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Espertocrazie e populismi: verso i problemi “ultimi” della politica contemporanea (seconda parte)

di Pino
Nicolosi

Nella prima parte abbiamo discusso come la crescita dell’azzardo e della solitudine siano stati rilevati puntualmente da due autorevoli studiosi (Maurizio Fiasco e Robert Putnam), due “esperti”  che facilmente potrebbero finire sotto il fuoco di fila delle accuse di parassitismo, di buonismo e di corruzione che caratterizzano la retorica dei leader populisti. In realtà, un minimo di buon senso suggerisce che, per indagare chi siano i veri responsabili di questi devastanti fenomeni sociali, occorre prima di tutto affrontare una breve ricognizione dei vari atteggiamenti assunti dallo stato italiano nei confronti, tanto per cominciare, del gioco d’azzardo. Incidentalmente, servirà anche a ribadire quanto stucchevole e poco credibile sia la dilagante retorica intorno all’eticità dello stato (e dei suoi rappresentanti) che ci viene quotidianamente inflitta dagli eredi di Giovanni Gentile. Mentre invocano all’infinito una sicurezza di cui non si vede neanche l’ombra, gestiscono capillarmente le politiche del “mondo di mezzo” delle varie micro-economie (tipo azzardo, usura, prostituzione) che proliferano nel crepuscolo dello stato sociale. Le righe che seguono, tuttavia, mirano soprattutto a prendere velocemente le misure effettive di tali fenomeni, che qui discuteremo   più come forme di cattura del tempo collettivo, di sequestro e manipolazione dell’attenzione e dell’intelligenza diffusa, che non nella loro fin troppo ovvia natura di emergenze sociali.

 

Dal 1994 al 2014 sono stati 47 i nuovi giochi “con o per denaro” introdotti con legge. Si va dalle lotterie alle sale Bingo ai gratta a vinci, alle slot VTL fino ai giochi online. È indubitabile che lo stato abbia promosso negli ultimi trent’anni una progressiva liberalizzazione dell’azzardo. Ma assecondando quale logica?

La posizione dello stato italiano riguardo l’azzardo è stata, per oltre un secolo, relativamente coerente: il gioco con e per denaro era considerato una consuetudine umana le cui origini si perdono nell’antichità ed era connotato da una funzione essenzialmente ricreativa. Come tale andava gestito e contenuto con attenzione dalle autorità pubbliche, onde evitare il diffondersi del mercato clandestino e delle sue degenerazioni. Per fare un solo esempio, coerentemente con tale idea di sicurezza pubblica, nelle città italiane in cui erano stata stabilita la presenza di casinò, era fatto divieto ai cittadini residenti di frequentarli. Tale normativa, oggi decaduta, si basava sul convincimento che, altrimenti, il gioco nei casinò avrebbe avuto effetti negativi sul tessuto urbano delle città ospitanti. L’esperienza suggeriva ai legislatori che anche l’azzardo legale crea una sorta di “indotto” fatto di usura, prostituzione, microcriminalità. Le recenti iniziative di alcuni sindaci e governatori italiani, che hanno istituito una serie di zone di rispetto all’interno delle quali è vietato aprire attività di gioco, per esempio in prossimità di scuole, chiese, ospedali, suonano come una conferma dei problemi causati dalla distribuzione selvaggia dei dispositivi del gioco d’azzardo nei centri urbani. Di fatto, intorno ai primi anni Novanta, in perfetta sincronia con l’affermazione generalizzata delle dottrine economiche neoliberiste, questa posizione prudente dello stato italiano rispetto all’azzardo è venuta rapidamente meno. In modo analogo a quanto avvenne qualche anno prima negli Stati Uniti, lo stato, preso tra l’incudine di una retorica che rivendica significative riduzioni delle tasse a carico dei cittadini e il martello dell’aumento incontrollato della spesa pubblica, sceglieva deliberatamente di promuovere un forte investimento sull’azzardo per ragioni di esclusiva tutela del proprio bilancio. La gestione di monopolio attraverso lo strumento delle “concessioni” permette allo stato un controllo assoluto dell’intera filiera legale con un incasso diretto delle tasse su ciascuna giocata.

