Il discorso critico sulla moneta unica e sull’Unione europea ha ormai una storia antica. Tuttavia, tra i libri recenti, ne mancava uno che avesse respiro economico e senso politico, mettendo insieme una pluralità di discipline, prospettive e registri, ripercorrendo la storia, combinando in modo serio analisi e proposta. Eurosuicidio, di Gabriele Guzzi (Fazi, 2025) è il libro che si è collocato giustamente al centro dell’analisi critica del ruolo dell’euro, di quanto «ci è costato» e di cosa ha portato. Un lavoro che sta incontrando un certo interesse, oltre le cerchie del dibattito accademico o della militanza critica.
Il libro di Guzzi ha il merito di riportare l’attenzione del dibattito sull’euro e sull’Unione europea, apportandovi un contributo di pensiero notevole. Una discussione che negli ultimi anni è scivolata in secondo piano, espulsa dall’agenda politica e mediatica, distorta dalla critica alle posizioni dell’Unione sulla guerra, il riarmo e il nuovo disordine globale.
Il libro sottolinea giustamente il nesso tra il cosiddetto “vincolo esterno europeo” e le politiche di riarmo, che sono diventate la nuova faccia dell’austerity. Da troppe parti si sente spesso invocare “più Europa” – anche da sinistra – senza mai specificare se ciò voglia dire più riarmo militare, più tecnocrazia, più emergenzialismo (oggi apertamente bellicista) oppure più spesa sociale, più istruzione, più sanità.
La tesi principale di Guzzi è che l’Unione europea e l’euro hanno rappresentato il principale fattore di impoverimento materiale, culturale e spirituale del nostro Paese, privando l’Italia di vitalità non solo sul piano della crescita economica, ma anche su quello politico e democratico. Il vincolo esterno europeo ha infatti sottratto al dibattito politico nazionale le leve fondamentali della politica monetaria, fiscale e di bilancio, senza che queste venissero opportunamente replicate a livello comunitario. Una tesi forte, dunque, che viene argomentata con chiarezza.
Secondo Guzzi, in sostanza, non è vero che fuori dall’UE vi sarebbe solo il deserto dell’isolamento, della marginalità e della subalternità del nostro Paese. Piuttosto, è vero il contrario: nella sua attuale configurazione, l’Europa a 27 non solo non è nelle condizioni di poter sviluppare una soggettività politica autonoma, ma agisce anche come fattore che limita e deprime il protagonismo dei singoli Stati membri, talvolta attraverso ricatti e condizionamenti di varia natura (basti pensare alla minaccia, già sperimentata, della BCE di «chiudere i rubinetti»). E malgrado ciò, si intende procedere verso un ulteriore allargamento, senza considerare – per carenza di visione strategica e di senso storico – che quello che si guadagna in larghezza ed estensione si perde inevitabilmente in intensità e profondità, cioè in consapevolezza dei propri scopi e dei propri interessi.
La crisi in cui Italia ed Europa sono entrate da ormai un trentennio – secondo Guzzi – non è stata dunque un evento naturale e inevitabile, ma il risultato di scelte politiche precise e di passaggi storici ben individuabili. Così, il libro ricostruisce le tappe attraverso cui l’Italia, rendendo “assoluto” il vincolo esterno, sarebbe passata dal modello “keynesiano” dei “Trenta gloriosi” – ribaltando i rapporti tra Stato e mercato, tra capitale e lavoro, tra politica democratica e istanze tecnocratiche – all’attuale modello asfittico, che deprime l’economia, ingessa le dinamiche sociali e inasprisce le condizioni di vita di larghe fasce della popolazione.
Un processo che, nell’argomentazione di Guzzi, coincide con l’affermarsi, a partire dalla fine degli anni Settanta, di una nuova “Costituzione materiale”: un modello basato sulla sottrazione del mercato alla politica e sulla neutralizzazione del conflitto sociale e della sovranità democratica. Seguendo una dinamica, secondo Guzzi, che avrebbe caratterizzato un intero ciclo storico, allorché i soggetti (partiti, sindacati, società civile), i riferimenti valoriali e di senso e gli stessi presupposti interni ed esterni dell’Italia del vincolo interno democratico e sociale sono venuti meno, tra gli anni Ottanta e Novanta. In questo contesto, osserva Guzzi, si sarebbe compiuta la grande mutazione politica e culturale, in cui l’orizzonte europeo assurge a grande narrazione sostitutiva, chiamata a compensare la crisi di identità delle forze politiche italiane, sempre più prive di propulsione ideale (con riferimento alla sinistra comunista ma anche alla democrazia cristiana e all’insieme dei partiti dell’arco costituzionale).
