editoriali

Con quella faccia un po’ così

di Stefano
Galieni

Il richiamo è ad una canzone che, per l’autore, aveva ben altro significato. Eppure, c’è da domandarselo, in maniera schietta, con quale faccia torniamo a Genova in queste torride giornate di luglio? Il ricordo? Il rimando ad una stagione splendida e crudele? La possibilità di far riconvergere in un luogo simbolo, energie vecchie e nuove intenzionate a riaffermare che un altro mondo non solo è possibile, ma diventa, per ogni ora che passa sempre più necessario? Proviamo a dipanare, in maniera non certo esaustiva, una matassa complessa, sfilacciata, piena di nodi mai sciolti e di percorsi spezzati che si ritrovano quanto di vie apparentemente nuove che si affacciano. Per chi scrive, ricordare quei tre giorni di luglio di 25 anni fa, la gioia iniziale di poter auspicare ad un mondo senza frontiere, la militarizzazione della città, l’omicidio volontario di Carlo, i tanti e le tante che non fuggirono, la Diaz e Bolzaneto, rappresentarono – col senno di poi e con gli antecedenti a Napoli – quanto sarebbe potuto accadere a chi dissentiva e faceva pesare il fatto di essere una folla immensa. Ma poi?
Chi c’era e non si tirò indietro aveva compreso perfettamente la portata della globalizzazione liberista, quella che fa circolare merci e capitali ma sbarra l’ingresso o quanto meno la seleziona, alle persone, dividendole in sfruttabili o meno, in una oscena gerarchia. Aveva persino intuito i filoni portanti che andavano a ridisegnare il pianeta: la guerra, di cui ci accorgiamo bene da poco solo perché l’odore degli ordigni è più vicino e le spese per sostenerla peggiorano le nostre vite. La frammentazione dei corpi intermedi e poi di qualsiasi forma di possibilità di aggregazione sociale che poteva nuocere a chi era convinto delle proprietà salvifiche del libero mercato (a destra come a sinistra), l’autoritarismo come fattore costante delle nostre vite, capace di trasformare le nostre città, la nostra urbanistica, persino tante coscienze iniettando il veleno mortale della paura costante dell’altro. Lo avevamo capito bene ma poi?
A chi afferma – anche con buon senso – che ogni movimento è per sua natura carsico, sparisce e poi riesplode, andrebbe detto che questo non spiega il silenzio che, salvo lodevoli eccezioni, ha regnato in questo Paese per almeno venti anni, un torpore da cui forse – sottolineo forse – qualcuno sta provando a tirarci fuori. Provando ad accennare una rozza cronologia, dalla fine delle grandi manifestazioni contro le guerre, fino a poco tempo fa, poco o nulla si è mosso, nonostante catastrofi umanitarie, politiche, disastri ambientali e sociali, abbiano dominato e dominano ancora le nostre vite. E si è creato uno iato di cui ancora è difficile comprendere l’ampiezza, quasi un fossato carico fra una generazione che forse, finalmente, sta irrompendo, e quella passata che, oltre a frammentarsi in mille rivoli per personalismi, iperboli politiciste e/o antagoniste, riflussi di diverso tipo, non è stata in grado di costruire memoria, foss’anche per segnare gli errori e le carenze da lasciare come monito, dopo la sconfitta.
Anni fa, uno di quelli che con il G8 muoveva i suoi primi passi e che di quel contesto è stato lucidissimo narratore, faceva notare che buona parte degli strumenti, delle narrazioni, dei materiali provenienti da quei giorni di 25 anni fa, oggi non sono più reperibili. Elencava testate che sono state capaci di raccontare da dentro quell’immenso calderone come Liberazione, Carta, siti come Indymedia, oggi non più consultabili, il cui materiale raccolto è andato in gran parte perso. Come fa, chi oggi ha meno di 40 anni a sapere cosa è accaduto se la fonte resta quella dei vincitori, della comunicazione mainstream, di una spettacolarizzazione mercificata assolutamente non in grado e non predisposta per raccontare il durante, il prima e il dopo quelle giornate di luglio? Poche e preziose tracce, ma per il resto il deserto.
