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Con Andy Burnham il “manchesterismo” va alla conquista del Labour

di Alessandro
Scassellati

Andy Burnham, il probabile successore del Primo Ministro Keir Starmer dovrà affrontare le stesse sfide della stagnazione economica, dei servizi pubblici cronicamente sottofinanziati e dell’ascesa del populismo della destra reazionaria. Burnham afferma di voler porre fine a 40 anni di neoliberismo, ma un paese amareggiato, disaffezionato, polarizzato e stressato sarà disposto a concedergli il tempo necessario?

Il panorama politico del Regno Unito ha subito una scossa sismica destinata a ridefinire gli equilibri del potere a Westminster e a Downing Street n. 10. L’elezione suppletiva (by-election) svoltasi nel collegio di Makerfield (un insieme di sobborghi, villaggi e aree residenziali attorno a Wigan, un’ex area mineraria del nord dell’Inghilterra) il 18 giugno 2026, ha sancito lo straordinario e schiacciante successo elettorale di Andy Burnham (56 anni), ex parlamentare blairiano e ministro della Sanità con Gordon Brown. Questa vittoria, trainata da un fortissimo profilo personale e da una campagna elettorale radicata sul territorio, non ha rappresentato soltanto un successo locale, ma ha formalmente spianato la strada alla scalata di Burnham verso la leadership nazionale del Partito Laburista e alla carica di Primo Ministro.

Sarà il settimo del Regno Unito in 10 anni, dal referendum sulla Brexit, con Axios che parla di “decennio perduto della Gran Bretagna”. Dieci anni dopo aver votato per “riprendere il controllo“, la Gran Bretagna rimane intrappolata in un ciclo di bassa crescita, afflitta da attriti commerciali, prezzi elevati, servizi pubblici sotto pressione e un elettorato ipersensibile che non tollera praticamente alcun fallimento politico. Dieci anni di caos sistemico hanno dimostrato che incanalare la rabbia anti-establishment è relativamente facile, ma governarla è praticamente impossibile. Tra i numerosi passi falsi del Partito Laburista, il più grave è stato senza dubbio l’incapacità di affrontare la crisi del costo della vita (i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 50% in 5 anni, una situazione aggravata di recente dalla guerra all’Iran). Il Partito Laburista promise “cambiamento” quando salì al governo nel 2024, ma, timoroso dei gestori del mercato obbligazionario e dei loro sostenitori nei media di destra, continuò con le politiche neoliberiste di austerità e di compressione salariale del suo predecessore conservatore.

Con l’elezione alla Camera, Burnham ha ufficialmente rassegnato le dimissioni dal prestigioso e influente incarico di Sindaco della Greater Manchester (che comprende il centro cosmopolita di Manchester, ma anche sobborghi più conservatori e aree periferiche in difficoltà), ruolo che lo ha consacrato per anni come una delle figure più popolari del progressismo britannico. Il suo ritorno formale alla Camera dei Comuni, dopo aver prestato giuramento in veste di Membro del Parlamento (MP) tra gli applausi dei parlamentari laburisti e le battute dei banchi dell’opposizione lunedì 22 giugno, ha segnato l’inizio di una nuova e cruciale fase politica. Questa mossa strategica, calcolata nei minimi dettagli, ha posizionato l’ex sindaco come il principale e più temibile sfidante interno alla leadership del Partito Laburista, attualmente guidato dal Primo Ministro Keir Starmer, il cui governo si è trovato ad affrontare una crisi senza precedenti meno di due anni dopo una schiacciante vittoria elettorale (nonostante che i voti del Labour fossero effettivamente diminuiti rispetto al 2019) che aveva dato 411 deputati contro 121 conservatori e 72 liberaldemocratici, riportando al potere il suo partito dopo 14 anni1 (si vedano i nostri articoli qui e qui).

 

I numeri del trionfo elettorale

L’analisi dei dati ufficiali emersi dalle urne di Makerfield fotografa un consenso straordinario, raramente osservabile nelle elezioni suppletive britanniche, storicamente caratterizzate da un forte astensionismo. In questa tornata, l’affluenza alle urne è stata eccezionalmente alta, attestandosi al 58,7%. Si tratta del dato più elevato registrato nel Regno Unito per una suppletiva negli ultimi sette anni, un chiaro segnale di come la candidatura di Burnham sia riuscita a mobilitare in massa il corpo elettorale. Su un totale di 45.510 voti espressi, le preferenze sono state così distribuite tra i principali schieramenti in lizza:

  • Andy Burnham (Partito Laburista): 24.927 voti, pari al 54,8%
  • Robert Kenyon (Reform UK): 15.696 voti, pari al 34,5%
  • Rebecca Shepherd (Restore Britain – Estrema destra): 3.111 voti, pari al 6,8%
  • Michael Winstanley (Partito Conservatore): 997 voti, pari al 2,2%
  • Partito Verde (Greens): 308 voti, pari al 0,7%
  • Liberal Democratici (Lib Dems): 163 voti, pari al 0,4%

Il peso politico della vittoria di Burnham diventa ancora più evidente se confrontato direttamente con i risultati delle elezioni generali del 2024 nello stesso collegio. In primo luogo, Burnham ha ottenuto una maggioranza netta e schiacciante di ben 9.231 voti di scarto rispetto al candidato del partito della destra populista Reform UK che aveva praticamente fatto incetta di voti alle elezioni amministrative del mese scorso. Questo distacco quasi raddoppia il margine ottenuto dal suo predecessore laburista, Josh Simons, che nel 2024 si era fermato a una maggioranza di 5.399 voti, dimostrando la capacità di Burnham di attrarre un elettorato trasversale.

