Genovese e genoano, come ci tiene a ricordare, Walter Massa, presidente nazionale dell’ARCI, ha sempre svolto un ruolo molto attivo in quel mondo complesso, articolato e pieno anche di contraddizioni, che porta i corpi intermedi reali a scontrarsi con le reali emergenze sociali, politiche, culturali, cercando di trovare soluzioni.
Lo abbiamo incontrato anche per comprendere, secondo il punto di vista di una organizzazione solida, come quella da lui presieduta, che ha una lunga storia nel Paese, si trovi ad interagire e per certi versi anche ad essere modificata nell’esplodere di movimenti che, per loro natura hanno inevitabilmente carattere carsico.
“Dal mio personale punto di vista, per rispondere a questa domanda, devo partire guardando un pó indietro. Il cambio di fase è avvenuto dopo la pandemia. Penso che quello sia stato il punto; almeno per l’ARCI. Prima c’era un mondo distante e in affanno, autistico, che viveva in una fase si carsica, come dici tu, ma di stanca, in attesa di un cambiamento e di qualcuno che lo interpretasse. Noi in poco tempo ci siamo ritrovati a passare dal rischio di chiudere l’ARCI a vivere in un boom dell’associazione, sia quantitativo che qualitativo. Il bisogno di socialità, dopo il lockdown, è cresciuto, si è tramutato in necessità di vita che si faceva sempre più forte. Lodico come fosse uno slogan, ma non lo è: prima pensavamo che il ruolo associativo consistesse nel mettersi insieme per fare cose utili per la comunità. Dopo è diventato il cercare le cose utili da fare per ritrovarci insieme. La questione non ha riguardato solo noi. Penso alle ACLI, con cui il rapporto si è intensificato anche per il fatto che le nostre due realtà hanno carattere popolare e generalista, un po’ come i partiti e hanno vissuto le medesime condizioni. Il cambio di legislazione, inutile negarlo, ci ha condizionato offrendoci nuove opportunità ma mettendoci anche in difficoltà. Dobbiamo dimostrare maggiore professionalità pur avvalendoci in gran parte del volontariato, aumentare la burocrazia e al tempo stesso far sì che emergesse ciò che è associazionismo vero non lo è mai stato, determinando una nuova fase del nostro mondo nel Paese. Sui movimenti ci ritroviamo oggi immersi in una grande convergenza, cercando di far convivere ciò che è già organizzato e ciò che non lo è ma il punto di partenza è quello di prima: il post pandemia. Questo ci ha permesso di fare anche passi avanti nel mondo della politica. Si veda il referendum costituzionale. Abbiamo vinto con un attacco a tre punte: i magistrati, la ‘società civile’ e i partiti. Questo, secondo noi rappresenta un segnale importante per il futuro”.
Ed il tema, come il termine, della convergenza sembra poter costituire un investimento importante, certo ragionando sul fatto che va rafforzato e ampliato anche nelle tematiche in cui si realizza.
“Si tratta di un patrimonio comune. Un bene comune da tutelare. Quando penso ancora al referendum, alle mobilitazioni No Kings, a Stop Rearm, penso che abbiamo fatto un grande passo in avanti. Dopo l’invasione russa in Ucraina, il 7 ottobre e tutto quello che ne è conseguito, anche il nostro approccio si è modificato, costringendoci a non guardare a singoli fatti separati. ad esempio: un conto è essere pacifista in tempo di pace, un altro in tempo di guerra, poiché guerra, riarmo, genocidio e autoritarismo non sono colpe dei singoli Stati e/o Governi ma sono il frutto di una politica internazionale precisa che vede nella violenza del turbo capitalismo il centro da difendere. E che coinvolge e sta coinvolgendo più Governi nel mondo. La convergenza, dunque, diviene strumento e risulta sempre più ampia; per questo si tengono il genocidio a Gaza, l’autoritarismo in casa nostra, il riarmo europeo e le guerre. E tutte queste posture attengono all’identica logica militare di guerra e di repressione. Noi abbiamo rischiato con la guerra in Ucraina e poi col 7 ottobre di essere messi all’angolo da questa controffensiva reazionaria in crisi. Per uscirne dovevamo assolutamente rompere con l’idea che il conflitto esteso fosse la normalità, metterlo profondamente in discussione in maniera concreta, facilitare appunto la convergenza, anche attraverso salti e rotture. Oggi forse lo diamo per scontato ma è stata una riconquista sul piano culturale prima che politico”.
