Qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque.
Francesco De Gregori
In un libro di qualche anno fa, intitolato Stati Nervosi (2019), William Davies, professore di sociologia presso la University of London, poneva una questione di grande rilievo: «A volte ci si chiede perché l’antipatia verso le “élite” si manifesti raramente nel dare la colpa ai più ricchi. Come possono uomini facoltosi come Beppe Grillo, Arron Banks, Andrej Babiš o Peter Thiel affermare di guidare un movimento contro le élite?» 1.
Un quesito che ruba il sonno a quanti, a sinistra, negli ultimi trent’anni, hanno continuato a interrogarsi sul fascino inquietante del populismo. La risposta di Davies (una delle molte che ha sviluppato all’interno del suo trattato), merita di essere riportata per intero: «La risposta è: diversamente da un giornalista, da uno statistico del governo, da un membro del parlamento o da un avvocato, un ricco non sostiene mai di parlare per nessun altro che per sé stesso. Non rivendica una posizione pubblica, perciò non può essere accusato di ipocrisia.»2
Questo parlare esclusivamente per se stessi, da una posizione propria, senza rivendicare un rango istituzionale, non va considerato un tratto esclusivo degli attuali paperoni populisti. Nel corso del Novecento, come vedremo, è stato un fattore altrettanto importante in alcune forme peculiari di auto-organizzazione lavorativa e di ricerca proprie del movimento operaio.
Comunque, nel periodo immediatamente successivo alla pubblicazione del libro di Davies (2019) la diatriba intorno all’accettazione o al rifiuto del ruolo degli esperti istituzionali è cresciuta di intensità, particolarmente in seguito al COVID e alle relative polemiche intorno a vaccinazioni, forme di controllo e libertà individuali.
A quanto pare la dimensione istituzionale degli scienziati e degli esperti, particolarmente di quelli sociali ha finito con esporli al pubblico ludibrio come si trattasse di una schiera di cortigiani, inclini ad assecondare, nelle loro analisi, gli interessi dei ceti politici ed economici al potere.
Prima di rassegnarsi a un esito del genere converrebbe tuttavia fare i conti con il presupposto di fondo di qualsiasi espertocrazia: quello che la “neutralità” dei saperi scientifici costituisce uno delle condizioni della loro possibilità di esistenza. Dove “neutralità” l’abbiamo scritto con la minuscola e tra virgolette perché non intendiamo riferirci a una Neutralità Scientifica ideale e forse impossibile da raggiungere ma, più umilmente, a una neutralità politica e morale. Come scrive Davies in Stati nervosi: «Una società che riconosca l’autorità dei fatti deve anche stabilire alcune professioni e istituzioni che siano al di sopra delle baruffe della politica, dell’emotività e delle opinioni.»
Deve essere chiaro, in questo senso, che gli stati nazionali, nel promuovere e sostenere la ricerca, si fanno garanti, almeno in teoria, di tale neutralità. E questo rimane vero anche se, per varie ragioni, occasionalmente riescono a derogare in tutto o in parte, in segreto o apertamente, dall’osservanza scrupolosa di un simile impegno di garanzia. Fenomeno tutt’altro che raro nell’ambito delle scienze sociali sia per quel che riguarda i risultati che esse producono, sia in merito alle interpretazioni di quegli stessi risultati.
Di qui una domanda politica cui si vorrebbe dare rilievo: sarebbe possibile, almeno in linea di principio, tutelare l’autonomia e la neutralità della conoscenza al di fuori dell’area di influenza della sovranità statale ? L’operaismo italiano, negli anni Sessanta, ha tentato questa strada (sebbene alcuni dei principali autori dei Quaderni Rossi fossero in parte già impegnati in ruoli istituzionali). Al di là dei risultati effettivi, che furono significativi, quel che qui più interessa è la posizione assunta dagli operaisti in quelle circostanze: si dichiaravano non neutrali, anzi, di parte, pur conservando la strumentazione concettuale e il rigore degli scienziati sociali. Per effetto di questa loro autonomia di parte, gli operaisti riuscirono a garantire ai loro argomenti una credibilità simile, almeno per certi versi, a quella che oggi vantano i miliardari populisti di cui ha scritto Davies. La differenza, di non poco conto, è che l’interesse di parte in nome del quale argomentavano gli operaisti era quello delle classe sociali sfruttate e non quello del proprio ombelico. In questo modo contribuirono a rinnovare il piano organizzativo del movimento operaio, ad alzare i livelli del conflitto e a favorire importanti risultati politici e sindacali.
