Come facilmente prevedibile, Consiglio e Parlamento Europeo hanno raggiunto un accordo sui rimpatri dei cittadini provenienti da paesi “terzi” e considerati illegalmente soggiornanti. Il testo lo abbiamo già illustrato un anno e mezzo fa 1 auspicando anche che i tempi di attuazione sarebbero stati rallentati anche della stessa difficoltà delle procedure che prevede. Oggi possiamo dire che, malgrado il trionfalismo dei titoli, molti dei problemi di cui abbiamo scritto sono ben lontani dall’essere risolti.
Va tutto bene dunque? Per niente. Ma cerchiamo di seguire un filo logico. L’accordo ratificato è intanto provvisorio e riguarda una legge dell’UE che dovrebbe consentire “procedure più rapide ed efficaci a livello europeo per il rimpatrio delle persone che soggiornano illegalmente negli Stati membri”. Si collega al patto europeo su migrazione e asilo per “contribuire alla sua attuazione effettiva”. Ma così come lo stesso patto presenta numerose falle, il Regolamento dovrà fare i conti tanto con le ritrosie dei singoli Stati membri quanto con le difficoltà attuative. Ovviamente il destino di coloro che pagheranno tali politiche è totalmente ignorato, anzi, alimenterà il consenso di alcune forze politiche. In sintesi, le nuove normative dovrebbero imporre ai cittadini di paesi terzi, privi di titolo di soggiorno e che quindi non hanno diritto a restare, a cooperare con le autorità per agevolare il rimpatrio.
Per rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri si prevede di conseguenza la creazione di hub di rimpatrio al di fuori dai Paesi UE (del tutto simili ai nostri CPR in Albania). In questo caso nel testo si fa riferimento – con scarse specificazioni – alla necessità di garantire il rispetto dei diritti fondamentali. Tali hub potranno fungere da destinazione finale o da centri di transito per facilitare il rimpatrio verso il paese d’origine o un altro paese terzo.
In questo contesto, un “paese di rimpatrio” può essere un paese terzo con cui sia stato concluso un accordo o un’intesa. Qualsiasi accordo o intesa potrà essere concluso solo con un paese terzo che rispetti gli standard internazionali sui diritti umani e i principi del diritto internazionale, incluso il principio di non‑respingimento. Si tratta di paesi definiti “sicuri” ma la lista che li considera tali varia da uno Stato membro all’altro e, soprattutto nel Consiglio Europeo prevale la logica secondo cui in fondo i “paesi non sicuri” si riducono all’osso. L’importante è liberarsi dei carichi residuali (definizione del ns ministro dell’Interno).
L’obiettivo, che peraltro si è già tentato di applicare con scarso successo in Italia e impedito dall’intervento di azioni legali, è quello di accelerare i processi di rimpatrio aumentandone il numero. Ad esprimere grande entusiasmo è stato per primo il governo cipriota. Nicholas Ioannides, viceministro per la Migrazione e la Protezione Internazionale, che considera il tema una priorità assoluta. A suo avviso “l’accordo storico sancito rafforza la credibilità della politica migratoria dell’UE e appunto, integra il patto sancito nel 2024 in materia. I tempi ristretti in cui si è giunti a realizzare quello che è un vero e proprio dossier, riflettono l’impegno delle istituzioni a stabilire un insieme di regole sui rimpatri, efficaci come parte di un sistema migratorio olistico”. Per come è definito dalle prime indiscrezioni, l’accordo raggiunto sembra fondarsi sulla sabbia. Il nuovo regolamento stabilisce “obblighi rigorosi” (come se prima non lo fossero), per chi non ha diritto a restare nell’UE a lasciare lo Stato membro interessato e di cooperare con le autorità nazionali. Tanto per fare un esempio 9 anni fa, ai tempi di Minniti, si tentò di realizzare questa “cooperazione” con la forza, imponendo ad esempio anche ai minorenni, di lasciarsi prendere le impronte a scopo identificativo. Manette e intimidazioni per convincere “democraticamente” a fornire gli elementi identificativi atti a realizzare il rimpatrio. Se ne è parlato per alcuni mesi ma poi, dato il numero, non da invasione ma di difficile gestione degli arrivi, si è dovuto soprassedere a questo crudele quanto inutile tentativo.