Tenendo conto che la guerra in Ucraina è fonte di divisione profonda, anche nel nostro campo.
“Certamente ma una associazione come la nostra (e anche il buon senso aggiungerei ma qui entriamo in un capitolo scivoloso) non può accettare la logica di fare “di tutta un erba, un fascio” accentrando che gli ucraini siano tutti nazisti e quindi giustificare l’invasione. Altresì non potremmo mai lanciarci e abbracciare il fervore bellico che a più riprese ammanta ogni discussione. Tutt’ora il tema è problematico ma va affrontato per quello che è, senza infingimenti e anche con un po ‘di coraggio”.
A Massa poniamo un timore molto recente: dopo l’attacco terroristico alla Global Sumud Flotilla ci sono state tantissime manifestazioni immediate, ma non ci è sembrato di cogliere quell’eccedenza che avevamo visto nell’autunno scorso. In molte piazze si sono riviste soprattutto le organizzazioni e il loro mondo di attiviste e attivisti, come se dopo una grande ondata si fosse verificata una risacca.
“Il rischio c’è ma per la GSF vale la carsicità dei movimenti di cui parlavo prima. Noi abbiamo visto, in tempi recentissimi, col referendum, che la sensibilità nell’opinione pubblica per la difesa della costituzione e del diritto internazionale permane. C’è uno scollamento visibile fra opinione pubblica e questo governo. Il movimento di cui parli tu c’è e si fa vivo quando le battaglie sono percepite e ritenute giuste. E soprattutto permettono concretamente di fare la propria parte e incidere. Le persone vogliono esserci al punto che è anche diminuita la diffidenza verso i partiti, a mio modesto avviso.
Anche se qui mi permetto di sollevare, in maniera problematica, una questione che forse esula. La diffidenza diminuisce se si può scegliere concretamente. Anche scegliere le persone. Per adesso giochiamo in un altro campionato salvo rare occasioni. Ed è anche per questo che la diffidenza permane. In questo attuale sistema ti devi affidare alle decisioni prese da un non meglio precisato chi è da un non meglio precisato dove. Vogliamo parlare della crisi di Forza Italia? Abbiamo davvero capito cosa sta succedendo? E che forse la definizione ‘partito-azienda’ non era un modo di dire? Due anni fa le ACLI hanno presentato due proposte di iniziativa popolare su riforma dei partiti e partecipazione e oggi diversi settori del mondo cattolico si interrogano sulla legge elettorale come elemento centrale di garanzia per tutte e tutti. Questo è il tema per cui non ho una soluzione definita, ma che va affrontato con urgenza se vogliamo affrontare la questione democratica. Ma, tornando a quanto dicevi, va considerato anche un secondo elemento rispetto a quest’ultima missione della GSF. Non è stata innescata con una iniziativa una di popolo come accadde con la raccolta di generi di prima necessità coordinata da Music for Peace a Genova. La partecipazione diretta, l’attivismo diretto non ha fatto da innesco. È un fatto. Ovviamente noi l’abbiamo appoggiata ugualmente e ne riconosciamo il valore, ma si avvertiva da subito una differenza e una spinta popolare differente. E nessuno si è stupito più di tanto di quello che poi è accaduto, compreso l’arresto illegale dei due compagni che hanno un ruolo importante nella GSF. Credo che l’insieme di queste cose abbia depotenziato le mobilitazioni di questi giorni. Non c’è meno attenzione, sensibilità, solidarietà, ma mancava la spinta partecipativa. L’operazione era da guardare più che da sostenere. E per il nostro mondo questa cosa è mortale”.
Con Walter Massa ci si può permettere di passare agilmente da un tema all’altro restando legati ad un filo comune. In molte e molti si sono un po’indignati quando, dopo il risultato del referendum c’è stata la corsa ad appropriarsene. Lo hanno fatto non solo i partiti ma è stato una sorta di tentativo generale di appropriarsi della scelta di quei due milioni e rotti di persone che hanno scelto di recarsi alle urne e di votare un secco no.