Quello su cui occorre riflettere è che questa iniziativa economica è stata assunta dallo stato con ampi margini di garanzia di successo. Si aveva la certezza pressoché assoluta che attraverso la diffusione capillare di dispositivi come i videopoker, i gratta e vinci le macchine VTL in quasi tutte le principali attività commerciali pubbliche, incassi progressivamente crescenti sarebbero giunti in modo inesorabile.  Ora che siamo arrivati al 7,2% del PIL nazionale, sarebbe il caso di iniziare a farsi domande sensate sul perché un siffatto “successo” sia arrivato, per così dire, “a botta sicura”. Da dove viene questa certezza quasi sfrontata, questa fiducia arrogante nel potere irresistibile di questi dispositivi?

Se confrontiamo il fenomeno italiano con casi analoghi presenti nel resto del pianeta, come per esempio la crescita impressionante, anche in termini di popolazione residente, di Las Vegas, la vera mecca dell’azzardo USA, ci si rende immediatamente conto che abbiamo di fronte processi di dimensioni planetarie, che andrebbero letti attraverso forme di critica dell’economia politica rinnovate, che inizino a tenere in giusto conto le strategie di sfruttamento delle vulnerabilità della nostra specie. Le cosiddette facoltà mentali sono esposte a un  costante bombardamento di stimoli eccitanti. L’attenzione umana, in particolare, nell’ampia varietà delle forme in cui si manifesta, costituisce oggi l’oggetto principale di interesse dei centri privati di ricerca del capitalismo cognitivo situati presso le Big Tech.

 

Il ragionamento sull’azzardo è legato, come un gemello siamese, a quello sull’isolamento sociale di cui si è occupato Robert Putnam. Quando Margaret Thatcher rilasciò la famosa dichiarazione secondo la quale “non esiste qualcosa come la società, esistono soltanto individui” non stava indicando una legge di natura ma un programma politico. La crescita impressionante della solitudine registrata nei venticinque anni che hanno seguito la pubblicazione di Bowling Alone indica chiaramente che quel programma è stato realizzato. Putnam, oggi, sostiene che la responsabilità principale dell’atomizzazione sociale e della solitudine sia da attribuire agli effetti dei dispositivi televisivi; altri autori, più aggiornati di lui, se la prendono con la rete internet e i social media. Sembra quantomeno molto probabile, se non proprio certo, che mass-media vecchi e nuovi concorrano, con modalità ed effetti diversi, a favorire la crescita progressiva di isolamento e solitudine. In un Occidente in cui il tempo di lavoro medio (certificato e pagato) di ciascuno s’è ridotto a meno del 16% dell’intero tempo di vita, l’isolamento sociale libera la strada alle scorrerie di una varietà mai vista prima di dispositivi progettati e realizzati per ricavare profitti dall’alterazione dei nostri equilibri biologici naturali: dall’azzardo ai cibi ultra-processati, dagli psicofarmaci (elargiti come fossero pastiglie per il raffreddore) alla pornografia, dall’intelligenza artificiale generativa ai robot da compagnia, stiamo assistendo al diffondersi di varietà sempre nuove di assuefazione e dipendenza. Vale ripetersi, non si stanno affatto spingendo oltre coloro che, in questi fenomeni, iniziano a cogliere i segni di un vero passaggio di fase del capitalismo, in cui il genere umano, nei suoi tratti biologici invarianti, nelle sue facoltà naturali di base, diviene progressivamente oggetto di forme peculiari di estrazione di valore.

Prendersela con gli studiosi che analizzano e denunciano questi fenomeni significa tagliare l’ultimo ramo dell’albero da cui è ancora possibile osservare lo scenario. Che gli strati sociali più deboli siano le principali vittime di questi dispositivi è da tempo confermato dai dati: l’azzardo, per esempio, raggiunge oggi i livelli più alti nel sud del paese, dove proliferano disoccupazione e malcontento. Stesso discorso vale per l’obesità. Ma se è comprensibile che gli strati sociali economicamente deboli si lascino catturare facilmente dai dispositivi dell’azzardo o dai cibi ultra-processati, il fatto che si lascino catturare altrettanto facilmente dalla retorica delle destre populiste rimane in larga parte inspiegabile.

