Il vincolo della vergogna è l’ultimo libro di Carlo Ginzburg, edito nel giugno 2026 da Adelphi, a ridosso della sua scomparsa. In esso lo storico – docente all’Università di Bologna e alla Normale di Pisa, oltre che in diversi atenei statunitensi – ha raccolto sedici saggi, pubblicati in origine in varie sedi, tra il 2005 e il 2024. Della sua sterminata produzione storiografica vengono quindi presentati i contributi più vicini al nostro presente, dedicati come d’abitudine a varie sfaccettature problematiche di temi e filoni importanti.
Già qui risiede un primo motivo di interesse del volume: come l’autore stesso riconosce con un pizzico di ironia nell’introduzione, apparentemente questa varietà di temi potrebbe alludere a una “vasta competenza, nelle direzioni più diverse, da parte di chi scrive”. Invece punto d’onore di Ginzburg, e punto di partenza della sua attitudine di ricerca, è l’“euforia dell’ignoranza”, la “sensazione di non sapere niente e di essere sul punto di cominciare ad imparare qualcosa”. Insomma, con grande umiltà scientifica, la proibizione a se stesso di “diventare uno specialista” in un campo specifico di studi1: un’affermazione, questa, che ci introduce a una caratteristica del suo metodo, quel costitutivo gusto della ricerca che lo tiene lontano da ogni disinvolto eclettismo o protagonismo. L’“euforia dell’ignoranza” non gli impedisce, infatti, di trattare con rigore e con una singolare maestria temi e questioni di rilevanza non solo storiografica.
Il volume, certamente più di altri da lui pubblicati, è composto da saggi che rinviano a vario titolo a una pensosa interpretazione critica del presente, che è poi il motivo che giustifica la recensione in questa sede. Quella che avanzerò qui è l’individuazione di alcuni nodi problematici cui Ginzburg dedica molta attenzione, con una passione politica che emerge di volta in volta tra le argomentazioni storiografiche, filologiche e filosofiche di cui si nutrono questi saggi. Una passione implicitamente politica, certo non proclamata né elevata a norma di condotta scientifica, ma sempre operante con grande persuasività nei suoi interventi, anche in quelli apparentemente più estranei a quella sollecitudine. Come tali, meritano a mio parere di essere proposti a un uditorio di lettori, militanti e attivisti.
Beninteso, l’intero percorso intellettuale di Ginzburg è costellato di ricerche e libri in cui il presente si fa spesso sentire, come sfondo ambientale e come sollecitazione politica e culturale, implicita o esplicita: dall’esordio, ormai sessant’anni fa, con I benandanti (1966), che aprono la strada alle indagini sulla cultura delle classi subalterne – come nel caso esemplare del mugnaio friulano Menocchio, protagonista de Il formaggio e i vermi (1976) –, passando per il grande capitolo su “Folklore, magia, religione” nel primo volume della Storia d’Italia Einaudi (1972) e il denso saggio “Spie. Radici di un paradigma indiziario” (1979), composto nei dintorni del ’77 bolognese. Ma è anche il caso, per dare altri punti di riferimento più vicini a noi, delle “considerazioni in margine al processo Sofri”, oggetto del suo libro Il giudice e lo storico (1991), del suo dialogo con Vittorio Foa (2001) e della sua introduzione alla nuova edizione del testo di Mauro Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti 1945-1956 (2021). Volumi e interventi in cui è forte la sollecitazione del presente, senza che però il rigore della ricerca venga mai meno o si pieghi a schematismi e astrattezze ideologiche.
Nel caso de Il vincolo della vergogna questo stimolo compare più spesso e con più profonde motivazioni, riscontrabili, nella lettura, anche grazie a rinvii e nessi interni tra capitolo e capitolo. Una trasversalità che è poi, anch’essa, un tratto di metodo, connotato a mio parere da una sensibilità e una risonanza politiche.
Le “letture oblique” a cui allude il sottotitolo del volume sono appunto quelle mese in atto da Ginzburg nelle sue analisi. L’aggettivo “obliquo” ricorre frequentemente nei vari capitoli, almeno in due sensi:
- uno è quello dell’affacciarsi del “sottotesto” che Ginzburg legge in diversi materiali che analizza, come mezzo adottato dagli autori per far passare “di contrabbando” una propria verità rispetto alle costrizioni a cui è sottoposta un’affermazione scomoda o alternativa, in regimi discorsivi e politici repressivi (e per uno storico come lui questa sensibilità nasce dall’esperienza maturata lavorando sulle fonti documentarie provenienti dai processi dell’Inquisizione, con quanto ne consegue in termini di capacità di “leggere tra le righe”2);
- l’altro è quello che si affida alla tecnica dello “straniamento”, di brechtiana (e non solo) memoria, che si appoggia all’inconsueto, all’eccezionale, al marginale, al disturbante, al divergente per illuminare di una luce rivelatrice e demistificante quanto vi è di più ordinario, inequivocabile, normale/ normato3. Un approccio critico-interpretativo che fa rivivere creativamente la marxiana critica dell’ideologia, contro ogni reificazione.
In entrambe le accezioni, questa “obliquità” rimanda secondo me a un’intenzionalità civile e politica, che innerva positivamente la ricerca storica.
