Il conflitto militare in Ucraina non ha ancora delineato una via d’uscita che metta fine alla guerra e riapra alla possibilità di una soluzione negoziata, unica prospettiva possibile dato che finora le ipotesi di un crollo dell’una o dell’altra parte non si è realizzato.
Gli Stati Uniti di Trump, dopo le mirabolanti promesse di mettere fine alla guerra in 24 ore, hanno portato ad un sostanziale disinteresse di Whashington che, nel frattempo, si è infilata in un’altra guerra, contro l’Iran, dalla quale non sa esattamente come uscire. L’Unione Europea, nella quale esistono contraddizioni tra settori più oltranzisti ed altri più prudenti, vede maggioritariamente nella prosecuzione del conflitto, il mezzo per uscire dalla propria crisi giocando due carte: la militarizzazione per compiere un nuovo balzo nella costruzione funzionalista dell’Europa e contemporaneamente risolvere la crisi di un modello economico basato sulle esportazioni (soprattutto tedesche) e sulla deindustrializzazione (di quasi tutti gli altri). La seconda è un’illusione, la prima determina una ulteriore forzatura centralizzatrice ed autoritaria di cui l’esercito europeo, in assenza di un potere costituzionale che ne fondi la legittimità, costituirebbe un salto pericoloso.
Più incerta e per certi aspetti indefinibile è la prospettiva vista dalla Russia. La retorica di Mosca è oscillata tra l’indicazione di problemi reali (l’inaccettabilità dell’inclusione dell’Ucraina nella NATO e la tutela della minoranza russofona) con la negazione della sovranità ucraina, la cui esistenza andrebbe attribuita alla “colpa” di Lenin. Certamente gli sproloqui di alcuni personaggi della cerchia del Cremlino non aiutano la ricomposizione politica e diplomatica del conflitto.
Sui media internazionali e tra gli analisti è circolata nelle ultime settimane una ricostruzione che vedrebbe Putin in forti difficoltà sul piano interno. Come sempre è difficile distinguere tra la propaganda, sempre fertile, e i dati reali. Un analista statunitense, Thomas Graham, su un sito dotato di una certa autorevolezza perché espressione del Council for foreign relations, ne fornisce un quadro sufficientemente prudente. Mentre la Russia ha “beneficiato” economicamente (al netto dei morti e dei feriti) dei primi anni di guerra, considerato che lo sviluppo dell’industria militare ha consentito di pagare salari più alti e lo stesso arruolamento volontario ha permesso alle aree economicamente depresse di trovare uno sbocco economico, ora è entrata in una situazione di stagnazione ufficialmente riconosciuta.
Il consenso dei russi per Putin, anche se resta alto, se non altro perché nessuno vuole tornare agli anni di Eltsin, registra qualche segnale di smottamento. Le restrizioni imposte all’accesso a internet non è piaciuto soprattutto ai ceti medi dei grandi centri urbani. I mutamenti tecnologici avvenuti nella guerra con lo sviluppo dei droni, se non sono certo in grado di determinare una sconfitta militare della Russia, possono creare problemi nelle retrovie ed estendere l’insicurezza complessiva della popolazione. Dopo la “Parata della Vittoria”, svolta in tono dimesso, Putin ha dichiarato che “la guerra si sta avvicinando verso la fine”. La richiesta russa di cessione dell’intero Donbass, inclusa la parte non ancora militarmente occupata, sembra al momento costituire il principale ostacolo all’accordo. Un obbiettivo che sembra destinato a soddisfare le tendenze interne più nazionaliste, dato che si fatica a comprendere l’utilità strategica di un marginale territorio di frontiera, per quello che è lo Stato più grande del mondo e il cui declino demografico (accentuato dalla fuoriuscita di qualche centinaio di migliaio di persone, soprattutto giovani, all’inizio della guerra e dalle morti determinate dal conflitto), crea ulteriori scompensi.
La Russia potrebbe al momento incassare alcuni risultati ottenuti come la dimostrazione della capacità di resistenza, la rinuncia dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO, l’occupazione di fatto di quasi tutta la zona russofona, che potrebbero essere messi in discussione con il prolungamento del conflitto. Thomas Graham segnala anche le difficoltà della Russia sul piano globale con la perdita di governi alleati (Siria, Venezuela), le difficoltà del sostegno militare ad alcuni paesi africani (evidente in Mali) e così via. Thomas Graham scrive, contrastando la propaganda dell’UE, che “il rischio di un’aggressione russa contro un alleato della NATO è sempre stato basso e rimane tale, specialmente ora che i militari russi stanno combattendo contro l’Ucraina che ritenevano dal punto vista militare un esercito di secondo o terzo livello”.