Il passaggio sarebbe avvenuto – nello schema tracciato da Guzzi – tra il 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro, ma anche dell’adesione italiana allo SME, e il biennio 1992-1993, segnato dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, dalla fine della Prima Repubblica, dal consolidamento del dominio unipolare statunitense e dall’ascesa del finanzcapitalismo globale. Fino ad allora, la politica italiana aveva saputo coltivare, pur tra molte resistenze e contraddizioni, il senso della sua (relativa) autonomia e dell’autonomia (relativa) degli interessi nazionali. Con l’adesione a Maastricht, viene imboccata la via del cedimento definitivo al “vincolo esterno”, che però è di matrice neoliberale e globalista, che riconfigura l’indirizzo politico interno secondo compatibilità strutturalmente ostili al nucleo sociale e politico della Costituzione repubblicana: dalla logica liberal-tecnocratica del “pilota automatico” al dogma delle libertà di circolazione di persone, lavoro, merci e capitali.
Se questo è l’impianto del libro e se la tesi fondamentale è che il declino italiano è «tutta colpa dell’euro», possiamo però sollevare qui alcuni punti critici.
Il primo riguarda l’Unione europea. Se quei trent’anni del dopoguerra sono stati gloriosi, è stato anche perché, come accennato, l’economia cresceva a grandi passi e in questa crescita lo Stato aveva un ruolo più che pro-attivo, fondamentale. Le politiche economiche e sociali non furono particolarmente “keynesiane” (non ci fu mai necessità di intervenire per stimolare la domanda) e lo Stato sociale venne messo in atto grazie alla disponibilità di risorse e al suo uso oculato ma anche grazie alla pressione del movimento operaio, che portò all’aumento dei salari e all’allargamento dei diritti civili e sociali. Questo manca nell’analisi di Guzzi. Ma fu anche perché se l’economia cresceva fu grazie al processo di industrializzazione – pagato al prezzo di una grande migrazione interna – che trovò uno sbocco fondamentale nella crescita delle esportazioni. E se queste poterono aumentare, foraggiando la crescita, fu grazie anche alla CEE, fondata nel 1957 dopo l’esperienza dell’Unione del carbone e dell’acciaio. La CEE nacque come unione doganale e questa ebbe un enorme impatto sul commercio internazionale tra i Paesi membri, grazie all’abolizione delle tariffe. E tutto questo avvenne in un periodo di tassi di cambio fissi tra le valute, esattamente com’è la moneta unica. Questa, rispetto ai cambi fissi, presenta l’ulteriore vantaggio di eliminare i costi di transazione e rendere i prezzi più trasparenti. C’è una vasta letteratura economica sul tema e tutti sono concordi che l’abolizione delle tariffe ebbe un effetto considerevole sull’aumento dell’export.
Guzzi tralascia, quindi, di considerare quanto l’unione doganale sia stata importante per la nostra economia. Certo, l’adesione alla CEE ebbe effetti negativi sulla nostra agricoltura (la piccola azienda contadina) e contribuì alla “divisione del lavoro” nell’industria europea. E fu il nostro costo del lavoro più basso – mantenuto grazie all’eccesso di offerta di manodopera – a consentire alla nostra industria di “decollare” alla grande, fino almeno alla fine degli anni Sessanta. In questo, il tasso di cambio ebbe un impatto marginale (per lungo tempo, anzi, la nostra valuta fu in qualche modo sopravvalutata). Fu la reazione alle turbolenze internazionali degli anni Settanta che ci portò “fuori strada”: la fine della convertibilità del dollaro (1971) e la fine del sistema dei cambi fissi di Bretton Woods, l’impennata dei prezzi del petrolio e delle materie prime (dal 1973), la prima recessione (1975) e il primo aumento della disoccupazione, l’aumento dei salari ottenuto a dure lotte mangiato dall’inflazione e poi l’introduzione del punto unico di contingenza (1975). In quegli anni di tassi di cambio flessibili si perseguirono svalutazioni “competitive” che misero in tensione gli scambi internazionali. Il debito pubblico iniziò a salire, trainato dai tassi di interesse in aumento, e dalla spesa pubblica “assistenziale” e per i servizi in crescita. Ma furono anni di conquiste, in termini di diritti e di tutele, in cui l’economia italiana seppe mantenere la sua posizione in Europa. L’adesione all’Europa, quindi, ebbe per lungo tempo un effetto fondamentalmente positivo, ma questo non viene ricordato da Guzzi.
