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Democratici e ribelli per una rivoluzione europea. A colloquio con Christopher Ceresi

di Stefano
Galieni

Christopher Ceresi è uno dei volti che si è più esposto nella costruzione di quella convergenza che ha portato al movimento No King. Si sono ritrovate negli stessi percorsi, pratiche e contenuti di chi da anni lotta contro l’autoritarismo e di chi è impegnato contro guerra e riarmo. Oggi sembra di assistere ad un momento di minore capacità di mobilitazione e proviamo a partire da questo per aprire con lui una discussione
“È vero e dipende dal fatto che i processi storici non si svolgono in forma lineare. Il voto è importante per i movimenti come evento per incidere sul corso della storia, così è stato il voto referendario di marzo. Ma pensare che si possa ri-legittimare un piano di rappresentanza basato su un lento ricambio ogni 4/5 anni, o che riprendano slancio i partiti, è una fantasia che viene raccontata da chi gioca solo a quel gioco. Finché non si cambieranno le regole del gioco rimarremo legati all’idea che la politica, quella vera, la si fa alle elezioni, nel piccolo paese chiamato Italia, ma questa è un’assurdità. Se non usciamo dalla gabbia italiana e se non assumiamo che la democrazia liberale sia giunta alle sue battute finali, nessuna promessa elettorale potrà mai convincere i movimenti e tantomeno attivare processi partecipativi quotidiani. Ripeto, i movimenti voteranno quando c’è da contendere qualcosa — questo è molto chiaro sul piano locale quando ci sono progetti ancorati nei territori, oppure quando il voto serve a dare una sferzata ad autocrati, ecc., come è successo in Ungheria e spero come succederà in Italia. Ma quale testa politica può pensare che sui temi energetici, dell’intelligenza artificiale, della guerra, si possa continuare a dare importanza strutturale al rito del voto nella gabbia Italia? Quello che veramente serve è un progetto rivoluzionario e costituente europeo. Ecco, penso che siamo in una fase cosiddetta “di bassa” non perché siamo stanchi, o perché altre mobilitazioni non possano emergere anche quando meno ce lo aspettiamo, ma perché ci stiamo riorganizzando per contendere le cose importanti di questo mondo, dove c’è il potere vero, e dove la lotta di classe torna a essere viva, cioè l’Europa”.

Ma intanto si preparano nuovi appuntamenti. Nei giorni prossimi assisteremo, molto probabilmente a Roma, ad una manifestazione nazionale della destra fascistoide, per depositare le firme raccolte attorno alla proposta di legge su “remigrazione e riconquista”. Nella città si ventila una forte risposta in cui, al di là dei deliri della destra estrema, inaccettabili anche al più incline a soprassedere ai principi costituzionali, entreranno però in vigore a giugno tano il nuovo Patto su immigrazione e asilo quanto il nuovo Regolamento Rimpatri. L’immigrazione sembra rimanere la costante cartina di tornasole su cui si basa ogni provvedimento repressivo.
“Lo è per le sperimentazioni fatte negli anni dei dispositivi tecnologici di sorveglianza e per le prassi poliziesche messe in campo a mortificare la vita delle persone. Ma è oggi cartina di tornasole di qualcosa di nuovo, cioè la contesa che si è accesa in Europa con quelli che pensano di portare qui da noi il modello Trump. Oggi se dici che sei contro i migranti dici anche che sei per rimanere una colonia americana perché, se il Capo fa la remigrazione, anche noi dobbiamo fare la remigrazione. Invece se dici che sei per un’Europa come già è, cioè multicolore, dici anche che ti vuoi liberare dal Capo. Ecco, il primo è un progetto conservatore, amico dei ricchi e fatto da autocrati, fascisti, suprematisti che ci porterà alla regressione; il secondo è un progetto di liberazione”.

L’ultimo ddl sicurezza, ora legge, si accanirà molto sugli spazi sociali considerati non in regola. Questo potrebbe rimanere terreno unificante di lotta.
“Sì, ma il vero terreno unificante sarebbe votare per un progetto che spazzi via in un solo colpo tutti i decreti sicurezza e che faccia amnistia di tutti i reati comminati negli ultimi 20 anni agli attivisti sociali, climatici, LGBTQ+, sindacali, politici. Chi appoggia questa prospettiva tendenzialmente appoggia anche gli spazi sociali e a livello locale si sforza di trovare soluzioni che non siano di annientamento delle esperienze libere. Ma se gli strumenti amministrativi non bastano, oggi gli strumenti più importanti sono il coraggio e la dignità. Chi sta con gli spazi sociali sta contro il progetto di Meloni. Comunque, gli spazi che più spaventano sono quelli che sono andati ben oltre lo spazio e strutturano nei municipi e nei territori forme di comunità nuove, dispositivi di autogoverno, e quindi attivano la partecipazione quotidiana. Questa è una battaglia per un progetto e serve metterla al centro, perché così si capisce che lo scontro con chi ci attacca non è mera resistenza ma contesa per il progetto di mondo e società, che è ben diverso da loro”.