In secondo luogo, si è registrato un vero e proprio balzo del voto laburista: sotto le insegne di Burnham, il Labour ha guadagnato un clamoroso +9,6% di preferenze rispetto al 2024, passando dal 45,2% al 54,8%. Un risultato in totale controtendenza rispetto al trend nazionale, che vede il partito guidato da Starmer bloccato nei sondaggi a un magro 19%.

Infine, Burnham si è dimostrato persino più forte delle destre unite. Il neo-deputato ha conquistato da solo più voti di tutti gli altri 13 candidati messi insieme. Anche sommando l’intero bacino elettorale di Reform UK e quello della scissione di estrema destra Restore Britain (che insieme raggiungono il 41,3% complessivo), le forze della destra populista e nazionalista non sarebbero comunque riuscite a impensierire il candidato laburista.

Il voto di Makerfield ha decretato la totale polarizzazione dello scontro politico, ridottosi a un duello frontale tra la proposta progressista di Burnham e il populismo di destra di Nigel Farage. In questo scenario polarizzato, i partiti tradizionali ed emergenti dello scacchiere britannico sono usciti letteralmente distrutti dalla competizione.

I Conservatori, i Verdi e i Liberal Democratici hanno subito un’umiliazione storica, non riuscendo nemmeno a raggiungere la soglia minima del 5% dei voti. I candidati tradizionali sono stati superati persino da figure satiriche e di protesta, come il celebre Count Binface, che ha ottenuto 163 voti, pareggiando con i Liberal Democratici e ridicolizzando i partiti storici. In particolare, il misero 2,2% ottenuto dai Tory di Michael Winstanley rappresenta il secondo peggior risultato in assoluto nella storia secolare del Partito Conservatore, un segnale della loro quasi totale scomparsa nelle regioni settentrionali del Paese.

L’analisi approfondita dei flussi elettorali condotta dagli esperti nelle ore successive allo spoglio rivela che il trionfo di Burnham è stato amplificato in modo decisivo dal fenomeno del voto utile strategico (tactical voting). Gli elettori tradizionali dei Liberal Democratici e del Partito Verde hanno deliberatamente deciso di abbandonare i propri simboli di riferimento. Consapevoli dell’impossibilità di vittoria dei propri rappresentanti, hanno fatto crollare le proprie percentuali sotto la soglia del 5% pur di far confluire una valanga di voti su Burnham.

Questo comportamento elettorale mirava a un obiettivo collettivo chiaro e urgente: sbarrare la strada a Nigel Farage  e impedire l’avanzata di Reform UK nel Nord dell’Inghilterra. In questo contesto, l’ex sindaco di Manchester si è dimostrato l’unico catalizzatore credibile e autorevole, capace di unire l’intero fronte progressista, civico e ambientalista sotto un’unica bandiera.

 

La collocazione ideologica di Burnham: cosa significa “sofr left’?

Per comprendere appieno l’impatto del ritorno di Burnham, è necessario analizzarne la collocazione ideologica. Nonostante la sua lunga carriera all’interno del partito (al quale si è iscritto a 14 anni), Burnham non può essere considerato un centrista in senso stretto. Al contrario, viene internazionalmente riconosciuto come una figura di spicco della cosiddetta “soft left” (la sinistra moderata e progressista) del Partito Laburista. Sebbene abbia mosso i suoi primi passi istituzionali e ricoperto incarichi ministeriali sotto i governi marcatamente centristi e neoliberali di Tony Blair e Gordon Brown (la stagione del New Labour), la sua successiva evoluzione politica lo ha posizionato stabilmente alla sinistra dell’attuale Primo Ministro Keir Starmer.

Nel contesto politico del Regno Unito, la “soft left” identifica quella specifica fazione interna al Labour che si colloca esattamente a metà strada tra il centro moderato e la sinistra radicale o socialista. Questo termine è nato storicamente negli anni ’80 per tracciare una linea di demarcazione tra la sinistra parlamentare moderata tradizionale, guidata all’epoca da Michael Foot, e la sinistra socialista più intransigente, nota come hard left, che faceva capo a Tony Benn e che in tempi recenti ha trovato la sua massima espressione sotto la leadership di Jeremy Corbyn.

I pilastri fondamentali che definiscono questa corrente ideologica si articolano principalmente su due direttrici:

  1. Capitalismo regolato e Stato interventista: la soft left non persegue l’abbattimento ideologico del sistema capitalista o dei mercati. Il suo scopo è di stampo socialdemocratico: mitigare le disuguaglianze sociali ed economiche attraverso un intervento forte, strategico e regolatore dello Stato nell’economia. Questo approccio promuove il controllo pubblico o la proprietà diretta dei settori chiave che non possono essere lasciati alle sole leggi della concorrenza (come la gestione dei trasporti e dei monopoli naturali come l’acqua e l’energia), tutelando i diritti dei cittadini dalle speculazioni finanziarie private.
  2. Pragmatismo radicale e flessibilità: questa fazione adotta una postura improntata al pragmatismo. Pur mantenendo saldi i valori storici del socialismo democratico, come l’uguaglianza, l’equità sociale e il collettivismo, la soft left accetta il compromesso. Si adatta alle realtà macroeconomiche e rispetta le regole di bilancio dello Stato. L’obiettivo è formulare proposte radicali ma applicabili (“compatibili”), risultando così credibile agli occhi dell’elettorato moderato. A differenza della hard left, mostra una notevole flessibilità strategica ed è storicamente più aperta al dialogo e alla collaborazione con il mondo imprenditoriale e produttivo.

