Natale Cuccurese, nonostante il forte accento emiliano è nato ad Afragola in provincia di Napoli e da anni è presidente del Partito del Sud, una formazione in cui si coniugano, in chiave fortemente meridionalista, le intuizioni gramsciane e il pensiero di una sinistra progressista capace di connettere tali questioni con l’idea stessa di Europa. Non certo quindi la riproposizione di leghe territoriali che segnano linee di demarcazione ma il tentativo di porre in essere una ricerca e uno sguardo analitico ed interdisciplinare in cui trovino lo spazio che meritano le discriminazioni esistenti all’interno dello Stato italiano e, di conseguenza, nel continente. Ed è assurdo che in pieno XXI secolo ci si ritrovi a considerare la c.d. “questione meridionale”, tanto ai margini delle agende politiche, quanto perennemente irrisolta.
“Consideriamo che addirittura c’è chi parla di questione settentrionale mentre solo i meridionalisti continuano a chiedere di risolvere, finalmente, la secolare ‘quistione meridionale’.
Qualche anno fa Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso rispetto a quello proposto da sempre dai governi nazionali, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l’Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud. Una evidenza alla base del Pnrr, poi sprecato in mille rivoli. La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni”, rete trasporti in particolare che, come risaputo, al Sud non è adeguata. Il Pil del Nord dipende meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud. La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia è resa possibile proprio dai tanto discussi trasferimenti fiscali da Nord a Sud. Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.
Come dimostra un altro studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno. Miliardi che diventano 70,5 l’anno se si aggiungono i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra. Ci sarebbe come trasferimento fiscale dal Sud al Nord anche la formazione dei giovani laureati che emigrano al Nord per lavorare.
Sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce una crescita di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Mentre non accade il contrario. L’aumento del Pil di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi. Investire sulla crescita del Sud comporterebbe un guadagno per l’intero Paese 4 volte maggiore. Un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro).
Secondo molti analisti e studiosi, ‘se l’Italia, dunque, superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo’. Purtroppo, gli appelli ripetuti non paiono aver suscitato particolare attenzione nel Governo attuale che è sicuramente il più antimeridionalista della storia d’Italia. Il Sud oggi sembra quasi una nazione a parte ed è senza una reale rappresentanza politica a schiena dritta. È un limite che non possiamo più permetterci”.
Ma Sud significa una serie di questioni su cui andrebbe creata un’ampia convergenza, dall’aumento della povertà e della disoccupazione, al dissesto idrogeologico, alla crisi demografica che dura da anni e dovuta all’emigrazione dei giovani. Quello che occorre è incontrare inte.
“Come dicevo con questo Governo non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di ‘accendere il secondo motore del Paese’. Viene sempre e solo ‘prima il Nord’ in una visione discriminatoria tipica della destra leghista. E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nell’ultima legge di bilancio del tutto marginale, ignorato, prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via.
Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire ‘niente di nuovo sul fronte meridionale’.
Per tornare alla tua domanda il contesto del Sud, dall’unità ad oggi, non è dissimile ‘a una colonizzazione imperialista’ dove i meridionali non hanno nessuna voce in capitolo. Non è altro che un momento della lotta di classe che si estrinseca attraverso la trasformazione delle masse dei colonizzati in una classe di lavoratori sottopagati. Il fine è quello della costruzione di una massa enorme di forza lavoro a disposizione delle industrie del Nord Italia ed Europa tecnologicamente avanzate e di discarica terzomondista per rifiuti di ogni genere e tipo, a partire dalle scorie nucleari presenti e future, sempre al servizio dei Nord.
In tutto questo quindi per costruire l’alternativa popolare di sinistra alle parole d’ordine: antiliberista, ambientalista, anticapitalista, antifascista, femminista e pacifista, bisogna necessariamente aggiungere meridionalista. Il meridionalismo, infatti, non è una corrente politica, ma un’attività di ricerca e di analisi storica ed economica sulla questione meridionale al fine di risolverla. A mio avviso la sinistra può ripartire solo da Sud. Il Mezzogiorno appare infatti, più che in passato, già all’opposizione, basta solo intercettarne le sensibilità. Bisogna unirsi su più battaglie, con tutti quei progressisti volenterosi di cambiare l’attuale status quo. Non a caso un grande meridionalista come Gaetano Salvemini, nelle Lezioni di Harvard, denunciava le inutili divisioni della sinistra che portarono Mussolini al governo. Oggi però dobbiamo anche tenere presente che gli eredi del fascismo sono già al governo e quindi meglio evitare le divisioni basate spesso su questioni di ‘teologia’ politica che l’elettore non comprende e tantomeno apprezza, ed unirsi, in questo caso sul Mezzogiorno dandogli voce e rappresentanza”.