Un contributo decisivo lo diedero le tecniche di indagine partecipata, in particolare la cosiddetta conricerca, che usava la parzialità di classe come una risorsa euristica e una vera metodologia. Va anche ricordato che in quella fase dell’ industrializzazione italiana, il pensiero di Marx, cui si ispiravano gli operaisti, forniva elementi interpretativi forti, efficaci e immediatamente spendibili sul piano delle lotte sindacali.
Se oggi la classe operaia non è più il motore dei principali processi economici, diventa decisivo chiedersi quale tipo di modelli interpretativi e quali forme di conricerca potrebbero ridefinire le strategie e i modi di una parzialità, di un parlare per sé che sia altrettanto convincente negli scenari dello sfruttamento contemporanei, che presentano caratteristiche nuove e in larga parte inesplorate.
Due esempi
Nelle pagine a seguire mostreremo come la situazione attuale della cosiddetta espertocrazia presenti oramai criticità e contraddizioni tali da rendere fortemente auspicabile un ritorno al metodo operaista attraverso la promozione di una sfera pubblica non statale. Presenteremo due casi esemplari, che hanno coinvolto due noti esperti di scienze sociali e che, nelle loro molte affinità, riveleranno alcuni aspetti fondamentali del crollo della fede pubblica indicato da Davies. Ci, permetteranno, inoltre, di ripensare alcuni concetti marxiani in un’epoca nella quale (i) la creazione di plusvalore si serve spesso di risorse umane situate completamente al di fuori del contesto e dell’orario lavorativo e nella quale, inoltre, (ii) l’erogazione di forza-lavoro prende forma anche nelle esperienze di consumo (si pensi alla produzione spontanea di dati da parte degli utenti delle piattaforme o al montaggio, in proprio, dei mobili Ikea).
Il primo caso che abbiamo scelto riguarda Robert Putnam, politologo statunitense che è stato autore di un’opera di grande successo intitolata Bowling Alone, uscita nel 2000 e basata su un approfondito lavoro di ricerca sulla crescita della solitudine e dell’isolamento sociale negli Stati Uniti. Il secondo esempio, riguarda invece il principale studioso italiano di gioco d’azzardo, Maurizio Fiasco, insignito dal Presidente della Repubblica del titolo di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana per la sua attività di studio e ricerca.
Entrambi questi studiosi di problemi sociali hanno fornito contributi fondamentali su problemi di indiscutibile rilevanza politica e sociale. Problemi che hanno individuato con largo anticipo e denunciato senza reticenze e con dovizia di particolari. Entrambi hanno ricevuto riconoscimenti ufficiali e attestazioni di merito per il loro lavoro di ricerca. Entrambi, questo è il punto decisivo, si sono tuttavia trovati a dover constatare qualche anno dopo che, per quanto le istituzioni abbiano riconosciuto con enfasi il valore dei loro studi e delle loro ricerche, questo non ha diminuito di un punto l’entità dei fenomeni che loro hanno denunciato. Al contrario, tanto la solitudine degli americani quanto la diffusione del gioco d’azzardo in Italia, negli ultimi vent’anni, hanno continuato a crescere in modo vertiginoso. Il caso dell’azzardo è particolarmente interessante. Durante il lockdown s’è assistito ad una prevedibile flessione del fatturato dell’azzardo. Negli anni precedenti, l’azzardo in Italia non aveva fatto che crescere, passando dai 15,8 miliardi di spesa lorda del 2000 ai 103 miliardi del 2019. Nell’arco di un ventennio avevamo assistito ad una crescita del fatturato che si aggirava intorno al 750% . Nel corso della pandemia i giocatori, segregati nelle loro abitazioni, hanno iniziato a sperimentare l’azzardo digitale online e ne sono rimasti completamente catturati. Così, dopo la temporanea flessione dovuta al COVID, si è registrato un impressionante rimbalzo verso l’alto del fatturato del gambling. Oggi da noi il gioco d’azzardo vale 157 miliardi di euro l’anno e si presenta come la terza impresa del paese contribuendo al 7,2% del PIL nazionale. Il fatturato dell’azzardo, dal 2000 a oggi, è cresciuto del 1000 %. Siamo da tempo il primo mercato dell’azzardo in Europa3.
L’entità di questi numeri rende evidente che qui non ci stiamo occupando di questioni di morale pubblica. Stiamo segnalando, invece, l’emersione di forme di economia del tutto nuove, nell’ambito delle quali il lavoro inteso in senso tradizionale occupa uno spazio sempre più marginale e in cui l’oggetto principale di sfruttamento, la materia prima, è il bios, l’insieme dei tratti biologici invarianti della nostra specie.