Attualmente, la soft left rappresenta la fazione numericamente più rilevante e compatta all’interno del gruppo parlamentare laburista. Oltre ad Andy Burnham, i suoi esponenti più noti includono figure di primo piano del panorama politico britannico come l’ex leader Ed Miliband, la Vicepremier Angela Rayner e il Sindaco di Londra Sadiq Khan.

 

Il “manchesterismo”: la visione economica e sociale di Burnham

Durante la campagna elettorale, Burnham ha presentato una propria visione economica e sociale per il futuro del Regno Unito, prontamente ribattezzata dai media britannici con il termine “manchesterismo“. Questa proposta si distanzia nettamente dal centrismo neoliberale attraverso un programma di riforme strutturali, che Burnham stesso definisce come un “socialismo business-friendly”, volto a superare i fallimenti storici delle privatizzazioni selvagge avviate negli anni ’80, prefigurando “uno Stato che possiede, investe e provvede a rendere la vita accessibile”. Il programma si articola su alcune aree tematiche fondamentali:

  1. Trasporti e infrastrutture

Il pilastro della proposta infrastrutturale è il controllo pubblico degli autobus. Burnham propone l’estensione a livello nazionale del modello della Bee Network da lui implementato con successo a Manchester. Questo progetto prevede il ritorno delle linee di trasporto locale sotto il controllo e la pianificazione pubblica, garantendo l’efficienza del servizio e mantenendo un tetto massimo invalicabile per il costo dei biglietti a £2, a tutela delle fasce di reddito più basse.

Un altro punto centrale è la resurrezione del progetto ferroviario HS2. Burnham ha manifestato l’intenzione di ripristinare la costruzione della nord dell’alta velocità ferroviaria (quella compresa tra Birmingham e Manchester), drasticamente tagliata dal governo conservatore nel 2023. La sostenibilità economica dell’opera verrebbe garantita da un modello di finanziamento basato sul recupero del valore fondiario delle aree circostanti e su contributi diretti da parte delle grandi aziende beneficiarie, evitando così di far gravare l’intero costo dell’infrastruttura sulle tasche dei contribuenti.

  1. Servizi pubblici ed energia

Burnham sostiene con forza la necessità di attuare nazionalizzazioni mirate. Il programma prevede un maggiore controllo pubblico e il potenziale commissariamento delle grandi compagnie idriche e dei servizi di pubblica utilità attualmente in profonda crisi finanziaria e gestionale, con un riferimento esplicito a realtà come Thames Water. La finalità è contestare la distribuzione di profitti milionari agli azionisti privati a fronte di disservizi cronici e bollette sempre più elevate per la cittadinanza2.

  1. Politiche di welfare, casa e tassazione progressiva

La visione sociale del manchesterismo introduce riforme fiscali redistributive di stampo progressivo. Tra queste spicca la riforma dell’assistenza sociale tramite l’introduzione di una tassa nazionale sulle successioni, definita “national care levy”, esplicitamente finalizzata a garantire l’assistenza sociale gratuita a tutta la popolazione anziana o non autosufficiente. Sul fronte dell’emergenza abitativa, Burnham ha promesso il lancio del più grande e ambizioso programma di costruzione di case popolari e investimenti nell’edilizia sociale nel Regno Unito dal secondo dopoguerra a oggi.

Per sostenere l’economia locale, propone inoltre l’introduzione di sgravi fiscali commerciali, con una riduzione immediata del 20% delle tasse locali (business rates) a beneficio di pub, teatri e locali musicali indipendenti. Questa misura verrebbe interamente finanziata attraverso l’introduzione di una tassazione più severa e stringente sui grandi magazzini e sui colossi internazionali dell’e-commerce, a partire da Amazon.

  1. Istruzione e la svolta “tecnica”

Burnham intende scardinare il sistema educativo britannico, storicamente incentrato sul conseguimento della laurea universitaria come unico veicolo di emancipazione sociale. Nel suo discorso di vittoria a Makerfield, ha promosso una riforma che metta sullo stesso piano i percorsi accademici e quelli tecnici, proponendo l’introduzione di tirocini garantiti dallo Stato e contratti di apprendistato di alta qualità per tutti i ragazzi della fascia d’età compresa tra i 16 e i 18 anni.

 

La reazione della sinistra radicale e dei Verdi

La galassia politica situata alla sinistra del Labour – composta dalla sinistra radicale e dal Partito Verde (Green Party) – guarda all’ascesa di Burnham e al contemporaneo crollo di Starmer con un misto di soddisfazione strategica, profonda diffidenza ideologica e calcolo cinico in chiave elettorale. Sebbene Burnham sia indiscutibilmente posizionato più a sinistra di Starmer, la sinistra radicale non lo considera affatto un proprio rappresentante. La sua immagine politica di uomo del popolo ha ricevuto una spinta significativa durante la pandemia di Covid, quando Burnham si è scontrato con il governo di Boris Johnson per il trattamento riservato alla sua regione durante la pandemia. I critici di Burnham lo definiscono “Capitan Voltatutto” (“Captain Flip-flop”), un personaggio sfuggente e camaleontico dato che le sue posizioni politiche sembrano essere cambiate nel corso dei decenni. Altri lo vedono come un uomo che sa ascoltare.

