articoli

Trump ed Erdoğan: la luna di miele dopo una relazione complicata

di Chiara
Caria

Seduta al tavolo dei colloqui tra USA e Iran in Oman, la Turchia ha riaffermato i suoi sforzi duraturi dell’ultimo periodo per allievare le tensioni tra Washington e Teheran.  Di recente, si è sentito spesso della presenza della Turchia come alleato diplomatico degli Stati Uniti, sintomo del riavvicinamento tra Trump ed Erdoğan, ma le due nazioni non sono sempre state così vicine politicamente. Per quanto il governo di Ankara abbia sempre mantenuto buoni rapporti diplomatici con Washington, il tentato colpo di Stato in Turchia del 2016 ha causato delle forti tensioni tra i due governi. Questo perché sia Obama che Trump si sono rifiutati di assecondare la richiesta di estradizione di Fetullah Gülen, accusato di aver avuto un ruolo centrale nell’organizzazione del golpe. La vicenda, all’epoca, ha aumentato i sospetti di Erdoğan sull’implicazione americana nell’intentona. Perdipiù, il sostanziale supporto militare che gli Stati Uniti hanno fornito nel corso degli ultimi dieci anni alle Forze Democratiche Siriane nella regione curda del Rojava, al confine tra Turchia e Siria, non è stato gradito dalla Turchia, che considera l’Amministrazione Autonoma del nord-est della Siria, almeno nominalmente, come una minaccia per la propria sicurezza, come dimostrato dai frequenti attacchi dell’esercito turco al confine con la Siria.

Adesso, però, la Turchia sembrerebbe essere diventata il principale interlocutore degli Stati Uniti in Medio Oriente. In un periodo di crescente militarizzazione degli Stati Occidentali, un alleato che ha sempre investito molto sulla sicurezza come il governo turco è cruciale, specialmente per gli Stati Uniti, che hanno anche bisogno di avere come alleato un negoziatore in grado di comprendere la tradizione istituzionale e culturale, nonché il tessuto sociale, della regione mediorientale, cosa che non è mai stata il forte degli americani. Lo stesso ambasciatore USA in Turchia, Siria e Libano, Tom Barrak, ha sottolineato in diverse occasioni il ruolo vitale della Turchia nell’organizzazione degli incontri tra i diplomatici americani e quelli del golfo. In questo scenario, le tensioni tra Turchia e USA appaiono più distese anche alla luce del riconoscimento e dell’avvio ai colloqui diplomatici con il nuovo Presidente del governo provvisorio in Siria al-Sharaa, che recentemente ha attaccato il Rojava insieme alle forze militari turche.

Dal 2025, inoltre, la Turchia e gli Stati Uniti hanno riaperto una serie di trattative di cooperazione in ambito di sicurezza, commercio ed energia. A partire dall’inizio della seconda amministrazione Trump, infatti, è stata premura di Washington stringere relazioni forti con regimi dittatoriali o ibridi, le cosiddette “dittature democratiche”, di cui il governo di Erdoğan è un esempio da manuale. In altre parole, mentre le politiche interne di Washington si allontanano sempre di più dai principi dello Stato di diritto, il leader repubblicano si avvicina ad alleati autoritari, che difficilmente lo condannerebbero in sedi istituzionali per le sue politiche repressive.

Al momento, la Turchia rappresenta l’interlocutore più stabile della regione, sia a livello di ordine interno del territorio statale, che a livello di relazioni diplomatiche con i Paesi vicini, fattore essenziale per la costruzione di un’alleanza con il governo statunitense attuale. Non è un caso: la Turchia, infatti, ha passato gli ultimi anni a tessere relazioni strette con i Paesi arabi e islamici della regione, e ora il governo di Ankara sembra volersi avvicinare a Stati Uniti ed Europa, a cui resta legata dal 1952, almeno a livello securitario, in quanto membro della NATO. Negli ultimi mesi, la sua presenza diplomatica è stata sempre più capillare, come dimostrato dal fatto che oggi rappresenta un attore chiave nella decisione del futuro dell’Afghanistan, del Pakistan, di Gaza e delle monarchie arabe. Il Presidente Erdoğan cerca di proiettare un’immagine della Turchia come un Paese pronto a difendere i propri alleati islamici nella scacchiera internazionale. Tuttavia, dietro la retorica da “protettore dei musulmani” si nasconde una strategia precisa che sta ridisegnando gli equilibri e le alleanze nella regione, e non solo.