In questo quadro, molto incerto e in cui agiscono forze che spingono verso una crescente militarizzazione dei rapporti tra Stati e tendono a riportare la guerra a strumento ordinario dei rapporti globali, quale posizioni assumono le forze di sinistra al di fuori della socialdemocrazia? Ho già trattato il tema in due precedenti articoli che vorrei integrare con altri interventi che mi sembrano rappresentativi di tre diverse posizioni.
Da un versante c’è il Partito della Sinistra Europea che ha riunito recentemente a Bruxelles il suo Congresso. Il documento politico approvato, frutto di un’elaborazione collettiva che deve tenere conto di partiti che hanno identità e condizioni nazionali diverse, dedica un capitolo alla guerra in Ucraina il cui titolo già definisce l’obbiettivo fondamentale: “la pace negoziata”.
“La Sinistra Europea condanna unanimemente l’aggressione russa contro l’Ucraina sin dal primo giorno in quanto violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Riconosce e sostiene il diritto del popolo ucraino all’autodeterminazione e alla sicurezza. Inoltre, fa appello per una immediata fine della guerra, un cessate il fuoco duraturo e negoziati tra Russia e Ucraina. La guerra in Ucraina ha una preistoria di alcuni decenni che è stata ignorata sia dalla Federazione Russa che dalla Comunità internazionale (UE, NATO) ed alle radici della brutale attacco all’Ucraina.
Ogni analisi critica deve includere sia la denuncia della aggressione illegale da parte della Russia che una critica all’espansione della NATO, che la sinistra ha sempre contrastato, nell’arco di diversi decenni; perciò il conflitto in corso non è solo tra Russia e Ucraina, ma anche tra Russia e NATO, in conseguenza dei negoziati falliti per un sistema di sicurezza complessivo e per la mutua fiducia in Europa”.
La Russia – prosegue il documento – deve rispettare la sovranità ucraina mentre la NATO deve rinunciare ad ulteriori espansioni. L’Ucraina deve dichiarare la propria neutralità avendo garanzie di sicurezza garantite sotto gli auspici dell’ONU. “Noi chiediamo – afferma il Partito della Sinistra Europea – iniziative diplomatiche per mettere fine alla guerra invece di spendere miliardi per fornire armi che la alimentano”.
La sinistra radicale europea, quasi tutta unita nel gruppo parlamentare The Left, si è invece divisa in due “partiti di livello europeo”. A partire dall’iniziativa “Adesso il popolo” che assumeva alcune tesi del populismo di sinistra e con la confluenza di qualche partito scandinavo è sorta l’Alleanza della Sinistra Europea” (ELA). La scelta di creare un’alleanza e non un partito consente relazioni più flessibili e orientate su singole iniziative spendibili, anche propagandisticamente, sul piano nazionale. Nel documento fondativo del giugno 2025, breve e abbastanza generico è contenuto questo passaggio: “L’uso della violenza da parte dell’estrema destra alla ricerca del dominio non si ferma ai confini. Dal febbraio 2022, le Federazione russa di Vladimir Putin, sta conducendo una guerra di aggressione contro l’Ucraina e, fino ad oggi, si rifiuta di impegnarsi in qualsiasi ragionevole negoziato per una pece giusta e duratura”.
Nel novembre del 2024 una delegazione di partiti (portoghese, svedese e finlandese) che poi hanno promosso , ha visitato Kiev. Della delegazione ha fatto parte Catarina Martins, europarlamentare del Blocco di Sinistra portoghese, intervistata l’anno successivo da Commons, una rivista ucraina vicina alla sinistra locale che sostiene la guerra e le cui posizioni sono rilanciate a livello internazionale dai siti vicini ad un settore della Quarta Internazionale.
L’intervistatore segnala che i partiti della delegazione “sono stati molto chiari nel sostegno al popolo ucraino ma, più in generale, i sondaggi d’opinione indicano un alto livello di supporto al versante ucraino”. Catarina Martins ritiene che per i nordici ciò dipenda dall’essere vicini al confine russo e alla paura della guerra. In Portogallo invece esiste una forte comunità ucraina di immigrati già arrivati negli anni ’90 ed ora è la seconda componente dopo quella brasiliana.
L’esponente del Blocco critica esplicitamente la posizione del Partito Comunista Portoghese. Secondo la sua rappresentazione, il PCP “crede in un mondo diviso. C’è l’imperialismo nordamericano, che ha mezzi economici e mezzi militari che non ha nessun altro nel pianeta. E così essi ritengono che le forze che si contrappongono all’imperialismo nordamericano possono creare un certo bilanciamento. Penso che questo sia sbagliato, perché la Russia oggi è un capitalismo aggressivo, neoliberista con obbiettivi imperialisti, così come la Cina. In Portogallo, penso, è bene ricordare che i grandi alleati di Putin sono sempre di destra”.