 

Riprendendo il ragionamento da cui siamo partiti, quello intorno all’essere di parte degli operaisti, al loro parlare per sé, c’è da chiedersi quali potrebbero essere le forme di un antagonismo sociale capace di fronteggiare queste nuove forme di estrazione del valore. Anche perché quanto detto finora rende del tutto evidente che affidarsi allo stato sarebbe ingenuo.

Nelle prime fasi di sviluppo del movimento operaio, a metà dell’Ottocento, la solidarietà e il mutualismo non erano guidati esclusivamente dalla consapevolezza di costituire il blocco sociale della forza-lavoro. Certamente, il ragionamento ruotava in gran parte intorno al lavoro salariato. Le camere del lavoro, le  università popolari, erano altrettante forme di resistenza e di autonomia dei lavoratori. Ma l’attenzione era anche rivolta alle condizioni di vita effettive, a  quello che un vescovo inglese definì il flagello dei quattro diavoli: disoccupazione, malattia, vecchiaia e miseria.

Progressivamente gli stati, attraverso il welfare, si sono fatti garanti del mutualismo istituzionalizzando molte delle strutture destinate alla protezione sociale e alla condivisione dei rischi. Ma come ebbe modo di rilevare Pino Ferraris in un suo importante lavoro:

 

«Questo passaggio non può essere definito semplicisticamente come un’ “evoluzione progressiva” per due buoni motivi. In primo luogo perché implica profonde discontinuità. In secondo luogo perché esso si realizza in una complicata commistione di perdite e di guadagni, di progresso e regresso.»   1

 

Tra le perdite indicate da Ferraris la più importante è il venire meno di importanti elementi di conflitto e resistenza situati al di fuori dell’ambito stretto del lavoro e che riguardavano essenzialmente la vita:

 

«Il primo associazionismo operaio si sviluppa come esperienza di autogestione solidale di forme di autotutela rispetto a gravissimi disagi o a possibili minacce che gravano sulle condizioni esistenziali dei lavoratori.» 2

 

Ora, visto che forme di sfruttamento nuove stanno mettendo le tende al di fuori dal lavoro tradizionale (in via di estinzione), gli obiettivi di autotutela si pongono in forme altrettanto nuove, solo in parte riconducibili a quelle che impegnarono il sindacalismo rivoluzionario di metà Ottocento. A giudicare dall’attuale trend storico di fenomeni quali azzardo e solitudine, difficilmente vi sarà un’inversione di tendenza e, qualora vi fosse, difficilmente sarà conseguenza di iniziative legislative da parte degli stati. Lo spazio che si apre, lungi dall’invocare quella retorica buonista e assistenzialista che tanto irrita i populisti, andrebbe configurato con i tratti distintivi della sottrazione, dell’autonomia, della diserzione e dell’estraneità. Non essere neutrali, come non lo erano gli operaisti negli anni Sessanta del Novecento, significa prima di tutto sostenere che oggi, sullo stesso tavolo, giocano attori nuovi, portatori di interessi molto diversi. Non stupisce che i miliardari populisti come Trump o Elon Musk parlino per sé stessi. A noi tocca smettere di ascoltarli e iniziare finalmente a sviluppare il nostro discorso. Per farlo, come sosteneva un grande filosofo post-operaista recentemente scomparso, occorre sviluppare una sfera pubblica non statale. 3

Del resto, quello di una distinzione tra la società e lo stato, in tempi di guerre tra stati in cui a morire sono soprattutto i civili, si sta configurando come il problema ultimo della politica contemporanea.

Pino Nicolosi (rattus)

 

La prima parte è uscita la scorsa settimana ed è consultabile alla URL:

Espertocrazie e populismi: verso i problemi “ultimi” della politica contemporanea (Prima parte)

  1. Pino Ferraris, Ieri e domani, edizioni dell’asino, 2011.[]
  2. Ivi[]
  3. Paolo Virno, L’idea di mondo, Quodlibet, 2021.[]
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