Il mondo ha avuto un esempio della capacità di mediazione della Turchia il 9 ottobre 2025, quando è stato approvato l’accordo per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi, dando il via alla prima fase di un accordo che mirava a porre fine alla carneficina in atto a Gaza. In quell’occasione, la Turchia ha di fatto consolidato il suo ruolo di potenza diplomatica nella regione, nonché riaffermato la sua valenza strategica in quanto ponte tra USA e Medioriente. Inizialmente resistenti alla proposta in venti punti di Trump, i leader di Hamas hanno ceduto solo quando la Turchia, un Paese che considerano un protettore politico, li ha esortati ad accettare il piano americano. I legami della Turchia con Hamas, un tempo considerati da Washington come un peso, si sono trasformati in una risorsa geopolitica, almeno secondo l’Ambasciatore Tom Barrak. Persuadendo Hamas ad accettare l’accordo del Presidente statunitense su Gaza, le istituzioni di Ankara hanno riaffermato il proprio ruolo nello scenario politico mediorientale, con grande disappunto di Israele e dei rivali arabi.

La Turchia è uno storico alleato della causa palestinese. Tuttavia, ogni volta che Ankara si propone come mediatrice nei negoziati tra Israele e Palestina, la salvaguardia del popolo palestinese non è mai l’unico motivo che la spinge a cimentarsi in una tale impresa diplomatica. Nel caso dei negoziati dell’ottobre 2025, infatti, Erdogan aveva ben altre questioni in mente. Quando la Turchia ha scelto di assumere un ruolo centrale nella contrattazione tra Israele e Hamas, il secondo punto della sua agenda erano degli importanti accordi per la sua difesa aerea.

Difatti, i funzionari di Ankara hanno approfittato del loro ruolo di mediatori nelle trattative per il cessate il fuoco a Gaza per rinnovare la richiesta di acquisto di velivoli F-35. Fino al 2020, la Turchia era sia produttrice che acquirente dei suddetti aerei caccia, ma è stata esclusa dal programma F-35 nel 2019, dopo aver comprato dalla Russia sistemi di difesa missilistica S-400. L’acquisizione di questi missili è perfettamente inquadrata nella politica multilaterale di Ankara, le cui decisioni in politica estera sono per la maggior parte influenzate da due fattori principali: una forte attenzione alla sicurezza nazionale, da un lato, e una preferenza per le relazioni basate sulle transazioni finalizzate a raggiungere una maggiore autonomia strategica, dall’altro. L’attenzione che il governo turco riserva alla sicurezza è una delle caratteristiche fondamentali dello Stato turco fin dalla sua nascita nel 1923. Si può dire che la politica estera della Turchia si basi su due pilastri fondamentali: una tendenza al multilateralismo in diplomazia, che perdura dall’ultimo secolo di vita dell’Impero Ottomano, e una percezione costante di minacce dall’esterno che ha portato la Turchia ad una persistente politica di securitizzazione.

L’approccio multilaterale della Turchia, tuttavia, non da sempre buoni frutti. Dopo l’acquisto dei missili S-400, compatibili con gli F-35, l’amministrazione Biden ha sanzionato la Turchia e l’ha rimossa dal programma F-35. Questo perché i missili S-400 sono in grado di raccogliere dati militari sensibili dai suddetti caccia, e, se l’esercito turco dovesse abbinare i due sofisticati sistemi di difesa, causerebbe una violazione della sicurezza dei dati militari internazionali. Ciò rappresenterebbe un enorme rischio securitario che i membri della NATO, e in particolare gli Stati Uniti, non sono disposti a correre.

In sintesi, ristabilire buoni rapporti con Washington è fondamentale per Ankara, poiché offre l’opportunità di spingere per il progresso delle trattative per l’acquisto di F-35, attualmente in fase di stallo, un allentamento delle sanzioni statunitensi e l’aiuto degli Stati Uniti nel promuovere gli obiettivi di sicurezza della Turchia nella vicina Siria. Il ruolo di mediatore di Ankara si configura quindi come uno strumento per raggiungere i suoi obiettivi nell’ambito della difesa. Le manovre diplomatiche della Turchia mirano a trasformare la nazione nell’attore più forte della regione, almeno a livello di proiezione militare. Con il suo approccio diplomatico multilaterale, la Turchia è uno dei pochi Stati a mantenere buoni rapporti con USA, Russia, Unione Europea, e con i vicini in Medio Oriente in un periodo di crescente tensione. Tuttavia, è importante tenere a mente che, per quanto salda possa sembrare l’intesa tra Trump ed Erdoğan, gli Stati Uniti rimangono una potenza molto più forte, e l’imprevidibilità che il Presidente degli Stati Uniti ha più volte dimostrato non lascia parecchie certezze sull’effettiva durabilità della loro alleanza.

Chiara Caria

Articolo precedente
Espertocrazie e populismi: verso i problemi “ultimi” della politica contemporanea (Prima parte)
Articolo successivo
Armamenti nucleari e Intelligenza Artificiale: i nuovi orizzonti di guerra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.