Catarina Martins aggiunge che “è pericoloso credere che la NATO abbia qualcosa a che fare con la democrazia. (…) La NATO ha bombardato dei paesi contro il diritto internazionale senza alcuna giustificazione. (…) Penso che tutti devono comprendere che la NATO è tua amica solo fino a che i vostri interessi si allineano con quelli degli Stati Uniti”.
Sulla questione dell’armamento europeo dell’Ucraina, Martins riconosce che nella sinistra esistono posizioni diverse “ma io ritengo che tutti riconoscano che l’Ucraina ha il diritto di resistere all’aggressione e di difendere sé stessa. E quello è l’importante. Non si può resistere senza armi. Penso che un altro tema di discussione sia se noi dobbiamo concentrarci esclusivamente sulle armi o dobbiamo utilizzare i mezzi diplomatici e finanziari al fine di mettere fine alla guerra”.
Per completare lo scenario e considerare le posizioni di quella parte della sinistra che adotta una lettura della guerra vicina a quella del governo russo si può richiamare un documento dell’aprile 2027 emerso dalla riunione della “Rete socialista internazionale SOVINTERN”. Questa rete è stata promossa dal partito “Russia Giusta, socialdemocratico e stretto alleato del Cremlino. Ad essa hanno partecipato sia partiti comunisti che di altro orientamento che guardano al governo russo come a un baluardo dell’”antimperialismo”.
Il Partito Comunista Greco (KKE), che considera il conflitto in Ucraina come un scontro tra imperialismi, ha duramente criticato questa iniziativa. Il partito promotore, secondo il KKE “ha sostenuto fanaticamente ogni politica del Cremlino e si è distinto per il supporto a leggi anti-popolari, incluso quelle che mirano a silenziare ogni voce di opposizione in Russia”.
Tra i partiti che hanno avuto un ruolo di primo piano nella nuova rete internazionale, i comunisti greci segnalano il “cosiddetto Partito Comunista Americano” (da non confondere con lo storico CPUSA). Questo è in realtà “un partito di sostenitori di Trump mascherati in abiti comunisti, che nelle ultime elezioni presidenziali hanno sostenuto Trump perché ‘amante della pace’. Non si può dichiarare questo un fatto accidentale, dato che recentemente uno dei teorici della Piattaforma Antimperialista Mondiale (un’altra rete di partiti che in parte sono presenti anche nel Sovintern) ha recentemente fatto appello ai comunisti per impegnarsi in una ‘cooperazione tattica’ con Trump contro i sostenitori della globalizzazione”.
Il documento approvato dal Sovintern sostiene che “il 24 febbraio 2022, le Forze Armate Russe per decisione del Presidente Vladimir Putin e basandosi su quanto previsto dalla Costituzione della Federazione Russa, hanno lanciato una operazione militare speciale (OMS). Il suo obbiettivo è di eliminare le minacce poste dal regime di Kiev dai territori sotto il suo controllo e assicurare la demilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina. Tutte le azioni cono condotte in accordo con l’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che regolano i diritti individuali e collettivi all’autodifesa”.
L’articolo 51 prevede che “nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. È dubbio che ci sia stato prima del febbraio 2022 un “attacco armato” dell’Ucraina alla Russia, a meno che non si considerino già russi i territori successivamente annessi, ma è interessante che si cerchi da dare comunque copertura legale all’iniziativa.
Il documento ricostruisce i vari passaggi della crisi e in particolare il fatto che dal 2014, “con l’assistenza occidentale, l’Ucraina sia stata attivamente militarizzata e il suo territorio sviluppato in un possibile teatro di operazioni militari contro la Russia, creando minacce comparabili a quelle che minacciano l’esistenza della Federazione Russa”.
Secondo il Sovintern “una pace duratura, giusta e sostenibile deve affrontare le cause di fondo del conflitto. Queste includono la denazificazione e la demilitarizzazione dell’intero territorio ucraino, garantendo i diritti dei residenti di lingua russa e garantendo lo status neutrale dell’Ucraina. Una operazione militare speciale nelle attuali circostanze è la sola via possibile per proteggere la sovranità della Russia, i cittadini russi, i valori russi e il Mondo Russo”.
Il testo prosegue sostenendo che “tutte le regioni russe devono essere completamente liberate dalle forze armate del regime di Kiev. Al regime neonazista in Ucraina non può essere concesso di permanere. La Russia non tollererà la NATO o un nuovo blocco militare aggressivo anti-russo in Ucraina, incluso quello travestito da peacekeepers”.
Come si vede il confronto di queste posizioni, al di là della loro consistenza e influenza (nel caso del Sovintern non ci sono partiti significativi che la condividano), indebolisce la possibilità di costruire un ampio movimento unitario contro la guerra che si batta per una soluzione politica e diplomatica senza diventare subalterno a uno dei due campi e alla sua propaganda.
Franco Ferrari