Non a caso parliamo molto di convergenza con i movimenti che cercano di fermare la guerra globale. Forse si è giunti ad un punto cruciale in cui i Kings e le Queens che ci dominano potrebbero suggellare la loro sanguinosa vittoria o essere finalmente messi in discussione dal basso.
“Le due cose rimarranno legate finché non si troveranno nuovi modi di comandare questo mondo che cambia. Cioè i Re fanno guerra per affermarsi come re. Non credo che ci sarà un’insubordinazione tutta in una volta a livello globale nello stesso momento, almeno non finché non ci saranno le condizioni di un contropotere tecnologico e ancora più democratico all’altezza. Noi in Europa dobbiamo costruire quello”.

Parliamo di questo, della distruzione di ogni regola, dopo aver assistito, con il duplice attacco alla GSF, mentre procede il genocidio palestinese. Anche in tal senso ci sembra di aver assistito ad una reazione pubblica quantomeno insufficiente.
“Anche in questo caso finché non costruiremo il nostro spazio politico, con regole differenti, sarà difficile essere credibili ed efficaci e liberarci dall’idea che siamo tutti occidentali. Noi vogliamo dire che non siamo più l’Occidente, siamo l’Europa che cambia radicalmente. Con il diritto internazionale finisce anche l’idea che lo Stato-nazione sia il punto di partenza di qualsiasi relazione multipolare. Le cose sono diverse. Chi ha più potere comanda di più e non se ne fa niente di organi dove uno dovrebbe valere uno solo perché ha creato uno Stato. Non abbiamo di fronte solo Stati, ma anche imperi, grandi multinazionali, sistemi interi che competono per stare in questo mondo. Noi dobbiamo creare un sistema diverso da tutti gli altri. La Flotilla e le grandi mobilitazioni autunnali dimostrano che abbiamo la possibilità di costruire un’Europa diversa, siamo tanti e determinati, ma dobbiamo mettere maggiormente a fuoco l’obiettivo”.

In quanto ci siamo detti finora il grande assente sembra essere la politica, quantomeno quella presente in Parlamento, tranne casi sporadici. Abbiamo assistito a prese di posizioni maggiori rispetto al passato ma manca un segnale più incisivo, che guardi al futuro.
“I segnali sono importanti, ma come dicevo prima conta lo scarto che si fa dopo aver vinto eventualmente una tornata elettorale, il progetto, quello per cui si sta da una parte o dall’altra. Non mi fido della politica elettorale nazionale perché scommetto che la maggior parte, se dovesse scegliere tra la poltrona nello Stato Italia e l’abolizione della forma Stato in Europa, sceglierebbe la prima a mani basse”. 

Questo perché oltre che un’opposizione, necessaria, occorrerebbe avanzare proposte concrete. Quella sulla tassazione, peraltro minima, dei grandi patrimoni, che ha già raccolto oltre 30 mila firme, potrebbe essere un esempio che va in questo senso.
“Sì. Bisogna prendere dai ricchi per sviluppare un nuovo progetto politico ecologico, comune, transfemminista, confederale. Quella con i ricchi è la linea di demarcazione della storia, purtroppo, ancora valida”.

L’anno prossimo si andrà alle elezioni politiche, anche se non sappiamo ancora né quando né con quale legge elettorale. C’è la possibilità, forse la necessità, di far sì che l’immenso mondo che abbiamo visto nelle piazze e che ha dimostrato di credere poco nella rappresentanza ritrovi fiducia e si dimostri capace di trovare un minimo comune denominatore.
“Credo di aver già risposto. Le persone andranno a votare perché vogliono mandare via Giorgia Meloni, come è stato per il referendum. Da oggi a quel momento però c’è tanto altro da costruire, in primis un progetto di vera liberazione da sognare che si chiama Europa; lo devono fare sia i candidati che i non candidati. Lo devono fare democratici e ribelli, ed è per questo importante avere ampi spazi di convergenza ed alleanza che tengono anche il piano elettorale ma non si riducono a quello. Questo non per alimentare confusione ma perché le forme della politica oggi sono di fronte a uno spartiacque: la fine della democrazia liberale, la fine del piccolo è bello, la necessità di pensare l’Europa e costruire il suo confederalismo tecnologico e sociale. Oggi fase costituente e rivoluzione convivono insieme e per questo non possiamo essere assuefatti alle vecchie regole del gioco che stanno saltando in aria”.

Stefano Galieni

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