“Un’indignazione giusta che condivido. Insieme ad ACLI, Libera, ANPI e Pax Christi, lo abbiamo scritto subito. C’è stato un referendum sulla magistratura ora ne servirebbe uno sulla giustizia che colpisce solo i più deboli. E abbiamo anche detto chiaramente che non c’è nessun automatismo tra il risultato ottenuto e il futuro che dobbiamo costruire. Del resto dopo 48 ore, anche dai Partiti che avevano iniziato a parlare di primarie, è arrivato un cambio di atteggiamento salutare. Il nostro auspicio è che non tutto finisca con l’essere misurato con le leadership. Penso che le forze politiche debbano incontrare intanto quelle sociali e delineare dieci punti per il Paese.
Noi dell’ARCI abbiamo posticipato il nostro congresso per restare nel merito delle elezioni politiche nazionali e ci mettiamo a disposizione come terreno di dialogo. Questa è la vera sfida iniziale da fare. Poi potrà avvenire tutto, anche le primarie perché in fondo anche quella è occasione di partecipazione. Il mondo politico sociale progressista può fare tanto partendo anche da quello che si è fatto in questi ultimi anni. Penso alle mozioni congiunte presentate in parlamento per la fine del genocidio e il riconoscimento dello Stato di Palestina, al lavoro comune messo insieme con parlamentari e giornalisti, se il terreno di confronto diventa quello si possono fare moltissime cose. E non ci deve essere un solo tema prioritario se non quello di lavorare per costruire un’altra idea di Paese. La destra lo ha già messo in campo, ha una visione internazionale forte e nera. Sì, in alcuni paesi sta perdendo terreno ma dobbiamo stare molto attenti. Io, ad esempio, credo che movimenti come quello di Vannacci non vadano considerati come una macchietta ma un pericolo serio. A noi spetta il compito di proporre una alternativa per costruire un’Europa e un’Italia più giuste, eque, in cui il benessere venga redistribuito.
Ho apprezzato molto la proposta in cui vedo molto impegnata Rifondazione del ‘tax the reach’, si può e si deve fare. Ci sta riuscendo anche Mamdani. Ma questo significa avere uno sguardo rivolto al mondo da un determinato punto di vista. Non possiamo accettare la governabilità a tutti i costi né è pensabile educare il capitalismo. Occorre ragionare di come mettere in campo un’alternativa vera che non è soltanto nella radicalità delle proposte. A Milano, alla quinta edizione di eQua, abbiamo lanciato la parola d’ordine “hackeriamo il capitalismo”. Lo hackeriamo perché è iniquo, instabile, inquinante, produce solo diseguaglianze. Ma dalla critica bisogna passare all’azione, organizzando il cambiamento proponendo alternative sociali e culturali, incentivando il mutualismo, le pratiche cooperative, la nascita di movimenti. Le persone non sono stupide e non sono tutte fasciste. Dobbiamo partire da questo se vogliamo imprimere una svolta e riacquisire credibilità”.
Difficile non concordare servono però segnali forti di discontinuità col passato.
“Ovvio, non si possono ripetere gli errori già fatti e si deve avere il coraggio di fare scelte forti, capaci di determinare anche un altro senso comune rispetto a quello dominante. Altrimenti non si va da nessuna parte”.
Avendo citato Rifondazione – il presidente dell’ARCI è intervenuto lo scorso anno al suo congresso nazionale con un intervento molto forte – concludiamo chiedendogli di cosa pensi rispetto alla proposta concretizzata di un fronte antifascista e costituzionale. Un tema che non riguarda solo il PRC ma la quantità di soggettività oggi escluse dalla politica che potrebbero contribuire ad un ampliamento significativo, anche se complesso di un rinnovato scenario politico e non solo.
“Devo dirti che l’allargamento è utile e necessario ma soprattutto che questa è la fase più propizia, grazie anche al ruolo dei movimenti e dell’associazionismo, perché si possa realizzare. Non ho la sfera di cristallo e non so dirti se ci riusciremo ma c’è maggiore sensibilità e avverto il tentativo, come dicevi tu, di non ripetere gli errori del passato. È un allargamento di cui si avverte il bisogno e che forse ha permesso di rompere certi tabù. Secondo me è il momento giusto per realizzarlo, ci sono le condizioni e Rifondazione ha colto anche il momento. Solo due anni fa sarebbe sembrato impossibile. Ma le condizioni che vedo non sono una certezza. Se ci si riuscirà o meno è tutt’altra cosa e chiama alla responsabilità di tutte e tutti”.
Stefano Galieni