L’ex leader laburista Jeremy Corbyn, che ha recentemente fondato e assunto la guida parlamentare del nuovo soggetto politico socialista “Your Party” insieme alla deputata Zarah Sultana, interpreta questa crisi come la conferma definitiva del fallimento del centrismo blairiano. Corbyn e i suoi sostenitori esprimono soddisfazione per il declino di Starmer, da loro considerato un “traditore” dei valori storici del socialismo per aver epurato e umiliato in modo spietato l’ala sinistra del partito (cavalcando strumentalmente una campagna contro l’antisemitismo) e aver abbandonato le promesse progressiste fatte nel suo Manifesto durante il congresso del 2020, quando divenne il leader del partito3. “Keir Starmer avrebbe potuto porre fine alla povertà infantile, ai senzatetto e ai livelli grotteschi di disuguaglianza in questo paese. Al contrario, ha abbandonato i bisognosi, ha distrutto le nostre libertà civili e ha agevolato il genocidio a Gaza. È così che questo Primo Ministro verrà ricordato, e questa è l’eredità di bancarotta morale e politica che si lascia alle spalle. In effetti, Starmer è passato dall’essere un paladino dei diritti umani quando faceva l’avvocato ad essere un Primo Ministro restio a condannare i crimini di guerra israeliani all’estero. In patria, invece, ha finito per criminalizzare alcuni degli attivisti (quelli di Palestine Action) che si oppongono alle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, etichettandoli, arrestandoli e perseguitandoli come terroristi.

Tuttavia, la sinistra di Corbyn manifesta una forte diffidenza verso Burnham, descritto come un “opportunista pragmatico” disposto a mediare i propri sani principi pur di vincere. Gli esponenti di Your Party gli rimproverano duramente di aver ammorbidito la sua linea in materia di immigrazione, controllo della spesa pubblica e mercati finanziari durante le ultime settimane di campagna elettorale a Makerfield, al solo scopo di conquistare l’elettorato moderato. La strategia ufficiale di Corbyn non prevede sconti: Your Party intende continuare la sua “offensiva sul fianco sinistro” all’interno del Parlamento, esercitando una pressione costante su Burnham per impedirgli di annacquare le promesse fatte in materia di investimenti sociali e nazionalizzazioni.

I Verdi britannici, pur registrando una crescita di consensi a livello nazionale (circa il 16%), intercettando l’elettorato deluso dalle politiche centriste del Labour, si trovano ad adottare una postura molto tattica. Nelle suppletive di Makerfield, il partito è stato letteralmente polverizzato dalla candidatura di Burnham, crollando a un misero 0,7% dei voti (appena 308 preferenze). Questo è dovuto alla capacità di Burnham di cannibalizzare l’intero voto progressista e ambientalista dell’area grazie alla popolarità dei suoi progetti sulla mobilità pubblica sostenibile (la già citata Bee Network).

Nonostante la pesante batosta locale, il leader dei Verdi, Zack Polanski, ha lanciato una sfida pubblica a Burnham, ricordandogli come in passato si fosse espresso favorevolmente riguardo alla riforma del sistema elettorale britannico in senso proporzionale (Proportional Representation). I Verdi chiedono che, qualora Burnham diventi Primo Ministro, mantenga questa promessa storica, ponendo fine al sistema maggioritario a turno unico (First-past-the-post) che favorisce il bipolarismo4. Per evitare che Burnham blocchi la loro avanzata nelle grandi città, i Verdi stanno stringendo un asse tattico e un’alleanza strategica con il partito di Corbyn per coordinare i voti nei collegi urbani più progressisti. In sintesi, per tutta la sinistra extra-laburista Burnham rappresenta un “male minore” rispetto a Starmer, un esponente dell’establishment con cui è possibile negoziare, ma a cui fare la guerra in caso di tradimento dell’agenda della soft left.

 

La crisi di leadership a Downing Street: gli scenari prossimi

La clamorosa vittoria di Burnham ha innescato una crisi di leadership irreversibile all’interno di Downing Street. Keir Starmer si è trovato ad affrontare una situazione di estrema fragilità politica. La crisi del Primo Ministro non è legata soltanto ai sondaggi negativi, ma a fatti politici precisi e controversi che hanno esasperato l’ala parlamentare del partito negli ultimi mesi. Tra questi spicca il pesante “caso Mandelson”: Starmer è finito al centro di durissime critiche interne per la disastrosa decisione di nominare Peter Mandelson (storica figura del New Labour, fortemente criticato per i suoi passati legami finanziari con Jeffrey Epstein) come ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti. Uno scandalo che a febbraio ha portato alle dimissioni di Morgan McSweeney, capo di gabinetto e più stretto collaboratore di Starmer. Il governo è stato anche costretto a rendere pubblici i documenti relativi alla nomina tramite un’arcana procedura parlamentare nota come “dichiarazione di umiltà”5. A questo si è aggiunta un’emorragia di consensi nei territori: nelle ultime tornate elettorali a maggio, sotto la sua leadership, il Labour ha perso quasi 1.500 seggi comunali e il controllo di 38 consigli municipali, e ha ceduto il controllo del Parlamento gallese (Senedd), oltre ad aver ottenuto il suo peggior risultato dalla devoluzione in Scozia, con soli 17 seggi su 129 a Holyrood e un secondo posto a pari merito con Reform UK (si veda il nostro articolo qui).

