Si stanno infittendo, ed è certamente un fenomeno positivo, le pubblicazioni di materiali di (e su) Franco Fortini provenienti dal Centro studi1 a lui intestato, ospitato nell’Università di Siena, sede del suo insegnamento di Storia della critica letteraria.
Accanto al consolidarsi de L’ospite ingrato, la rivista semestrale del Centro, disponibile in rete2, ricca di molti contributi e imperniata, di numero in numero, su singoli temi (il titolo dell’ultimo, uscito nella seconda metà del 2025, è “Proteggete le nostre verità”3, ma è ormai imminente il primo del 2026), si segnalano per esempio le uscite dei carteggi – integrali o selezionati, in libri o in articoli, ma sempre con presentazioni ad hoc – intercorsi tra Fortini e Cases, Zanzotto, Rossanda, Roversi, Enzensberger, Sereni e Giudici, oppure l’edizione dei pareri editoriali per Einaudi4. Va comunque menzionata anche l’iniziativa, risalente ormai a vent’anni fa, della pubblicazione di Un giorno o l’altro5, che ha finalmente reso disponibile l’indispensabile raccolta di appunti e testi fortiniani. Insieme a questi libri, si segnalano anche recenti, importanti studi, come quelli di Lenzini6 e Diaco7.
Tutte queste iniziative si devono alla scelta meritoria dell’editore Quodlibet; ad esse si aggiunge ora la pubblicazione del testo antologico Del copywriting come genere letterario. Gli anni all’Olivetti 1948-1974, a cura di Daniele Balicco.
È risaputo come Fortini fosse sensibile alle cronologie, alle periodizzazioni e alle datazioni, a partire ovviamente dai Dieci inverni, e quanto spesso le esplicitasse nei suoi scritti. Una sensibilità che non veniva espressa in termini puramente astratti o formali, ma che semmai era volta a individuare archi temporali per lui compiuti e significativi. Più in generale, era attento all’intreccio tra diacronia e sincronia, alle complessità del tempo e dei tempi, personali e generali, alle contemporaneità multiple (“il mio futuro non è che il presente di un altro”, come afferma nella premessa a Verifica dei poteri).
In questo libro vengono raccolti i testi che segnano la collaborazione di Fortini con Olivetti, oltre ad altri collaterali, lungo un venticinquennio leggermente abbondante. A partire dunque dal dopoguerra, e in particolare a ridosso della chiusura de Il Politecnico (la data della sua assunzione a Ivrea è del settembre 1947), per arrivare al tornante politico-intellettuale testimoniato dalla prefazione alla seconda edizione, per l’appunto, dei Dieci inverni (1973)8, in cui egli ragiona sull’esaurirsi di una stagione e sull’approssimarsi di una fase nuova, cruciale e problematica (“Viene il tempo in cui qualunque speranza, che non sia la più alta, sarà delusa. Solo se esigeremo tutto – e da noi stessi, di sapere che cosa, quel tutto, debba essere e come si componga – potrà avere una ragione per affrontare l’età, non bene immaginabile per orrore e durata, che sta aprendosi rapidamente davanti a noi”)9.
Un venticinquennio non continuativo, va detto subito, che compendia un percorso lavorativo espletato prima in qualità di consulente e poi di impiegato della Olivetti che s’interrompe nel 1964, in una contingenza molto critica per Fortini (licenziato quasi in contemporanea dall’azienda di Ivrea e da Einaudi: siamo in prossimità dell’estromissione di Panzieri e Solmi dalla casa editrice torinese), per poi riprendere un anno dopo, nel 1965, come collaboratore esterno10.
Comunque, fin dal primo periodo trascorso alla Olivetti (prima a Ivrea e poi a Milano), Fortini svolge diverse mansioni: lavora per le Edizioni di Comunità – per le quali traduce Weil, Kierkegaard e Ramuz – e per l’omonima rivista, nella quale è presente con una fitta rubrica di segnalazioni e recensioni prevalentemente letterarie, ma soprattutto si impegna sempre più, in un tirocinio a stretto contatto con grafici e operatori tecnici, nel vivo dell’elaborazione dello stile aziendale: scrive per bollettini interni e per organi di comunicazione esterna, oltre a operare come copywriter. Sue sono le stesure dei testi pubblicitari dei prodotti e le invenzioni dei nomi commerciali – poi divenuti celebri – delle macchine per scrivere e per il calcolo, come Lexicon, Lettera e Tetractys, che rivelano una scelta cólta e attenta, che come afferma Balicco si inserisce alla perfezione nello “stile Olivetti”, come forma di comunicazione che dà voce e riconoscibilità ad atti e prodotti “comunitari”, dotati di risonanze ed etimologie classiche e nati in un ambito lavorativo specializzato, d’avanguardia, aperto anche a innesti fertili con la cultura visuale proveniente dal Bauhaus. Una strategia che risultava opposta – nell’elaborazione olivettiana – rispetto a quella, che poi sarebbe risultata vincente ed egemone, dell’advertising americano, tutto orientato all’induzione al consumo, privo di radici e sollecitazioni culturali e affidato esclusivamente al circuito immediato stimolo-risposta.