Il secondo punto riguarda l’origine dell’euro. Dopo il piano Werner – un tentativo del 1970 di prefigurare un’unione economica e monetaria abbandonato a causa della crisi petrolifera – si ricominciò a parlare di unione monetaria con il Sistema Monetario Europeo (SME), basato su un meccanismo di cambio che fissava i margini di oscillazione delle valute, che fu avviato nel 1979. Lo scopo era di contrastare l’inflazione, con effetti negativi sui tassi di interesse, però, avendo in mente il vecchio e sicuro sistema di Bretton Woods, ormai decaduto. Lo SME fu il precursore dell’euro e non è così evidente che ebbe effetti negativi: certo, mise fine alle “svalutazioni competitive”, ma riportò stabilità nei flussi finanziari.
La logica dietro le unioni monetarie è quella definita dalla teoria delle aree valutarie ottimali di Robert Mundell e afferma che un’area (formata da più regioni o paesi) trae vantaggio dall’adozione di un’unica valuta se: i fattori produttivi (lavoro e capitale) possono spostarsi liberamente; gli scambi commerciali sono facilitati; le aree reagiscono nello stesso modo agli shock economici esogeni. Già con l’unificazione italiana, si sarebbe potuto dire, le varie aree del nostro Paese non trassero lo stesso beneficio dall’adozione di una medesima valuta (la lira), perché avevano strutture economiche molto diverse (il che comportò scompensi per alcune e benefici per altre). I salari, ad esempio, sono un elemento di aggiustamento non indifferente: se non si aggiustano, si avrà uno spostamento di manodopera.
Tra i Paesi dell’unione (già con lo SME), l’adozione di una valuta “unica” (o comunque con tassi fissi o delimitati) comportò vantaggi per alcuni e svantaggi per altri: una “valvola di sfogo”, infatti, fu data all’adattamento dei tassi di interesse, che aumentarono per l’Italia, mentre i salari si poterono mantenere contenuti. L’economia, alla fine non ne soffrì, anche perché nel corso degli anni Ottanta accanto all’inflazione crebbe il debito pubblico. E mentre la prima venne tenuta a basa con l’abolizione della contingenza (1984), il secondo venne lasciato accumularsi. Ciò a cui doveva portare l’unione monetaria era la convergenza, non solo di prezzi e salari, ma delle economie. Ci furono molti studi su questo e diverse voci critiche, come quelle di Augusto Graziani e Marcello De Cecco. Io stesso, ricordo, scrissi un pezzo nel 1992 che uscì su Economic Notes, la rivista scientifica del Monte dei Paschi di Siena, che si intitolava “On the way to the EMU. Testing convergence of the European economies”, in cui analizzavo quanto economie molto diverse avrebbero potuto allineare tassi di inflazione, tassi di interesse e salari per sostenere una moneta unica, come affermava chi riferiva che ciò era quanto la teoria supportava. E facevo notare, in mancanza di una convergenza delle economie sulla quale l’evidenza era debole, quale tensione di sarebbe creata tra una politica monetaria gestita da una Banca centrale europea e politiche fiscali e di bilancio gestite nazionalmente.
Il Rapporto Delors del 1989 aprì poi la strada per l’Unione monetaria, che si sarebbe poi coronata con l’introduzione dell’euro nel 1999. Ma quell’unione non fu pensata sulla traccia della vecchia CEE e anche il Libro bianco su crescita, competitività e occupazione del 1993, che conteneva una dimensione sociale che doveva portare al “pilastro sociale”, che sarà introdotto nominalmente molto più tardi, nel 2017, e che non arriverà mai a compimento, travolto dall’impostazione neo-liberista del Trattato di Maastricht.