Nelle ore successive al voto di Makerfield, oltre 100 parlamentari laburisti (poco meno di un quarto dei parlamentari del partito,) e una mezza dozzina di ministri del governo in carica hanno intimato formalmente a Starmer di dimettersi o quantomeno di fissare un calendario per il suo addio entro breve tempo. I sondaggi interni riservati tra gli iscritti al partito davano Burnham nettamente favorito con il 41% dei consensi, contro un misero 30% raccolto da Starmer: Burnham viene visto come l’unica “arma segreta” in grado di arginare la destra populista, avendo dimostrato sul campo di saper neutralizzare Reform UK. Con l’ulteriore pressione di una riunione di gabinetto ostile martedì (23 giugno), Starmer ha trascorso il fine settimana nella residenza di campagna di Chequers per definire un possibile piano di uscita.

Gli esperti di dinamiche parlamentari hanno previsto due possibili scenari per il passaggio di potere:

  1. L'”incoronazione” indolore: rappresentava l’ipotesi più accreditata e caldeggiata dagli alleati di Burnham. È ormai quasi certa. Si è premuto per una transizione ordinata e pacifica: Starmer accetta di farsi da parte per il bene del partito, e Burnham viene nominato leader per acclamazione senza passare da un logorante e divisivo voto interno, assumendo l’incarico di Primo Ministro nel giro di pochi giorni o mesi. Burnham e il suo principale rivale interno, Wes Streeting (un blairiano), hanno mantenuto un profilo pubblico bassissimo, un “silenzio strategico” volto a concedere a Starmer lo spazio psicologico necessario per consultarsi con la famiglia e negoziare un addio dignitoso senza subire attacchi diretti.
  2. La sfida aperta: il 19 giugno Starmer aveva dichiarato pubblicamente l’intenzione di difendere la sua posizione e di dare battaglia in caso di sfida formale. Se il Premier avesse rifiutato di rassegnare le dimissioni, Burnham o altri sfidanti dell’ala moderata6 avrebbero forzato un voto di sfiducia formale all’interno del gruppo parlamentare, dando il via a una vera e propria competizione elettorale interna che Burnham, dati i numeri attuali, sarebbe quasi certo di vincere.

Sabato 20 giugno Starmer e la sua cerchia ristretta hanno iniziato a lavorare alla stesura del discorso di dimissioni, con l’ipotesi più probabile di rimanere in carica fino all’autunno, permettendo così a Burnham di mobilitare le fila del Partito Laburista in occasione del congresso annuale di fine settembre. Questo avrebbe permesso a Burnham di preparare una squadra pronta per entrare a Downing Street.

Lunedì 22 giugno Starmer ha affermato di accettare “con serenità” di non essere la persona più adatta a guidare il Partito Laburista alle prossime elezioni e ha annunciato un calendario per le sue dimissioni. Il nuovo leader del partito e Primo Ministro entrerà in carica a metà luglio se Burnham non avrà avversari, oppure entro la fine di agosto nel caso si andasse alle elezioni interne al partito. “Chiederò al comitato esecutivo nazionale del Partito Laburista di definire un calendario, con l’apertura delle candidature il 9 luglio e la conclusione entro la pausa estiva. In caso di competizione, ciò garantirà che un nuovo leader sia in carica prima della ripresa dei lavori parlamentari a settembre. Rimarrò in carica come Primo Ministro fino alla conclusione della competizione elettorale e farò tutto il possibile per garantire un passaggio di poteri ordinato”, ha detto Starmer.

La pausa estiva della Camera dei Comuni inizierà il 16 luglio e quindi, se Burnham non avrà avversari (come sembra sempre più probabile, dato che Wes Streeting, che aveva precedentemente affermato che si sarebbe sicuramente candidato, ha fatto sapere che non si candiderà alla leadership), diventerà Primo Ministro intorno al 17 luglio. In caso di competizione, il nuovo Primo Ministro entrerà in carica entro la fine di agosto. La Camera dei Comuni riprenderà i lavori dopo la pausa estiva, il 1° settembre. Nel suo discorso di dimissioni, Starmer ha affermato: “Offrirò inoltre al mio successore il mio pieno e incondizionato sostegno, sapendo che erediterà una Gran Bretagna molto più forte e giusta di quella che ho ereditato io due anni fa, meglio preparata ad affrontare le sfide future e più capace di garantire al Partito Laburista un secondo mandato al governo“.

Secondo un sondaggio YouGov condotto dopo l’annuncio delle dimissioni di Starmer, sei britannici su dieci (62%) ritengono che Keir Starmer abbia fatto bene a dimettersi, mentre uno su cinque (19%) pensa che abbia sbagliato. Tra coloro che hanno votato per il Partito Laburista nel 2024, il 52% ha ritenuto che avesse fatto bene a dimettersi, mentre il 28% avrebbe preferito che fosse rimasto in carica. Alla domanda su come Starmer avesse operato come primo ministro, il 21% ha ritenuto che avesse fatto un lavoro scadente, mentre il 29% lo ha giudicato pessimo. Tuttavia, il 28% lo ha considerato un Primo Ministro “nella media”, il 13% un buon ministro e il 2% un ottimo ministro. Tra gli elettori laburisti, il 33% ha ritenuto che Starmer avesse svolto un buon o ottimo lavoro, mentre il 28% lo ha considerato nella media.

 

Preoccupazioni economiche, debolezze e compromessi tattici

Nonostante il clima di trionfo, l’ascesa di Burnham porta con sé forti elementi di preoccupazione e di dibattito tra gli analisti economici e politici.

Durante le ultime settimane di campagna elettorale, Burnham si è affrettato a rassicurare l’establishment finanziario, dichiarando che un suo eventuale governo rispetterà le rigide e severe regole di bilancio fissate dal Cancelliere Rachel Reeves, promettendo che non ricorrerà all’aumento del debito pubblico per finanziare le riforme. Nonostante queste rassicurazioni, gli analisti della City di Londra temono che l’attuazione pratica delle sue politiche di sinistra (le nazionalizzazioni e le tasse sulle successioni) possa spaventare i mercati finanziari globali.

