editoriali

La lotta alla globalizzazione capitalistica viene da lontano ed è lotta per i diritti globali

di Roberto
Musacchio

C’è un addensarsi di forze che, in forme e gradazioni ideologiche e politiche diverse, si definiscono sulla base di una lettura della globalizzazione capitalistica che sarebbe un portato comune delle destre e delle sinistre mondiali definite entrambe globaliste, woke culture e quant’altro.
A 25 anni da Genova e a quasi 30 anni da Seattle, questa “teoria” politica appare “strana” rispetto a quella che è stata la realtà che abbiamo vissuto.
Quando, nel 1999, ci sono le giornate di Seattle, contro il Wto, entra nella visibilità massmediatica quello che viene chiamato precisamente il movimento no global. Nome che si alterna con quello di alterglobalista. In piazza ci sono molte organizzazioni del mondo del lavoro, contadine ma non solo. Si contrappongono frontalmente alla globalizzazione liberista che corre sulle gambe della finanza e del commercio, con le strutture tecnocratiche proposte alla loro gestione funzionale agli interessi capitalistici che tendono a sostituirsi alle istituzioni democratiche. E a sostituire le regole mercatorie a quelle costituzionali e democratiche. Questi movimenti si incrociano con quelli pacifisti che hanno caratterizzato gli anni ’80 del’ 900 e, insieme, colgono l’intreccio tra guerre militari, economiche e sociali, in una guerra preventiva e permanente che è poi guerra di classe rovesciata. E si innervano col pensiero sul nuovo socialismo e sul nuovo internazionalismo che si organizza intorno a Porto Alegre e al forum sociale mondiale. Sono movimenti che contestano l’approccio prevalente nel mondo social democratico che legge la globalizzazione come prosieguo della “normale” tendenza del capitalismo allo sviluppo che non si può negare (la globalizzazione è come le stagioni, è una frase di Mandela che viene abusata) ma va gestita. Ma a differenza del vecchio “soviet e elettrificazione” i soviet sono scomparsi dall’orizzonte  socialdemocratico, ma anche il socialismo come prospettiva viene dismesso in particolare nella costituenda UE di Maastricht. I movimenti no global sono dunque una alternativa sia al capitalismo finanziario globalizzato sia alla deriva socialdemocratica. Come dicevo, hanno una forte presenza del mondo del lavoro, compreso quello dei migranti. Quasi d’istinto, direi di classe, sostengono la globalizzazione dei diritti contro la globalizzazione del capitale. Cioè pensano che le frontiere aperte per i capitali e chiuse per il lavoro servono a sancire rapporti di forza che rendono il capitale dominante e il lavoro ricondotto alla servitù della gleba, da cui il capitalismo nascente lo aveva tirato fuori e quello attuale lo ricaccia. È questa asimmetria che indica il rovesciamento della lotta di classe. Per tornare a rovesciarla occorre, dice il movimento, togliere potere al capitale e allargare i diritti del lavoro e delle persone. Non è dunque un caso o un’opzione “woke” che le giornate di Genova si aprano con il corteo dei migranti. Anzi, è la giusta lettura di classe, internazionalista socialmente, che il Capitalismo sta regredendo e vuole che tutto il lavoro sia di riserva ed alla mercé è che non sono certo le frontiere a tutelarlo. E qui si apre anche il tema della cosiddetta cultura woke (termine per altro che viene dalle lotte afro americane) che viene contestata dai nuovi soggetti che prosperano oggi. I movimenti contro la globalizzazione al contrario hanno realizzato l’incontro tra la storia woke e quella che si chiama intersezionalità e cioè l’alleanza dei diritti sociali e civili, del lavoro, dell’ambiente, delle persone. Per altro i movimenti costruiscono pensiero e pratiche  complesse, come ad esempio con l’idea della sovranità alimentare che lega precisamente i vari diritti. D’altronde il vero salto nella globalizzazione del lavoro più che dalle migrazioni, con numeri crescenti ma nel trend storico, avviene con l’entrata nella Cina proprio nel Wto. A quel punto il mercato globale acquisisce centinaia di milioni di nuovi lavoratori immessi. La cosa che colpisce di questi nuovi movimenti che contrappongono alla globalizzazione liberista non quella dei diritti ma una presunta protezione statuale è che la cosiddetta deglobalizzazione in atto, usata a sostegno delle proprie tesi, in realtà non è assolutamente tale. Il capitalismo finanziario globalizzato resta un dominus assoluto e intoccabile. Gli assetti statuali divengono invece da luoghi del compromesso sociale quelli della forza messa al servizio della competizione inter imperialistica o tra Potenze e comunque di mantenimento del rovesciamento della lotta di classe a cui si aggiunge il securitarismo funzionale al bellicismo come nuova costituzione formale e sostanziale degli assetti statuali. Non a caso il fascismo, espressione di una fase similare del capitalismo avvenuta nel primo ‘900 torna attualissimo.
A 25 anni da Genova certi “nuovi movimenti “ sono purtroppo manifestazione di una crisi ma anche il rischio di un’ulteriore regressione. Francamente non possono certo pensare di avere qualcosa da insegnare in termini di lotta alla globalizzazione capitalistica a chi l’ha fatta da 30 anni, nelle forme giuste di una Rivoluzione globale fondata sui diritti e il cambiamento di classe del Potere, e per questo ha incontrato una reazione feroce che oggi arriva al fascismo. A Genova ci sarà l’occasione per ricordarlo e rilanciare la sfida, prima di tutto per fermare il fascismo e la guerra.

Roberto Musacchio
 

Articolo precedente
intervista a Walter Baier

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.