Mentre scriviamo, i parziali risultati delle elezioni amministrative ci consegnano, soprattutto nel Meridione, un’idea non scalfita di consenso alle destre, contemporaneamente il recente risultato referendario, hanno mostrato, nelle stesse zone una grande capacità di mobilitazione per la Costituzione. Una contraddizione su cui interrogarsi.
“In realtà se guardiamo le ultime elezioni politiche nazionali e regionali notiamo che il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti, molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord). Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti, i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto ‘voto di scambio’. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.
D’altra parte, come ho illustrato in dettagliati articoli in un recente passato i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto (cittadini emigrati al Nord che mantengono la residenza al Sud) e rappresentanza (candidati del Nord ‘paracadutati’ in collegi sicuri al Sud), per cui inutile stupirsi. Nel Mezzogiorno in realtà FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Altra cosa sono le elezioni Amministrative dove entrano in gioco fattori locali. Anche i dati dell’alto astensionismo al Sud, fantasiosa creazione dei media di regime per alimentare pregiudizi e razzismo contro i meridionali, se depurati del dato dei fuorisede si allineano a quelli del resto del Paese”.
C’è da pensare che dal referendum potrebbe anche emergere il segnale giusto per fermare autonomia differenziata, modifica della legge elettorale, corsa al premierato, l’impianto su cui insomma si fonda il progetto egemonico a destra.
“Il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte, parla dei diritti sociali. Purtroppo, è proprio la parte che attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio reale ora è che con l’autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza. È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte, tutta Italia è Sud, Sud d’Europa. Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno all’ultimo Referendum sulla giustizia il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%. In altre parole, Meloni e la sua proposta antipopolare e servile è stata messa alla porta e la Costituzione difesa. Una risposta che non deve creare illusioni, ma comunque infonde speranza nella possibile risoluzione della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. La modifica della legge elettorale, vedremo poi cosa verrà proposto di preciso, così come il premierato, vanno nella direzione di smantellare la Costituzione e contengono una componente eversiva tipica della destra, da sempre avversa alla Costituzione nata dalla Resistenza”.
Ma mentre intravediamo una speranza siamo immersi in una economia di guerra che ha portato l’Italia a divenire fanalino di coda in Europa nella crescita economica. A pagarne le spese sono le regioni più povere del Mediterraneo per cui si dovrebbe immaginare un cambio di rotta e prospettare un futuro.
“Quello che intravediamo oggi è fatto di miseria ed emigrazione forzata, tanto per cambiare. Meloni sa benissimo che grazie alla propaganda a getto continuo propalata da Tg servili e grazie ai ‘giornalisti’ proni annidati nelle redazioni dei giornali nazionali e locali può dire qualsiasi enormità, tanto ben in pochi avranno l’ardire di contraddirla. Così la maggioranza delle persone, che non hanno tempo o voglia di approfondire, non solo credono a simili fanfaluche, ma molti addirittura la votano. Peccato che Regioni del Sud come Calabria e Sicilia, guarda caso governate dal centrodestra, sono attualmente ai primi due posti in Europa per cittadini in condizioni di povertà. Non parliamo poi dell’emigrazione, soprattutto giovanile, che sta portando il Mezzogiorno alla progressiva desertificazione. Come afferma Meloni ‘possiamo fare sempre meglio e sempre di più’, ma alla frase si dovrebbe aggiungere ‘per affossare il Sud’, ad esempio con l’autonomia differenziata. Altro che Costituzione, altro che Italia unita, altro che frottole.
La questione meridionale si trascina da 165 anni e l’unica risposta che giunge dal governo è l’apartheid economico e sociale, per legge, verso i cittadini (evidentemente di serie B) del Mezzogiorno, grazie all’autonomia differenziata. Con quasi la metà della popolazione a rischio povertà (48,8%), la Calabria è la regione dell’Unione europea a più alto rischio di povertà o esclusione sociale, oltre il doppio della media europea, ferma al 21%. Fanno peggio solo i territori coloniali francesi d’oltremare, ma nel territorio europeo dell’UE – afferma da tempo Eurostat – non c’è area che faccia peggio del Mezzogiorno d’Italia. Al secondo posto in questa classifica di rischio povertà troviamo la Sicilia, col 40%.
A proposito di povertà non bisogna dimenticare poi che le fantomatiche gabbie salariali, richieste a gran voce e da anni da leghisti e liberisti vari, in realtà, come spiego da tempo, sono già in uso da anni e comportano già oggi, a parità di lavoro svolto, un salario più basso al Sud, come dimostrato da uno studio dalla CGIA di Mestre. Infatti, al Nord a parità di lavoro si guadagna in media il 50% più che al Sud, in media 8.459 € all’anno. In più al Sud si pagano le stesse tasse del Nord, ma i servizi mancano! Ma è poi vero che al Sud ‘la vita costa meno’? No! Soprattutto se consideriamo la scarsità di servizi: sanitari, scolastici, culturali e ricreativi, impiantistica sportiva, mercato (energetici, assicurativi), pubblici essenziali, collegamenti. Inoltre, i mutui al Sud costano fino al 2,5% in più che al Nord. Di conseguenza si impennano i costi da sopportare, anche perché spesso si è obbligati a rivolgersi ai privati, in misura molto maggiore rispetto alle città del Nord. A ciò si aggiunge che la tassazione regionale e comunale che grava sui cittadini del Sud è molto più alta a causa degli scarsi trasferimenti dello Stato. È una vergogna tutta italiana!”.