Il rischio paventato è quello di un’impennata speculativa dei rendimenti dei titoli di Stato britannici (gilt yields), con il conseguente innesco di una crisi economica e valutaria simile a quella che colpì il governo conservatore di Liz Truss nel 2022 (si veda il nostro articolo qui), distruggendo l’immagine del Partito Conservatore in modo irreversibile, al di là dei limitati tentativi di riparazione di Sunak. Lord Jim O’Neill (ex capo economista di Goldman Sachs ed ex ministro del Tesoro conservatore), lo ha ammonito privatamente con parole nette: “Se non dimostrerà una reale capacità di governo e un cambiamento sostenibile entro sei mesi dall’insediamento, il suo esecutivo sarà in ginocchio”. Lunedì i mercati obbligazionari sono rimasti piuttosto deboli, con il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni – un indicatore chiave dei costi di indebitamento pubblico – in leggero calo. Tuttavia, i collaboratori di Burnham hanno affermato che egli intende fare di più per rassicurare gli investitori, visti i suoi commenti secondo cui il Paese sarebbe “indebitato” con i mercati obbligazionari. Nell’ambito di questa iniziativa, il team di Burnham ha contattato proprio Jim O’Neil, per proporgli di diventare il suo principale consigliere economico qualora dovesse entrare a Downing Street. O’Neil avrebbe proposto di contrarre ulteriori prestiti per miliardi di sterline al fine di finanziare investimenti nelle grandi infrastrutture. Un ulteriore indebitamento graverebbe sul bilancio pubblico, ma in base alle modifiche apportate da Rachel Reeves alle regole fiscali potrebbe essere compensato dagli asset che vengono finanziati. Secondo O’Neill, i mercati obbligazionari sarebbero più propensi ad accettare l’ulteriore debito se questo fosse emesso da un ente indipendente che pubblicasse i propri calcoli sull’entità dell’impatto di determinati progetti sulla crescita. Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto trasformando la National Infrastructure and Service Transformation Authority (Nista), un’agenzia del Ministero del Tesoro, in un’organizzazione indipendente.

Per tutti questi motivi, la battaglia all’interno del partito riguarda soprattutto la scelta da parte di Burnham del Cancelliere dello Scacchiere. Molti dei suoi alleati vorrebbero che scegliesse il ministro dell’Energia, Ed Miliband, sebbene altri avvertano che ciò susciterebbe l’ira della comunità imprenditoriale e di alcuni sindacati. L’ala più a destra del partito sostiene che Wes Streeting sarebbe una scelta più sensata, in grado di rassicurare i mercati obbligazionari e al contempo consentire a Burnham di perseguire alcune delle sue politiche più radicali.

Un altro elemento di vulnerabilità ampiamente evidenziato dai suoi detrattori riguarda la quasi totale assenza di un profilo internazionale. Avendo trascorso gli ultimi nove anni interamente assorbito dalla gestione amministrativa e locale in qualità di Sindaco di Manchester, Burnham non possiede relazioni consolidate con le cancellerie estere e non ha preso posizioni nette o chiare sui grandi e complessi dossier geopolitici globali (dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente). Questa carenza in politica estera verrà usata dai sostenitori rimasti a Starmer come un’arma polemica per contestare la sua idoneità a guidare immediatamente il Paese sulla scena internazionale.

Infine, per risultare digeribile all’elettorato più moderato e conservatore delle ex regioni industriali (la Red Wall) ed evitare l’etichetta di estremista, Burnham ha compiuto alcune vistose e controverse “svolte a destra” in materia di politiche migratorie. In primo luogo, ha ritrattato la sua storica opposizione alla norma che nega i sussidi pubblici e l’accesso agli alloggi sociali ai migranti regolari sprovvisti di un contratto di lavoro attivo (il principio del no recourse to public funds). In secondo luogo, ha dichiarato il suo esplicito appoggio alle riforme del sistema di immigrazione che prevedono il superamento del concetto di status di rifugiato permanente, una mossa tattica che ha fortemente irritato l’ala più progressista del partito ma che si è rivelata efficace per sottrarre voti a Reform UK.

 

Il “King of the North” a Downing Street n. 10

Soprannominato affettuosamente dai media e dai suoi sostenitori come il “King of the North” per le sue storiche battaglie a difesa delle comunità settentrionali dimenticate dal centralismo londinese, Andy Burnham coltiva un profilo pubblico molto accurato. Ama presentarsi come un uomo comune del popolo (“ordinary bloke”), un cattolico empatico, radicato nella cultura della classe lavoratrice, amante della birra e appassionato sostenitore della musica Britpop degli anni ’90, con una predilezione per band storiche come gli Oasis e i Blur.

Tuttavia, dietro questa immagine accessibile e pop si cela un percorso formativo d’eccellenza nell’establishment britannico: Burnham, figlio di un ingegnere telefonico e di una receptionist si uno studio medico, ha infatti studiato e conseguito la laurea in Letteratura Inglese presso la prestigiosa Università di Cambridge (dove conobbe la sua attuale moglie, l’olandese Marie-France van Heel). Grande appassionato di sport, è un tifoso sfegatato dell’Everton F.C. (Burnham è nato ad Aintree, un sobborgo di Liverpool) e, ai tempi del governo Blair, era una presenza fissa come calciatore nella squadra dilettantistica dei deputati laburisti. Per Burnham, la corsa alla leadership rappresenta il terzo tentativo della vita: ha già tentato di scalare il partito venendo sconfitto sia nel 2010 (proponendo un “socialismo ambizioso“, ma vinse Ed Miliband che aveva offerto di spostare il partito un po’ più a sinistra) sia nel 2015 (quando fu scalzato dall’ondata radicale di Jeremy Corbyn). Questa volta, i numeri e la storia sembrano essere dalla sua parte.