Fra le novità, in linea con il nuovo patto, ci sono le conseguenze per chi non rispetta l’obbligo di cooperare con chi ti vuole rimpatriare. Ad esempio, verrebbero ridotti i benefici e le indennità che erano concessi, secondo le leggi nazionali, o il diniego a concedere incentivi per promuovere il rimpatrio volontario assistito. Dove la legge lo consentirà, in Italia già accade, gli Stati membri potranno anche imporre sanzioni penali ivi compresa la reclusione. Anche in tal senso si istituzionalizza quello che già avviene. Il cosiddetto pericolo di fuga o di allontanamento in attesa di veder eseguiti i provvedimenti sanzionatori, sono di per sé ragione per detenere, ad avviso di chi scrive, illegalmente, chi attende ad esempio, con scarse possibilità, una forma di protezione speciale o internazionale che impedisca di essere rimandato a casa.
Da questa ennesima violazione sono per ora esclusi i minori non accompagnati. Chi ha la fortuna di avere con sé un genitore potrà essere rimpatriato come un adulto in nome della preservazione dell’unità familiare quando legge vorrebbe che al minore e quindi alla sua famiglia almeno, venga garantita una maggiore condizione di tutela. Altro retaggio inutile del diritto internazionale.
Una novità, raggiunta in sede di negoziato fra Parlamento e Consiglio è l’introduzione dell’ERO (Ordine Europeo di Rimpatrio), una sorta di modulo sul quale gli Stati membri dovranno inserire gli elementi chiave con cui motivano la decisione di rimpatrio e il cui obiettivo è quello di uniformare, peggiorandolo, l’ordinamento europeo per facilitare in un futuro da definire il riconoscimento reciproco fra gli Stati membri, affinché ogni autorità possa entrare in possesso delle informazioni necessarie per riconoscere la decisione di rimpatrio presa da un altro Stato UE. In pratica, oltre alla banca dati dell’Eurodac, i singoli Stati potrebbero far sì che chi risulta espulso da un Paese non possa soggiornare in un altro, sempre facente parte dell’Unione. Il condizionale è d’obbligo in quanto tale reciprocità della condivisione delle decisioni resterà per ora volontaria e comunque sarà riesaminata entro tre anni dall’entrata in vigore del Regolamento, quando il governo reale, la Commissione Europea, potrà presentare una proposta legislativa per renderlo obbligatorio. Un percorso non semplice in quanto, al di là delle dichiarazioni, i singoli Stati membri, hanno specificità proprie nelle relazioni con i governi di altri Paesi di provenienza e sono poco inclini a riconoscere una decisione sovranazionale che li scavalcherebbe e, in alcuni casi, nuocerebbe ai loro stessi interessi. Lo stato che ha rapporti economici consolidati con uno dei Paesi da cui provengono migranti, spesso concorda anche strategie comuni di impiego nell’economia nazionale dei paesi di arrivo, di tutela migliore, di maggiore discrezionalità nell’applicazione di norme afflittive. Ma non è detto ad esempio che i partner italiani siano gli stessi di quelli tedeschi eccetera.
Continuando ad agitare e a ripetere il mantra secondo cui molti migranti costituiscono rischi per la sicurezza, il Regolamento interviene anche per definire le procedure da seguire di fronte a casi per ora individuali che sono considerati pericolosi. “Gli Stati membri potranno emettere un divieto di ingresso che superi il periodo massimo usuale di dieci anni o addirittura un divieto di ingresso a tempo indeterminato nei casi di sicurezza, e potranno anche imporre la detenzione in carcere”. In Italia a tale scopo si utilizzano i Centri Permanenti per i Rimpatri di cui si annuncia in continuazione il potenziamento – secondo le ultime notizie dovrebbero aprirne almeno 6 nuovi – ma, al di là di questa propaganda, c’è un altro punto di cui si continua a tenere conto. I singoli Stati membri dell’UE non hanno mai voluto condividere le informazioni in tale materia. Durante la terribile stagione degli attentati islamisti che hanno colpito numerosi Paesi, in particolare Francia, Spagna, Belgio e Germania, oltre 10 anni fa, emerse in maniera nitida che alcune persone radicalizzate erano già state individuate nei Paesi in cui vivevano ma erano perfetti ignoti in quelli in cui poi hanno agito. La riottosità interna all’Ue nello scambiarsi informazioni è dovuta tanto ad approcci ancora fortemente nazionalisti quanto al fatto che anche fornire informazioni al Paese confinante si traduce nel metterlo al corrente di tutto quanto c’è di poco raccontabile nei servizi addetti all’intelligence.
