina. Sul primo punto in varie interviste, se non in tutte, vengono espresse critiche alla politica del riarmo e della militarizzazione messa in atto dalla Commissione dell’Unione Europea. Sappiamo però che su questo l’opposizione è tutt’altro che concorde e questo risulta ad oggi uno dei temi sui quali esiste molto scetticismo di fronte all’effettiva capacità e volontà dell’opposizione di andare ad un confronto deciso con i settori più oltranzisti dell’Unione Europea, oggi dominanti. Claudio Grassi segnala che “a parole giungono segnali positivi, abbiamo svolto la settimana scorsa un’iniziativa con esponenti del cosiddetto ‘campo largo’ più Rifondazione e PCI, ma non c’è per alcuni conseguenza pratica. Manca la coerenza compiuta da alcune delle forze più significative del campo largo che non vive ancora questo tema come priorità politica. Occorre invece una politica che inverta la rotta assunta dall’Unione Europea”.
E Stefania Ascari, Movimento 5 Stelle, sottolinea, parlandone più del rapporto tra parole e fatti, della necessità di una politica “che non corra ad occupare uno spazio, ma che si metta al servizio di una domanda collettiva. Alla fine, per me la politica ha senso solo se resta profondamente umana. Se perde questo, diventa solo gestione del potere. E invece dovrebbe essere uno strumento, per ridurre le distanze, non per aumentarle. Io continuo a crederci, ma serve coraggio, verità e tanta, tanta onestà”.
Il Partito Democratico risulta attraversato da posizioni contrastanti, rispetto alle quali Elly Schlein ha seguito una linea di correzione morbida più che di scontro frontale. Se sulla questione palestinese la tendenza giustificazionista si è trovata emarginata perché in aperto contrasto con la realtà dei fatti e con il sentimento popolare, sulla guerra in Ucraina e sul riarmo europeo le voci contrarie anche ad una prudente correzione di rotta sono ancora forti.
Arturo Scotto, del PD, dichiara che “la guerra è la vera minaccia esistenziale per la tenuta stessa del progetto dell’UE. La commissione europea invece indugia sempre più a destra, la Von der Leyen parla di ‘porcospino d’acciaio’ e spinge sull’economia di guerra, la Germania e la Francia non sono mai state così deboli nel confronto con gli USA. (…) Se vogliamo salvare la democrazia e un’idea di sviluppo equilibrato dobbiamo battere la strada della coesistenza pacifica e, dunque, di un nuovo orizzonte di cooperazione e sicurezza”.
Sulle questioni sociali il richiamo che viene dalla sinistra non partitica, in particolare il mondo sindacale, è netto e propone correzioni non solo di singole politiche ma di un’intera impostazione di fondo. Barbara Tibaldi riprende la questione della “classe”. “Il termine classe – dice – è proprio quello più adeguato. L’efficacia del movimento che sta nascendo dal mondo è direttamente proporzionale a quanto siamo consapevoli del fatto che lo scontro non è sociale ma di classe. Quello che stiamo combattendo, l’autoritarismo da un lato, l’economia di guerra e le guerre imperiali dall’altro, sono parenti strettissimi di questa fase di sviluppo capitalista. Quindi o rispondi con un conflitto di classe, con quella consapevolezza che ti dice ‘io so esattamente dove mi stai portando e non ci voglio andare’, oppure rischiamo di diventare un fatto temporaneo”.
Per Peppe De Cristofaro, di AVS, la fase è caratterizzata da una “divaricazione tra capitalismo e democrazia, non a caso si parla di autocrazie”. Facendo riferimento al movimento No Kings “e lo stato comatoso delle nostre democrazie è che il presidenzialismo è in crisi, non è in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni della società contemporanea. Dopo la difesa dell’indipendenza della magistratura dall’esecutivo, dobbiamo ora difendere e tornare alla centralità del Parlamento e renderlo il più rappresentativo possibile della società reale”.
Di fronte all’esito del referendum e dell’emergere di movimenti come StopRearm e NoKings, Walter Massa, dell’ARCI, rivendica la necessità della convergenza che “diviene strumento e risulta sempre più ampia: per questo si tengono il genocidio di Gaza, l’autoritarismo in casa nostra, il riarmo europeo e le guerre. E tutte queste posture attengono all’identica logica militare di guerra e repressione. Noi abbiamo rischiato con la guerra in Ucraina e poi col 7 ottobre di essere messi all’angolo da questa controffensiva reazionaria in crisi. Per uscirne dovevamo assolutamente rompere con l’idea che il conflitto esteso fosse la normalità, metterlo profondamente in discussione in maniera concreta, facilitare appunto la convergenza, anche attraverso salti e rotture. Oggi forse lo diamo per scontato ma è stata una riconquista sul piano culturale prima che politico”.
Un altro elemento che attraversa quasi tutte le interviste riguarda il riferimento alla Costituzione, che anche Rifondazione Comunista ha fatto proprio con la proposta del “fronte costituzionale, democratico e antifascista”. “Dalla Flotilla alla difesa per la Costituzione”, è la sintesi dell’intervista di Benedetta Scuderi, europarlamentare di AVS, “uniti contro la guerra e per applicare la Costituzione” per Stefania Ascari, “contro la guerra e per la Costituzione, unirsi è possibile e necessario”, per Arturo Scotto, per Peppe De Cristofaro AVS ha “fatto dell’attuazione della Costituzione il nostro principale programma politico”.
Da questa veloce rassegna, emergono alcuni elementi comuni, questioni aperte e la necessità di sviluppare un confronto che tocchi argomenti decisivi per ora, nella serie di interviste, solo sfiorati. Pensiamo solo al ruolo dell’Unione Europea e al rapporto tra un’Europa che assorbe poteri senza avere una base costituzionale e la difesa della Costituzione italiana. Oppure al tema, assai complesso ma decisivo, della definizione di un modello di sviluppo, in un contesto storico nel quale crescita economica e qualità dello sviluppo si sono separati per la prepotenza delle nuove oligarchie, in una realtà, come quella italiana, di lunga stagnazione.
Si può solo concludere con: “il dibattito continua”.
Franco Ferrari