Andy Burnham ha dimostrato di saper vincere. Ma sarà in grado di governare la Gran Bretagna? Due estati fa Starmer era un vincente, sospinto da promesse di “cambiamento” altrettanto altisonanti ma vaghe, e ora è finito nella polvere, “senza aver iniziato guerre illegali, senza aver provocato gravi crisi economiche e senza essere stato accusato di alcun atto scandaloso di corruzione”. Le colpe di Starmer sono state la totale mancanza di comprensione, di empatia, di capacità di comunicare, di carisma e di immaginazione (tanto da essere soprannominato “Block of Wood”, “pezzo di legno”). In realtà, Starmer non era un politico e non aveva alcuna attitudine per la politica. Era un tecnocrate privo di reali convinzioni politiche che si era fossilizzato su una visione dell’opinione pubblica come irrimediabilmente reazionaria e ha cercato di imporsi con un conservatorismo culturale, invece di enfatizzare un radicalismo economico che avrebbe potuto attrarre un consenso trasversale. Ha fatto la sprezzante scommessa che le persone che avrebbero dovuto costituire la sua base elettorale non avessero altra alternativa, per quanto le provocasse, rimangiandosi la lista di 10 punti di sinistra del suo Manifesto del 2020 che spaziava dalle nazionalizzazioni multiple dei servizi pubblici, all’abolizione delle tasse universitarie e alla difesa dei diritti dei migranti. Solo un mese circa dopo la vittoria laburista – con il sostegno di appena un quinto dell’elettorato totale – tenne un discorso nel giardino di Downing Street n. 10 dal quale la maggior parte delle persone trasse una sola frase: “Le cose peggioreranno prima di migliorare”. Il suo governo ha fatto anche diverse cose positive, dalla graduale nazionalizzazione delle ferrovie al Renters’ Rights Act (sui diritti degli inquilini), al miglioramento dei diritti dei lavoratori, all’abolizione del limite di due figli per l’assegno familiare, a maggiori finanziamenti per il Servizio Sanitario Nazionale e infine al passo indietro verso l’Europa, ma è anche sempre sembrato inadeguato nella pratica di governo (soprattutto in materia di politica economica), nonostante avesse una schiacciante maggioranza in Parlamento, paralizzato e intrappolato in regolari ondate di confusione, ripensamenti e assurdità.

Trasformare il populismo post-industriale soft left che ha funzionato a Makerfield in un progetto nazionale coerente richiederà molto impegno e un piano dettagliato (un vero programma di governo). Per ora c’è solo un documento programmatico – “The Productive State: A Framework for Manchesterism“, scritto da Mathew Lawrence e Alex Williams – che è stato pubblicato lunedì 22 giugno e in cui si sostiene che lo Stato dovrebbe ridurre il costo dei beni essenziali attraverso investimenti pubblici, proprietà e coordinamento dei servizi chiave, in modo che il reddito disponibile reale aumenti senza dipendere indefinitamente dai sussidi statali. Gli autori sostengono che l’energia e l’acqua dovrebbero essere gestite da società pubbliche nazionali, mentre l’edilizia abitativa e i trasporti sarebbero organizzati a livello di città-regione, con l’assistenza e i servizi locali gestiti da enti municipali. L’attrattiva politica di un programma del genere è evidente: collega il costo della vita, la crescita, la sostenibilità fiscale e il controllo pubblico in un modo che rispecchia la retorica di Burnham. Gli fornisce inoltre gli strumenti per fomentare l’orgoglio civico e il rinnovamento regionale.

Il suo modus operandi è rilassato e informale, e lui rimane diffidente nei confronti di qualsiasi tentativo di imporre un ordine più rigido. Ma mentre a Manchester si è affidato a una ristretta cerchia di persone fidate per definire i dettagli delle sue idee, a Downing Street dovrebbe gestire membri del governo esperti, ognuno con i propri obiettivi, oltre a una macchina burocratica che richiede una direzione chiara per poter funzionare. Louise Haigh, che ha guidato con successo la campagna elettorale suppletiva di Burnham, ora dirigerà il suo team di transizione, insieme a Ed Miliband, all’ex ministro Miatta Fanbulleh e all’ex deputato di Makerfield , Josh Simons, che ha ceduto il suo seggio a Burnham. Le deputate laburiste Anneliese Midgley e Sally Jameson saranno strettamente coinvolte. Infine, Burnham ha scelto il suo ex collega blairiano James Purnell (ex ministro del lavoro e delle pensioni, che si dimise nel 2009 per protestare contro il governo di Gordon Brown) come capo di gabinetto.

Burnham possiede molte delle capacità che mancavano a Starmer, è un politico fino al midollo che propone una politica che comprenda le motivazioni e le preoccupazioni di coloro che vivono fuori Londra e si sentono inascoltati. I suoi nemici sono ben definiti e la sua narrazione è abbastanza semplice da poter essere ripetuta a gli e dagli elettori: la Gran Bretagna funzionava meglio prima delle privatizzazioni; Londra si è accaparrata troppo potere; le comunità sono state derubate; il controllo pubblico può ripristinare l’equità e l’orgoglio. È assai probabile che in prima battuta  la sua attenzione si concentrerà su quattro aree chiave: accessibilità economica, decentramento, reinserimento dei giovani nel mondo del lavoro e fine dell’alloggio dei richiedenti asilo in case condivise.