Senza addentrarci oggi in questo ginepraio che meriterebbe ben altro spazio, è necessario comprendere bene in cosa si tradurrà la ratifica del Regolamento, nei modi e nei tempi. Abbiamo già detto che l’accordo raggiunto è provvisorio, Parlamento e Consiglio dovranno a breve approvarlo, sarà poi adottato formalmente dalle due istituzioni a seguito di una necessaria revisione giuridico – linguistica. Sarà interessante capire, a quel punto se e quali modifiche sono state introdotte avendo dovuto il Consiglio operare con un “gruppo di negoziatori” nel Parlamento.
E sempre dal punto di vista formale, il regolamento sarà considerato in vigore immediatamente dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale anche se – è previsto nel testo – alcune disposizioni saranno applicabili solo dopo 12 mesi. Il Regolamento di cui parliamo – è utile ricordarlo – è quello che, dopo essere stato presentato dalla Commissione europea nel marzo 2025, è stato sottoposto appunto alla visione e all’integrazione degli altri due organi europei, Consiglio e Parlamento, ma poche sembrano essere state le modifiche apportate. Intanto, nei prossimi giorni, per l’esattezza il 12 giugno, pochi giorni prima della Giornata mondiale del rifugiato, entrerà ufficialmente in vigore il patto di cui si diceva all’inizio, il New Pact on Migration and Asylum che segna la fine del diritto d’asilo in Europa per come l’abbiamo conosciuto finora. Ma forse siamo noi ad avere preconcetti: si afferma che il 64% dei rimpatri sostenuti da una “affidabile” agenzia è avvenuto su base “volontaria”. Ad affermarlo è Frontex, l’agenzia europea preposta al contrasto dell’immigrazione illegale e alla difesa dei confini – una sorta di ICE del mare verrebbe da dire – nota dalla sua nascita per respingimenti collettivi illegali, per aver causato, direttamente o indirettamente naufragi di cui non si conosce l’esatta dimensione e, non da ultimo, per aver dilapidato in maniera eufemisticamente opaca le infinite risorse di cui l’Unione Europea la dota. Ci viene da dire, per restare leggeri, che l’opinione di detta agenzia andrebbe quantomeno posto a verifica.
Il Regolamento rimpatri, comunque, va inquadrato in un’ampia strategia di cui forse ancora non si coglie il peso politico e culturale. L’epifenomeno è rappresentato dalle varie proposte di legge sulla cosiddetta “remigrazione” – in Italia Remigrazione e Riconquista – agitate in maniera violenta e capillare dalle destre più estreme. A seguire, ma in perfetta continuità vengono le norme approvate o in via di approvazione, tanto a livello nazionale che continentale, che di fatto istituzionalizzano il suprematismo fascistoide. Poi vengono i decreti e le leggi sulla sicurezza, le martellanti campagne mediatiche – non accade solo in Italia – che perpetrano un clima di paura e di terrore verso lo “straniero”, l’invasore (magari si dedicasse un decimo del tempo a parlare dell’evasore che tanti più danni arreca), coloro che non attendono altro che mettere in atto una fantomatica “sostituzione etnica” o, financo un’islamizzazione del Paese e del continente. E poco importa dell’inefficacia dei provvedimenti che si vorrebbero prendere e del fatto che senza manodopera migrante, anche quella che viene uccisa non solo per mano del caporalato o della criminalità, l’economia del paese, già a dura prova, si fermerebbe in un battito di ciglia. L’Europa in cui chi trae profitto da guerre, sfruttamento e speculazioni finanziare è questa, con il nemico interno da indicare come perenne causa di tutti i mali. Considerare il filo comune che parte da un Regolamento e arriva ad una legge, passando per tutto le trombe degli imprenditori della paura è il solo modo per ribaltare l’agenda politica in cui ci si vuole far vivere.
Stefano Galieni