articoli, recensioni

Abitare in affitto

di Stefano
Nutini

La questione della casa si sta imponendo per la sua rilevanza nel dibattito pubblico, in Italia e non solo, per due motivi principali che a mio parere sono emersi in modo molto chiaro: 

  • da un lato, l’oggettiva pervasività dei processi di finanziarizzazione immobiliare, che si sono attivati non da oggi – godendo di un forte supporto da parte dei poteri pubblici (amministrazioni locali e Stato) – e che mettono profondamente in crisi gli assetti sociali e la vivibilità nelle città, in particolare in quelle più grandi; 
  • dall’altro il risveglio di una consapevolezza soggettiva di questi fenomeni, la ripresa di movimenti organizzati che reagiscono attivamente a questa situazione, sanno coordinarsi in rete a livelli urbani, nazionali e continentali, danno la parola e l’iniziativa ai diretti interessati – gli inquilini e le inquiline – e pongono sollecitazioni forti alla sfera politica, su uno dei crinali in cui oggi si manifesta con maggior rilievo la frattura di classe che attraversa la nostra società.

Insomma, un incrocio di ragioni oggettive e soggettive, economico-sociali e politiche. 

Il diritto alla casa – uno slogan ereditato da stagioni conflittuali lontane nel tempo – cessa di essere un richiamo astratto per tornare a farsi parola d’ordine stringente, teorizzata e praticata con rigore, caratterizzante rispetto all’impegno politico e sociale, e trova amplificazioni non solo in termini di enunciazione, ma di reale impatto, nell’estendersi a un “diritto all’abitare” e a un “diritto alla città pubblica”, ossia in aree in cui si rende chiara la connessione tra la dimensione dell’abitare e il contesto e il significato della residenza. Perché è sempre più evidente che la casa, o per meglio dire la condizione abitativa, non si riducono all’avere un pur necessario tetto sulla testa – condizione quanto mai essenziale, beninteso, in questi tempi di crisi economico-sociale e di “guerra ai poveri” – ma più generalmente coinvolge vissuti, progetti, relazioni intersoggettive, condizioni di lavoro, percorsi scolastici e formativi, uso del tempo libero, e rinvia a dimensioni culturali, psicologiche, antropologiche, politiche, sociali, che implicano, anzi pretendono, un riconoscimento complessivo e integrato. 

È questa maturazione, soggettiva e oggettiva, a spiegare la pubblicazione in tempi recenti di due libri dedicati interamente al tema dell’abitare nel nostro Paese: L’Italia senza casa. Politiche abitative per non morire di rendita, di Sarah Gainsforth1, e Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, di Chiara Davoli e Stefano Portelli2

Tre caratteristiche accomunano secondo me questi due testi: 

  • la capacità, propria dei rispettivi autori e autrici, di presentare la materia nella sua fenomenologia articolata, ma in modo circostanziato e documentato; 
  • la loro attitudine a formulare interpretazioni “situate” e politicamente ragionate, sporgendosi anche su proposte concrete;
  • lo statuto individuale e sociale dei loro autori, siano essi ricercatrici indipendenti, come Gainsforth, o ricercatori universitari militanti, come Davoli e Portelli. È questa “presa diretta” – che proviene da una condizione, consentita dalla loro deliberata e consapevole immersione nel contesto – a permettere le importanti acquisizioni contenute in questi testi.

Qui mi riferirò esclusivamente al volume di Davoli e Portelli, che si concentra su un tema più specifico rispetto al quadro generale e organico fornito da Gainsforth, che comunque è ben ripreso nella parte iniziale del libro in questione. La ragione di questa mia scelta sta nel fatto che i due autori compiono un passo decisivo rispetto  all’altro libro indirizzando progressivamente il loro focus sull’affitto, consci del fatto che su di esso si gioca buona parte della partita in corso, in virtù della fase economico-sociale: è su questa dimensione – la locazione – che converge sempre più l’offensiva volta al prelievo del valore, l’“estrattivismo” che viene opportunamente ricordato nel sottotitolo e che vediamo in atto in differenti forme e situazioni, connesse sempre a processi come i grandi eventi e le grandi opere, la turistificazione, la gentrificazione. 