Ed è in questo deserto che rischia di divenire un baratro incolmabile lo iato cronologico. Nei prossimi giorni andranno/andremo a Genova, in molte e molti che quelle giornate le hanno consumate con tutta la forza possibile, che magari hanno avuto anche un ruolo, che rivendicano giustamente quella fase come fondante, anche per la storia del Paese, quella di chi, per ora, è vinto. Col passare degli anni – questa è una considerazione personale – ritrovarsi a Genova ha assunto, più di una volta, il sapore amaro della nostalgia, di un amarcord incompiuto, di chi passa in alcune vie e ricorda ancora l’odore acre della repressione e, spesso del dolore. Sovente il numero dei partecipanti è scemato, per numerose ragioni, tante quante furono quelle di coloro che allora c’erano. E qui sorge la prima domanda per ora senza risposta, non possedendo facoltà divinatorie. Siamo certi che il fatto che siano trascorsi 25 anni, una cifra simbolica, possa divenire fattore attrattivo? C’è da dire che, da tempo, la città ospita numerose e spesso valide iniziative, soprattutto di carattere culturale, che di fatto riportano al centro la memoria. Ma capire quanto queste saranno capaci di mobilitare e di uscire dai confini del capoluogo ligure non è facile.
Qualcosa potrebbe riservare sorprese: l’anno trascorso ha visto di nuovo le piazze riempirsi, contro guerra e riarmo, contro la repressione, il genocidio di Gaza e non solo. Ed in gran parte, a riempire le strade di ogni piccola o grande città, ci sono state e ci sono ragazzi e ragazze che 25 anni fa non erano nemmeno stati concepiti. Nell’assemblea “No Kings” che si terrà il 18 luglio, si proverà a ritrovare convergenza fra passato, presente e futuro. Una scelta ponderata o un azzardo, se si pensa che negli ultimi mesi anche le mobilitazioni dell’autunno passato si sono in parte ridimensionate? I due poli passato vs presente riusciranno a parlarsi non per rifugiarsi nella simbologia ma per elaborare strategie concrete nell’immediato? Una grande scommessa. La manifestazione della domenica successiva sarà in grado di mantenere, anche con la presenza di soggettività diverse, la stessa portata? Le diverse generazioni vorranno incontrarsi il lunedì a Piazza Carlo Giuliani “ragazzo”, non solo per un tributo ma e soprattutto, per continuare il cammino? La risposta a questi quesiti è anche, ma non soltanto, di carattere quantitativo. La storia ufficiale, quella dei vincitori, vuole rimuovere Genova, confinarla in un ambito residuale e da addetti ai lavori, che non contamini la “generazione Gaza”. È il lavoro che spetta all’avversario di classe. Ma chi allora “camminava domandando” e magari anche “domandandosi”, ha intenzione di intercettare chi oggi prova a camminare usando linguaggi, prospettive, mezzi anche diversi, chi nella frantumazione ci è nata/o, ha scoperto la bellezza del ritrovarsi insieme, anche di notte, dalla stessa parte contro un’ingiustizia? Non bastano belle parole come “ascolto” e “umiltà”, occorre un salto enorme ed è difficile prevedere se Genova del 2026 potrà o meno vederlo ed esserne elemento propulsivo.
Ci aspettano al varco: un flop nella partecipazione, un rincorrere ritualità stantie, ogni forma di malessere sarà utilizzato contro chi, di cambiare il mondo che in questi 25 anni è soltanto peggiorato, continua a crederci. E contro chi, ripeto, con i propri codici, parte dall’assunto che ad un mondo orrendo come questo non ha intenzione di arrendersi. Dubbi, incertezze, perplessità legate tanto al vecchio che rimane quanto al nuovo che avanza restano e pesano come macigni, ma non possono divenire ragione per fermarsi. E allora si va a Genova, con quella faccia un po’ così

Stefano Galieni
P.S. peccato non poterne parlare con chi ci ha lasciato pochi giorni prima. Qualche riflessione, Anubi, ci avresti costretto a farla.

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