Una prospettiva potrebbe offrirla il Mediterraneo, che invece di essere area di conflitti, naufragi provocati, frontiere che si innalzano, ha l’opportunità di divenire spazio di rilancio. Lo sguardo europeo dovrebbe poter guardare da quella parte e incrementare politiche di pace, scambio, cooperazione paritaria.
“Credo che questa possibilità sia sicuramente da supportare, temo però che i soliti egoismi nazionali ed europei non lo permetteranno. Porto un solo esempio: con la normativa Ets i porti a essere maggiormente penalizzati sono quelli italiani a partire da quello di Gioia Tauro e del Mezzogiorno in generale. D’altra parte, i governi italiani, da sempre all’inseguimento di teorie bocconiane e ancor più di folli teoremi suprematisti leghisti, continuando a non investire e non collegare i porti del Sud hanno perso l’occasione di far crescere l’intero Paese. Agendo così hanno infatti permesso alla marocchina Tangeri di diventare il primo porto merci del Mediterraneo, non investendo nei porti italiani al centro del Mediterraneo, come Augusta, porto con fondali che non si insabbiano e molto profondi, o Gioia Tauro. Porti che non sono collegati con il resto dell’Europa, e quindi non riescono a crescere, visto che non è stata completata quell’alta velocità, che qualcuno impunemente ha fatto fermare a Salerno per risparmiare i quattrini necessari a collegare ‘quattro cialtroni meridionali’, non capendo che in questo modo castrava il Paese. Ora la UE, con le sue politiche da sempre a favore dei paesi del Nord Europa, sfrutta l’occasione fornita dai miopi politicanti antimeridionali italiani al governo per dare il colpo definitivo a Gioia Tauro e al Sud, affossando così anche l’intera Italia. Non sia mai che si metta in discussione il primato del porto di Rotterdam…”.
Ma ci troviamo ancora in mezzo, fra un centro sinistra spesso fatalista e inadeguato a sfide ambiziose e una destra che, su scala globale, sta imponendo un neoliberismo nazionalista e autoritario. Servirebbe uno scatto di coraggio ed anche la disponibilità ad una forte autocritica.
“In questo scenario desolante lasciano ben sperare le parole della Segretaria Pd Schlein che subito dopo le elezioni regionali di qualche mese fa con le vittorie del centrosinistra in Campania e Puglia, evidentemente ben conoscendo i dati e le considerazioni di cui sopra relative alle politiche 2022, ha dichiarato che: ‘Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata’. A mio avviso non rimane ora che dar seguito a queste parole con una coalizione ampia e con visione meridionalista, perché, a proposito delle politiche 2027, il Sud, con ogni probabilità, deciderà chi vincerà. Non soltanto nel suo perimetro ma in tutto il Paese. Così come è avvenuto con l’ultimo referendum sulla giustizia”.
Ma per riavere credibilità occorre anche lanciare proposte concrete, che diano idea di un cambiamento reale. La proposta di tassazione dei grandi patrimoni potrebbe essere un tassello, se verrà raccolto.
“Sicuramente è una proposta condivisibile, già presente in quasi tutta Europa. Una scelta indispensabile per garantire risorse alle politiche pubbliche e ridurre l’enorme iniquità delle nostre società. In Francia, pochi mesi fa vi è stato l’appello di 7 premi Nobel per l’introduzione di un’imposta minima sui patrimoni, così come in Inghilterra, con il governo che considera l’introduzione di una patrimoniale che vede il 75% della popolazione a favore. In Italia di tutto questo non vi è traccia sui media. Il problema non si pone, con i ceti più poveri, in gran parte preda di una informazione ‘drogata’, che sono pronti anche alla morte pur di difendere le proprie catene e soprattutto i beni e i privilegi di pochi oligarchi e dei loro sodali politici. Non siete felici di vivere in uno Stato che non spende per i suoi cittadini e anzi gli sottrae soldi a tutto spiano? Così da poterli sperperare ad esempio in armi, così come chiedono Nato, Usa ed Europa? Mentre se sei un miliardario straniero o una multinazionale è tutto esentasse, per non parlare delle aziende italiane che per pagare meno tasse portano la sede legale in un paradiso fiscale. Ma guai a parlare di patrimoniale…”.
Stefano Galieni