Burnham ha certamente una storia da raccontare e sarà sicuramente un venditore migliore di Starmer. Si tratterà di vedere se sarà un venditore abbastanza bravo e se la sua storia avrà un finale convincente. Inoltre, avrà bisogno di aiuto per ricostruire i rapporti con i parlamentari, passando dall’essere stato per anni un accusatore di Westminster per non aver capito nulla, all’essere lui stesso ad essere additato come colui che viene incolpato da tutti al di fuori di Westminster. All’interno del partito è visto come la migliore speranza per riconquistare voti dal partito di destra anti-immigrazione di Nigel Farage, Reform UK, e dai Verdi, a sinistra. Burnham potrebbe aver appena garantito al Labour una seconda opportunità. Sprecare questa occasione significherebbe non averne una terza. Se Andy Burnham fallisce, il Partito Laburista morirà. E un fallimento significherebbe anche consegnare il potere al governo più reazionario della storia britannica guidato da Nigel Farage.

 

Alessandro Scassellati

  1. Nel 2024 il Partito Laburista è stato “eletto” con il 66% dei seggi parlamentari, ottenendo il 33% dei voti, ovvero mezzo milione di voti in meno rispetto a quando Jeremy Corbyn perse le elezioni del 2019 con una cosiddetta “disfatta schiacciante”. In sintesi: nel 2024, 2 elettori su 3 hanno votato contro il Partito Laburista, quindi l’attuale ampia maggioranza laburista ha una base estremamente esigua.[]
  2. Il Regno Unito ha i biglietti ferroviari più cari d’Europa, senza che vi siano standard di servizio adeguati. Le aziende di servizi pubblici, privatizzate dai conservatori a partire dall’era Thatcher, versano in condizioni disastrose, con i dirigenti che intascano compensi stratosferici mentre i clienti subiscono prezzi esorbitanti. Ad esempio, le compagnie idriche privatizzate inglesi riversano miliardi di litri di acque reflue in fiumi, laghi e acque costiere, addebitando ai clienti tariffe superiori all’inflazione. I profitti speculativi sono soggetti ad aliquote fiscali inferiori (imposte sulle plusvalenze) rispetto a quelle pagate dai lavoratori sui loro salari (imposta sul reddito + contributi previdenziali). Milioni di lavoratori a tempo pieno percepiscono salari così bassi che le carenze vengono colmate da decine di miliardi di spesa pubblica per i sussidi ai lavoratori. Il 31% dei bambini britannici cresce in povertà, e il 75% di questi vive in famiglie in cui almeno un bambino lavora.[]
  3. Starmer è diventato membro del Parlamento nel 2015, dopo essere stato Direttore della Procura Generale dal 2008 al 2013 (incarico per il quale ha ricevuto il titolo di cavaliere). È stato eletto leader del Partito Laburista nel 2020, in seguito alle dimissioni di Jeremy Corbyn dopo la sconfitta laburista alle elezioni generali del 2019. Starmer ha condotto la sua campagna per la leadership del partito basandosi su un programma elettorale di stampo socialdemocratico che ha prontamente abbandonato una volta vinta la corsa alla leadership.[]
  4. Le elezioni locali del 2026 e le elezioni suppletive di Makerfield hanno confermato la trasformazione del Regno Unito in una democrazia multipartitica amministrata da un sistema concepito per il duopolio. Oggi è ormai chiaro che agli ex duopoli, laburisti e conservatori, si sono aggiunti i due partiti nazionalisti scozzese e gallese, Partito Nazionale Scozzese  (SNP) e Plaid Cymru, l’estrema destra di Reform UK e l’ancora più a destra di Restore Britain, e i liberaldemocratici centristi e i Verdi di centrosinistra. Questa struttura elettorale ormai anomala è una ricetta infallibile per il voto strategico, che a sua volta genera risultati elettorali alquanto imprevedibili. E naturalmente, un sistema multipartitico rende più probabile la formazione di governi di minoranza, aumentando così la probabilità di governi di coalizione.[]
  5. In seguito, ad aprile, un’inchiesta del Guardian ha rivelato che a Mandelson era stato affidato l’incarico nonostante non avesse superato le procedure di verifica della sicurezza. La decisione del Ministero degli Esteri di ignorare il parere dei funzionari della sicurezza portò quindi alle dimissioni dell’alto funzionario Olly Robbins. A giugno sono stati resi pubblici ulteriori documenti che dimostrano come Mandelson ricevesse briefing riservati sulla sicurezza riguardanti l’operato del Ministero degli Esteri prima ancora che la procedura di verifica fosse completata. Questi documenti hanno anche rivelato critiche interne al Partito Laburista nei confronti di Starmer, provenienti anche dallo stesso Mandelson, il quale affermava che il Primo Ministro tendeva a cedere alla pressione e mancava di grinta. Altri documenti relativi alla nomina di Mandelson devono ancora essere resi pubblici, il che potrebbe creare ulteriori grattacapi al successore di Starmer.[]
  6. Affinché una persona si possa candidare alla leadership deve ottenere il sostegno di 81 parlamentari e il sostegno del 5% delle sezioni locali del Partito Laburista, o almeno di tre organizzazioni affiliate (di cui due devono essere sindacati).[]
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