È evidente, in questo tragitto professionale, nei suoi contenuti e nelle sue declinazioni, una certa adesione all’esperimento sociale e culturale che Adriano Olivetti aveva avviato in nome di un progetto innovativo latamente “socialdemocratico” che aveva previsto e realizzato, per gli intellettuali, la loro “messa al lavoro” come operatori attivi nel mondo produttivo, disponibili alle sue esigenze e alle sue dinamiche (e furono tanti, spesso in posizioni dirigenziali: da Volponi a Sinisgalli, da Pampaloni a Bigiaretti, da Momigliano a Musatti, da Gallino a Insolera, per citare i più noti).
Fortini arrivava a questo mondo per il tramite di una conoscenza di lunga data con Adriano: l’aveva incontrato per la prima volta a Milano, nel 1938, per poi incrociarlo di nuovo nell’esilio a Zurigo, nel 1944. Pur nel comune riferimento a ideali socialisti (organico in Fortini, che pur tra critiche e perplessità non piccole restò iscritto a quel partito fino al 195811, assai sfumato e solo tendenziale in Olivetti), nel corso della sua collaborazione all’impresa utopica di Ivrea Fortini ebbe modo di maturare dall’interno, a più riprese, una visione critica di quell’esperimento, senza però mai rinnegare l’importanza del rapporto con l’imprenditore, insieme all’apprezzamento per le sue qualità umane. “Fortini lavorava all’Olivetti ma non era un ‘olivettiano’, nel senso che non era un ammiratore di Adriano: aveva con lui dei conflitti. Si stimavano reciprocamente e si disapprovavano: si criticavano molto però si rispettavano, tanto che Fortini lavorava per Adriano e Adriano faceva lavorare Fortini, alla pubblicità; e lui lo ripagava inventando i nomi per le macchine”: così si esprime Paolo Volponi12 (a sua volta introdotto a Ivrea da Fortini nel 1949, con un curriculum scritto da lui stesso a macchina: inutile chiedersi di quale marca!)13, accennando alla concordia discors tra i due.
Ma è Fortini, in una conversazione radiofonica del 1988 con Renzo Zorzi riportata nel volume e significativamente titolata “Una bellissima e lunga esperienza di lavoro”, a chiarire più circostanziatamente la sua relazione con l’imprenditore e quanto di essa si traduceva nel suo “lavoro culturale” e a confronto con i suoi interessi politici e sociali; mentre collaborava a Comunità, “c’erano degli eventi e degli scontri politici in fabbrica estremamente interessanti, problemi che riguardavano il consiglio di gestione. Mi sono trovato così in una situazione tutt’altro che facile. Con Adriano avevo un rapporto personale di cordialità e di amicizia; nello stesso tempo però con Adriano Olivetti imprenditore mi trovavo come delegato a rappresentare la parte dei lavoratori. Tutto questo, per disgrazia o per fortuna, si risolvette con l’estate del ’48. Prima di tutto, con il 18 aprile. Quindi con la grande vittoria democristiana e poi con l’attentato a Togliatti. Ero ad Ivrea in quei giorni e si vissero alcune giornate di grande tensione. In seguito ai postumi di queste tensioni politiche […] potei misurare la generosità, l’ampiezza di cuore e di intelligenza di Adriano Olivetti. Qualsiasi altro industriale mi avrebbe cacciato su due piedi per le noie che gli stavo procurando; invece, dopo una intemerata conversazione telefonica piuttosto aspra, Adriano Olivetti mi condannò, facendomi un regalo straordinario: mi fece trasferire a Milano, alla pubblicità”14.
Peraltro, nel necrologio di Olivetti scritto per l’Avanti! nel marzo del 1960, Fortini individuava una contraddizione patente nel personaggio, segnato profondamente dal dissidio tra “il potere derivante dalla sua eredità di industriale, che lo situava nell’ambito del capitalismo, quello italiano, relativamente arretrato, e la coscienza della necessità d’un superamento socialista”15. Una formulazione più compassata, assertiva e “ortodossa”, certamente indotta dalle circostanze, ma incapace, sotto le specie di un giudizio epocale, di andare al fondo di quel dilemma; eppure Fortini, passando a una lettura più psicologica, rilevava in Adriano “una potente ed oscura dissociazione del suo spirito, sensibile a chiunque l’abbia avvicinato, in una infelicità ora tormentosa ora geniale”16.