Senza entrare nei dettagli tecnici, la domanda che sorge, quindi, da porre a Guzzi è: ma se l’unione monetaria e la moneta comune fossero state impostate secondo l’impostazione dell’Europa “sociale”, le cose sarebbero andate diversamente? E se oltre ad una politica monetaria comune si fosse anche adottata una politica fiscale comune, cosa sarebbe successo?
Eurosuicidio è un testo radicalmente critico nei confronti del dogma europeista che l’euro è stato comunque una “buona cosa”, che senza l’euro «l’Italia avrebbe fatto la fine di un Paese sudamericano», e via discorrendo. E, però, è davvero stata «tutta colpa dell’euro» (che, in sostanza, vuol dire non poter usare più la leva monetaria dal lato della domanda e sfruttare il cambio dal lato dell’offerta)? Dopo le turbolenze degli anni Settanta, non siamo tornati a veleggiare come nei “trenta gloriosi” solo perché avevamo le mani legate sul versante valutario? O non è stato, piuttosto, perché abbiamo sposato il neo liberismo, ridotto l’intervento dello Stato, privatizzato e liberalizzato, andando poi anche a de-regolamentare il mercato del lavoro? Un’Europa non neo-liberista come sarebbe stata con una valuta comune?
Eurosuicidio contesta il processo di integrazione europea partendo dall’assunto che euro e Unione europea di Maastricht coincidono. Ma non doveva e, forse, non dovrebbe essere necessariamente così. Il dumping sociale (e salariale) che ha provocato l’allargamento della UE è stato causato da Maastricht, non dall’euro. Se avessimo potuto disporre di un debito comune, nell’ambito di politiche fiscali comuni, forse non avremmo avuto bisogno né dell’austerity né di uscire dalla crisi del debito greca (e italiana) del 2011 (la maledizione dello spread) in quel modo. Ma, certo, avrebbe voluto dire un’Europa non a guida tedesca, quella guida ordoliberista che ha fatto consolidare la Germania a spese di tutti gli altri.
Poi, certo, ha ragione Guzzi ad affermare che, per decenni, il processo di integrazione europea è stato assecondato in modo acritico, quasi “religioso”, per cui il destino europeo si è imposto come orizzonte ineluttabile e indiscutibile, nella convinzione che solo un disciplinatore esterno potesse redimerci dai nostri mali endemici. Il fatto è che non è mai cambiata l’impostazione di fondo della nostra economia – quella di puntare ad innovazioni emulative e contenimento del costo del lavoro, in assenza, però, dello Stato imprenditore che avevamo avuto nei trenta “gloriosi” – ed è questa la ragione di fondo per cui non abbiamo più ripreso quell’antica vitalità.
Il dogma del Tina (There is no alternative) non è tanto dovuto all’euro, quanto al neoliberismo. Che poi Guzzi voglia dimostrare che si potrebbe fare a meno tanto dell’euro che dell’Unione europea, è un tentativo ambizioso e ammirevole. Ma nulla garantirebbe che, anche in solitudine, recuperata la sovranità, sapremo gettare alle ortiche l’impostazione neoliberista con tutti i suoi mantra, dalla flessibilità sul mercato del lavoro alla detassazione del capitale.
Restare nell’euro e nella UE, conclude Guzzi, avrà dei costi che saranno superiori a quelli che si pagherebbero uscendone. Se non è tanto la proiezione europea dell’Italia che va condannata in quanto tale, quanto il processo di integrazione per come è stato concretamente pensato e costruito, si deve allora pensare in quale direzione si vuole andare, da soli o con gli altri paesi membri. Oltre alle ragioni della pace, della sovranità democratica e della giustizia sociale, ci vogliono chiare indicazioni sul piano delle politiche economiche, industriali, sociali e del lavoro che facciano i conti con il mondo così come si va configurando in questo nostro tempo tumultuoso. Fuori dal dogma neoliberista, al di là dell’euro.
Pier Giorgio Ardeni