Fin qui siamo ad alcuni tratti di metodo. Ci sono però, in questi saggi più recenti di Ginzburg, contenuti, temi e motivi che hanno a mio parere un’esplicita, chiara ascendenza politica. Vediamone alcuni.
Il primo è certamente la questione della vergogna, che non casualmente apre l’omonimo libro, il che fa pensare alla centralità di questo concetto per lo storico. Il capitolo “Il vincolo della vergogna” si apre con l’evocazione dell’orrore e dell’indignazione per i prigionieri del campo di Guantànamo e si chiude con una breve postilla, datata agosto 2025, dedicata al terribile attacco di Hamas del 7 ottobre, con l’interrogazione radicale che ha provocato in quanti – appartenenti alle comunità palestinesi che non si sono riconosciute in quell’atto o a chi, in Israele e nella diaspora ebraica, ha criticato la feroce e ripugnante reazione ordinata da Netanyahu – ne hanno provato vergogna. Nello spazio del capitolo, si avanza la tesi persuasiva secondo cui la vergogna è un sentimento profondamente politico, dato che “incarna il rapporto tra il corpo individuale e il corpo politico”4, passando dalle singole coscienze e personalità per indirizzarsi a un orizzonte intersoggettivo, che divide, pone contraddizioni: “il paese al quale apparteniamo” è “quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”5.
Un secondo motivo, connesso a questo primo punto e anzi in certo modo ad esso preliminare, è relativo alla consapevolezza, su cui convergono le scienze umane, del fatto che l’individuo si situa alla convergenza di un fascio di relazioni, è “punto di convergenza di più insiemi”6, specifici e via via più generici. L’identità è multipla: non si riduce alle sole caratteristiche di unicità e irripetibilità, ma ha a che fare con l’incrocio, l’interazione di una pluralità di caratteristiche e appartenenze. Tra identità (anche, se non soprattutto, intesa in termini di pseudo-essenza etnica o di connotati di polizia, come nel caso delle impronte digitali) e identificazione esiste una relazione anche contraddittoria. Il che è un’obiezione molto forte a ogni essenzialismo o deriva securitaria, che vorrebbe ridurre quelle interazioni a un profilo unico, discriminato a prescindere o rivendicato unilateralmente7.
Un terzo motivo d’interesse latamente politico, ma di sicuro pertinente a quell’orizzonte, è l’attenzione critica che Ginzburg dedica al tema della “libertà fragile”: lungo una tradizione che, a partire dal Discorso sulla servitù volontaria di La Boétie, arriva all’oggi passando da autori come Montaigne, Hobbes, Le Bon, Freud, Huxley e Orwell, lo storico rivaluta e reinterpreta il tema della tirannia resa possibile dalla decisione volontaria di diventare schiavi di un potere politico autoritario e totalitario, oltre che di un sistema che dell’alienazione consumistica ha fatto un proprio pilastro. Connessa a questa lettura è l’interrogazione sull’odierno regime di “post-verità”, esemplificato dal caso delle “fake news”: anche qui – con la consapevolezza dello storico addestrato dalla lettura dei Re taumaturghi di Bloch (autore anche delle Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra) e de La grande paura del 1789 di Lefebvre, ossia di indagini rigorose sulla costruzione di eventi, processi e attribuzioni arbitrarie, funzionali al consolidamento del potere politico – Ginzburg fa appello alla critica e alla decostruzione di questi messaggi: “dobbiamo imparare a leggere tra le righe ogni sorta di testo; dobbiamo imparare a dimostrare la falsità delle fake news. La filologia elettronica ha (speriamo) un futuro”8.
Questi tre motivi, insieme con altri che ricorrono nei saggi di Ginzburg raccolti ne Il vincolo della vergogna, rendono il libro uno strumento utile, oltre che di grande interesse per le aperture culturali che favorisce. È per questo che l’ho voluto presentare in questa sede, evidenziando a ragion veduta le sue risonanze, al di là delle strette appartenenze disciplinari.
Stefano Nutini
- C. Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Adelphi, Milano 2026, p. 11. Ginzburg riprende qui alcuni passi dal capitolo “Streghe e sciamani”, compreso ne Il filo e le tracce. Vero falso finto, nuova edizione riveduta, Quodlibet, Macerata 2023, p. 338.[↩]
- Su questo tema, in particolare, rinvio al capitolo “Leggere tra le righe, scrivere tra le righe. Strauss/Cantimori” (C. Ginzburg, Il vincolo della vergogna, cit., pp. 239-245).[↩]
- Sullo “straniamento” Ginzburg è tornato a varie riprese, sia nei saggi contenuti ne Il vincolo della vergogna che, in particolare, nel capitolo “Straniamento. Preistoria di un procedimento letterario”, compreso in Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 39-40.[↩]
- C. Ginzburg, Il vincolo della vergogna, cit., p. 22.[↩]
- Ivi, p. 25.[↩]
- Ivi, p. 26.[↩]
- Questa acquisizione fa tornare Ginzburg sul tema della vergogna: “L’emozione da cui sono partito – provare vergogna per una persona diversa da noi, per qualcosa in cui non siamo coinvolti – è un indizio che ci aiuta a ripensare, da un punto di vista inatteso, le nostre identità multiple, la loro interazione, la loro unità” (ibidem).[↩]
- Ivi, p. 258.[↩]
