Il 7 febbraio, a Spin Time a Roma, si è tenuta la prima assemblea pubblica della Rete del dissenso, che io e Ginevra Bompiani abbiamo promosso. Che cos’è questa Rete e cosa si prefigge? Qui il mio intervento che spiega gli scopi di questa iniziativa.
Perché abbiamo voluto questo incontro? Perché vorremmo creare una rete del dissenso?
Vorrei rispondere dicendo subito una cosa grossa: perché stiamo naufragando. Non solo la Sinistra, non solo l’Italia, non solo il cosiddetto “occidente” (termine terribile), ma il mondo tutto (anche se, a questo proposito, in tanti dai Paesi del Resto del Mondo ci dicono: «ma, adesso, siccome siete voi che andate a catafascio, pensate che tutto il mondo affondi con voi»). E, siccome stiamo naufragando, c’è bisogno di dirlo e di non farsi mettere a tacere da chi pretende che «c’è già chi ci sta pensando e non va infastidito».
Il mondo sta andando in frantumi: siamo sopra il limite di un grado e mezzo che, era stato detto, se verrà superato allora alcuni cambiamenti provocati dal cambiamento climatico saranno irreversibili. E già si parla di accettare che non c’è nulla da fare e dobbiamo semplicemente attrezzarci per il peggio. Ma il peggio vorrà dire uragani, siccità, gli oceani che si alzano e le nostre coste che vengono erose e le città di mare che verranno allagate.
Ma il mondo sta naufragando anche perché c’era un cosiddetto “ordine” internazionale che non c’è più, e il problema è che non ce n’è uno che lo ha sostituito. Perché è un problema? Perché nel disordine è più facile per i forti, gli imbroglioni, gli attaccabrighe – insomma per i potenti – approfittarne. Non c’è niente di più facile che pensare che tanto un Trump che un Putin, in fondo, stanno facendo quello che fanno per poter dire: «vedete? l’ordine internazionale non c’è più, per questo io mi devo attrezzare, e difendermi». Ma sono loro i primi ad averlo mandato a pezzi.
Non ho nostalgia per quell’ordine che era comunque basato su rapporti di forza economici e militari che erano quelli scaturiti dalla Seconda guerra mondiale. Ma era un ordine, basato su regole, cui sta seguendo un disordine che fa presagire il peggio. Perché chi dominava quell’ordine oggi non pare più voler accettare la persa supremazia, in ogni modo possibile, anche militare, se necessario. Avevano costruito un bel giocattolo, i capitalisti: il dominio economico del mondo di quel novero ristretto di Paesi e il controllo delle masse – coinvolte quel tanto che basta nel gioco democratico: servizi, benessere, senza esagerare – da parte delle élite economiche.
Il naufragio è oggi davanti a noi. Alle masse, ai milioni di senza potere, braccia e teste per il capitale, non è stato dato quanto promesso – costa troppo, non ce lo possiamo permettere – e chi le rappresentava, quelle masse, si è in buona parte fatto convincere. E il giocattolo della democrazia ha così finito per girare a vuoto. Intanto, però, gli altri, il Resto del mondo, vanno capendo che possono fare senza di noi. E le nostre élite si sono consolidate in oligarchie – loro, delle masse, non hanno bisogno – e ora pregustano l’opzione autoritaria, che più si confà alle loro necessità. E vogliono rendere innocua persino la possibilità della parola.
Il mondo è nel caos. Un caos voluto da chi ne vuole approfittare, perché non ha più la supremazia d’un tempo. E il caos sta inghiottendo la volontà, la politica, il futuro, e la Ragione è in frantumi. È un caos alimentato dalla diceria che gli altri «vogliono il nostro male, ci vogliono annientare, dobbiamo difenderci». Un caos che diviene Rumore.
E però, nell’intensificarsi del Rumore il linguaggio diviene deserto. Negli ultimi decenni, la gabbia del “pensiero unico” ci ha soffocato, espandendosi a dismisura. La post-verità trionfa, ognuno ascolta e vede solo ciò in cui si riconosce – nel Rumore, cosa fare se non affidarsi a coloro di cui ci fidiamo? Cos’è la verità? Da cosa scaturisce? Le fonti della verità, dei fatti, delle opinioni, sono i media dominanti. E il loro dominio è impressionante.
Eppure, come non mai, siamo di fronte alla possibile estinzione del genere umano, per la prima volta concreta: il calo demografico è il termometro, il clima ci porterà alla catastrofe se non ci penserà prima qualche Stranamore a fare qualche guerra nucleare qua e là.
Certo, ci rendiamo conto ogni giorno di quanto orribile sia questo genere umano: potremmo forse accettare una qualsiasi giustificazione per quanto sta succedendo a Gaza, dopo il “mai più” che era stato pronunciato dopo l’Olocausto? Come anche gli Stati Uniti dimostrano, la ferocia si presenta ora come unica regolazione dei rapporti tra popoli e tra individui. Ciò che sta accadendo segna la fine di ogni universalità della parola, della legge, del diritto.
Se il linguaggio è deserto, rimangono solo la poesia, come mi ricorda il caro amico Franco Berardi, o la rivolta come alternative alla ferocia.