Il caso di Robert Putnam è sostanzialmente analogo. Nonostante il successo di Bowling Alone e le pompose onorificenze, compresi due inviti alla Casa Bianca (Clinton e Obama), l’isolamento sociale in America è cresciuto enormemente nei venticinque anni che ci separano dalla prima edizione del libro di Putnam (2000). A questo riguardo vale almeno segnalare una pubblicazione del 2023 del Surgeon General’s Advisory, un’istituzione governativa statunitense incaricata di portare all’attenzione pubblica problemi di salute urgenti, che richiedono un’attivazione immediata da parte delle autorità e della popolazione. Fin dal titolo (Our Epidemic of Loneliness and Isolation), il rapporto denuncia esplicitamente un’epidemia di solitudine e isolamento sociale che sta avendo conseguenze drammatiche sulla salute pubblica. Secondo i risultati della ricerca, la media del tempo passato in solitudine dagli americani è cresciuta di ben 24 ore al mese nel periodo compreso tra il 2003 e il 2020. Per quel che riguarda le relazioni sociali, se nel 2003, tre anni dopo la pubblicazione di Bowling Alone, gli americani passavano mediamente 60 minuti al giorno in compagnia di amici e conoscenti, nel 2020 lo stesso valore medio era sceso a 20 minuti al giorno.
Manca invece l’aggiornamento al periodo post-pandemia che sicuramente rivelerà un ulteriore forte incremento del tempo trascorso in isolamento. La solitudine viene presentata dal rapporto come un’autentica calamità sociale, scaturigine di problemi di salute gravi o gravissimi (inclusi problemi circolatori, infarto, diabete, malattie mentali), di morte prematura e di inedite forme di sociopatia.
In questi casi il pubblico populista di cui si occupa William Davies è facilmente sedotto da quelle risposte sempliciotte che mirano a far diventare l’esperto un capro espiatorio. Si pensi, ad esempio, a dubbie equazioni del tipo: «Putnam e Fiasco vivono dei proventi che ricavano dai problemi di cui si occupano, perché dunque dovrebbero impegnarsi in attività volte a farli cessare?». Come sostiene Davies, in queste circostanze, in discussione non sono tanto le diagnosi, quanto la neutralità degli studiosi. Il fatto è che i populisti si auto-convincono che l’affidabilità dell’esperto è inficiata a priori da quella che si potrebbe definire un’ ambiguità intrinseca alla sua posizione: «come potrebbero, questi esperti,», si chiede il populista, «non essere complici del sistema che dicono di denunciare, se ne ricevono puntualmente gratificazioni morali e proventi economici ?».
Un’ obiezione a un siffatto ragionamento è quella che difficilmente uno studioso di fenomeni sociali potrebbe mantenersi con i proventi delle sue attività senza che queste siano in qualche modo finanziate. Dunque, vale ripetersi, è normale questi studiosi siano pagati dalle università o dalle istituzioni pubbliche. Altro fatto decisamente importante da chiarire è che Fiasco e Putnam non sono chiamati alla soluzione dei problemi che hanno messo in evidenza, perché questo compito spetta ai decisori politici.
Il problema è che, per quanto si possa sostenere che la neutralità della ricerca scientifica deve necessariamente trovare l’appoggio di istituzioni pubbliche che mirino a garantirla, il sospetto che questi “titoli di garanzia” possano essere condizionati da interessi assai poco “neutrali” è quantomeno comprensibile. E questo soprattutto nella temperie neoliberale che stiamo attraversando, in cui le leggi del mercato e il profitto sono diventate vere e proprie spiegazioni del mondo. Basti qui ricordare il caso di Oxicontin, l’oppioide che ha provocato la morte per overdose di decine di migliaia di persone, principalmente negli USA, e che riportava stampigliata sulla scatola una dicitura – autorizzata dalla FED ma falsa – secondo la quale il farmaco era un antidolorifico che non arrecava dipendenza. Negare che simili tradimenti della fiducia pubblica contribuiscano sensibilmente alla sua attuale crisi sarebbe davvero ipocrita. Si pensi anche, tornando ai nostri esempi, all’azzardo in Italia: costituisce di fatto una delle principali fonti di entrata per le casse dello Stato. Come pensare che le istituzioni siano realmente intenzionate ad arginarlo?
Pino Nicolosi (Rattus)
(La seconda parte verrà pubblicata la settimana prossima).
- William Davies, Stati Nervosi, Einaudi, 2019.[↩]
- Ivi[↩]
- Si veda questa pagina web che riassume i risultati di una recente indagine della CGIL https://www.geopop.it/il-gioco-dazzardo-in-italia-vale-157-miliardi-dove-si-gioca-di-piu-e-perche-siamo-primi-in-europa/?utm_source=firefox-newtab-it-it.[↩]