Nella sua accurata postfazione, Balicco afferma che i vari interventi compresi nel volume sono significativi e rivelatori per due motivi, che erano chiari a Fortini stesso: la possibilità pressoché unica – quasi irripetibile per altri “letterati” del tempo – di vivere dall’interno, osservare e maneggiare attrezzi e processi dell’industria culturale (e, aggiungo io, anche della cultura industriale d’avanguardia) e, al contempo, l’opportunità di mettersi alla prova, nella torsione della propria cultura umanistica di riferimento verso la relazione con la “civiltà delle macchine” (per ricordare il titolo di un’altra rivista, nata nel 1953 in orbita diversa da quella olivettiana).
Questi due aspetti avrebbero avuto, nell’elaborazione successiva di Fortini, particolare rilevanza, valorizzando l’eredità di quel periodo. Da un lato, come è stato persuasivamente argomentato da Sergio Bologna17, la condizione di intellettuale salariato l’avrebbe avvicinato con particolare efficacia alla conoscenza dei processi produttivi, corroborando la sua preparazione e determinazione politica in vista della stagione dei movimenti e connotando quella lettura critica in senso “laico”, attento alle dimensioni anche culturali dell’industria (come realtà talvolta anche innovativa: è appunto il caso della Olivetti), oltre che – ovviamente – alle dinamiche dello sfruttamento e dell’alienazione. Dall’altro, lo stridente confronto a cui le esigenze produttive (e, nel caso sperimentato da Fortini, comunicativo-pubblicitarie) del capitale, anche nelle sue forme più raffinate e avanzate, obbligavano i saperi e le posture tipiche dell’intellettuale umanista – alle prese con i forti vincoli (da lui definiti “salutari”) costituti dalla sintesi, dalla riproducibilità seriale, dall’assertività, dalla stessa “resistenza del mezzo” – a relativizzarsi, allenandosi a una “ginnastica”, a un ricorrente tirocinio formativo che aveva conseguenze sulla creatività letteraria (tipicamente, nella metrica) e più genericamente sulla scrittura argomentativa, discorsiva o politica. Il che fa pensare, in prospettiva, alla ripresa e alla rielaborazione cosciente di questi temi anche nei successivi interventi di Fortini su “politica e sintassi” e sullo “scrivere chiaro”.
Stefano Nutini
- https://centrofortini.unisi.it/.[↩]
- https://www.ospiteingrato.unisi.it/.[↩]
- https://www.ospiteingrato.unisi.it/18luglio-dicembre-2025proteggete-le-nostre-verita/.[↩]
- Pareri editoriali per Einaudi, a cura di R. Deiana e F. Masci, Archivio Franco Fortini-Quodlibet, Macerata 2023.[↩]
- Un giorno o l’altro, a cura di M. Marrucci e V. Tinacci, Quodlibet, Macerata 2006.[↩]
- Un’antica promessa. Studi su Fortini, Quodlibet, Macerata 2013.[↩]
- Dialettica e speranza. Sulla poesia di Franco Fortini, Quodlibet, Macerata 2017.[↩]
- Dieci inverni, seconda edizione, De Donato, Bari 1973.[↩]
- Ivi, pp. 22-23.[↩]
- In un’intervista del 1984 (“Rabbie e speranze”) Fortini così parlò di quel periodo: “Nel ’64, a quarantasette anni, sono stato licenziato quasi in contemporanea da Olivetti e da Einaudi. Avevo debiti, una bambina piccolissima. È stato un brusco declassamento”. Da lì iniziò il suo lavoro d’insegnante negli istituti superiori (V. Abati, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 345).[↩]
- Dieci inverni, cit., p. 11.[↩]
- P. Volponi, F. Leonetti, Il leone e la volpe. Dialogo nell’inverno 1994, Einaudi, Torino 1995, pp. 35-36.[↩]
- Ivi, p. 35.[↩]
- F. Fortini, Del copywriting come genere letterario. Gli anni all’Olivetti 1948-1974, a cura di D. Balicco, Quodlibet, Macerata 2026, p. 122.[↩]
- Ivi, p. 93.[↩]
- Ibidem.[↩]
- S. Bologna, “Industria e cultura”, in AA.VV., “Uomini usciti di pianto in ragione”. Saggi su Franco Fortini, Lumhi-manifestolibri, Roma 1996, p. 22.[↩]