La poesia, certo, per dire l’indicibile. Anche se, nelle parole di W.H. Auden, la poesia non fa accadere nulla. «I poeti non possono nulla», dice Bifo, «sono la voce dell’impotenza. I poeti non combattono. Troppe volte combattere ha restituito forza ai lupi perché i poeti vogliano combattere. I poeti disertano. Disertano l’umanità, che non seppe far nulla quando i nazisti portavano sui treni le loro prede ad Auschwitz e che non sa fare nulla ora che i sionisti sterminano le loro prede nella striscia di Gaza».
Perché i poeti conoscono la Storia, e perciò la fuggono, quella Storia che è stata scritta dall’Occidente. Perché la Storia è un’infezione, da cui i fascismi vogliono guarirci.
L’altra strada è la rivolta. Rivolta contro il potere, che è sempre potere dei felici pochi sugli infelici molti. Rivolta è ribellione. Ci sono molti modi di ribellarsi: scendere in strada, sventolare bandiere, alzare la voce, gridare, dire il pensiero. Un pensiero non conforme, un pensiero che non accetta l’inaccettabile. Il dire, il solo dire, spaventa il potere, sempre.
Siamo in tanti, ancora, a dire, a voler esprimere il nostro pensiero non conforme. Ma ognuno di noi parla per sé, a chi lo ascolta, ai suoi vicini. Senza raggiungere i lontani. Eppure, siamo in tanti, sparsi. Ci sono tante associazioni, movimenti, iniziative di chi non si arrende all’idea che non possiamo fare nulla per togliere un po’ di potere a chi ci governa, condannandoci all’estinzione con la violenza.
C’è una versione prevalente: che chi governa conosce cose, ha strumenti e una saggezza che noi non abbiamo e, quindi, dobbiamo fidarci. No, noi dissentiamo, perché crediamo che non sia vero, che ciò che fanno non lo fanno per il bene di tutti (anche se in nome della “maggioranza” che loro rappresentano).
Vogliamo poter dire ciò che pensiamo quando non è conforme, dissentire. E vogliamo dare senso a questo dissenso, facendolo partecipe, facendolo coagulare attorno ad alcune linee di direzione e di azione. Fargli fare massa, farlo crescere, aiutarlo a diffondersi. Perché ci sono voci, ce ne sono tante! E ci paiono disperse e noi vorremmo, invece, che si parlassero e si ascoltassero.
Ginevra ed io ci siamo chiesti se potevamo fare qualcosa, ne abbiamo parlato con gli amici che hanno solitamente più occasioni di esprimersi e, così, abbiamo pensato di chiamare a raccolta associazioni e persone, per poter poi chiedere a chi già fa tanto di farsi “pubblicità”, per farsi conoscere. Per fare eco al nostro rifiuto di accettare che quanto sta succedendo sia inevitabile: perché non lo è il riarmo, non lo è il colonialismo genocidario di Israele, non lo è il dividersi il mondo dei potenti, non lo è il predare la natura e sfruttare i più indifesi e quelli che non hanno altro che le loro braccia e la loro terra.
A Bologna, due settimane fa, Stop Rearm Europe ha chiamato a raccolta associazioni e movimenti accomunati da parole d’ordine e preoccupazioni condivise. E abbiamo visto che è possibile. Ma abbiamo bisogno di raccogliere anche i dispersi, gli indecisi, gli sfiduciati, i reduci, i delusi. Di chi dissente ed è solo.
Raduniamo il dissenso per dargli più forza. E per dargli, magari, una rappresentanza nelle stanze più alte delle istituzioni.
Faremo una “piattaforma” che fungerà da luogo di raccolta e di incontro, creando così la Rete. Sarà data la possibilità di conoscere e farsi conoscere, di rendere note iniziative, di fare proselitismo, di diffondere opinioni e idee. Non per contribuire al Rumore, ma per lasciarlo sul fondo, affermando il suono via via più limpido delle nostre ragioni.
Vari amici ci hanno detto che “dissenso” è un termine troppo generico, perché sul “dissenso”, di per sé, non si costruisce una piattaforma politica. È in parte vero, ma ciò da cui dobbiamo partire è in primo luogo una dichiarazione di intenti: mettere insieme chi non ci sta, chi non è d’accordo, chi è contro tutto quanto richiamato sopra. Tanto chi parla contro il riarmo e la deriva bellicista come chi lotta contro le politiche che alimentano il cambiamento climatico e lo sfruttamento delle persone e della natura dissente. E il dissenso è sempre più visto come atto di ribellione e viene osteggiato, vilipeso e finanche represso. Poi, certo, non basta essere contro: si dovrà ragionare su cosa unisce, cos’è ciò per cui vale la pena essere per. E la Politica tornerà ad essere importante.
Cominciamo dal far convergere chi è contro la deriva in atto per poi unire chi è per un mondo nuovo.
Pier Giorgio Ardeni

3 Commenti. Nuovo commento
Ineccepibile
Come faccio per fare parte di questa rete?
Rispondo alla citazione della vostra rete fatta daGinevra oggi 29 febbraio all’incontro della A.Bocchetti.Mettete anche me !