Davoli e Portelli segnalano che – sia pur nel quadro di una ben nota connotazione prevalentemente “proprietaria” del comparto abitativo italiano, a sua volta conseguenza delle politiche pubbliche di promozione dell’acquisto della casa – occorre riorientare la ricerca, ma soprattutto l’attenzione politica, sul versante della locazione, per buoni e concreti motivi: “in molte grandi città, soprattutto del Nord globale, […] i prezzi delle case sono saliti a livelli che rendono difficile, se non impossibile, l’accesso alla proprietà o a un affitto sostenibile. Questa dinamica si può osservare anche più a lungo termine: se in passato, infatti, la trasmissione della casa di proprietà da una generazione all’altra rappresentava una garanzia e forma centrale di stabilità, oggi tale dinamica rischia di interrompersi, producendo nuove disuguaglianze”3

Di questi tempi l’affitto non è insomma – e non può essere trattato come – una componente residuale. “L’accesso alla casa di proprietà non è più un passaggio scontato, e la questione dell’affitto torna con urgenza al centro del dibattito, non più come opzione temporanea o di ripiego, ma come componente strutturale del sistema abitativo. È anche per questo che i grandi capitali si stanno indirizzando sempre più verso il settore dell’affitto”4

Gli autori documentano bene come, paragonando i dati del censimento Istat del 2004 a quelli del 2024, si sia accentuata la polarizzazione tra i ceti medio-bassi e quelli alti: in vent’anni, le famiglie più povere che vivono in affitto sono passate dal 35,5% al 38,1%, laddove quelle più ricche sono balzate del 92,9% al 95,3%. Se poi si analizzano le fasce generazionali, anche qui si notano dinamiche corpose di estremizzazione: gli infratrentacinquenni, che nel 2004 abitavano per il 73% in case di proprietà, vent’anni dopo sono calati al 64,6%. Altrettanto vale per la fascia tra i 36 e i 44 anni5. Non credo di andare lontano dal vero affermando, anche se in via ipotetica, che queste dinamiche di polarizzazione si evidenzierebbero con ancor maggiore significatività e pregnanza sociale qualora si prendesse in considerazione le sole grandi città, invece che l’intero territorio nazionale. Il che riconfigura necessariamente, e non di poco, le proporzioni tra la popolazione che abita in una casa in proprietà e quella che è in locazione, lungo una faglia che è socialmente connotata. Se ne ha conferma, oltre che sul piano quantitativo-statistico, anche su quello qualitativo, grazie alle numerose interviste coi soggetti cui Davoli e Portelli danno voce.

Se quindi, “per un numero crescente di persone, l’affitto è una condizione abitativa strutturale e di lungo periodo”6, occorre – affermano giustamente Davoli e Portelli – “riportare le politiche per l’affitto al centro dell’agenza pubblica”7. Se Gainsforth, in chiusura del suo saggio, propone la strada dell’“affitto sociale”, argomentandola in sintesi, Davoli e Portelli – e in questo sta uno dei meriti del loro libro – articolano più estesamente la parte propositiva, corroborandola con le analisi di altri studiosi, facendo ricorso a esperienze istituzionali europee e accompagnandola a una forte sollecitazione ai movimenti per l’abitare, perché trovino la forza e la lucidità di rivendicare quattro punti chiari e dirimenti, che qui riepilogo:

  • la tassazione del vuoto abitativo, come misura deterrente rispetto allo sfitto, fenomeno socialmente intollerabile in presenza di una drammatica, consistente fame di case (le stime, non univoche, riportate da Davoli e Portelli parlano di almeno 9 milioni di abitazioni sfitte in tutta Italia, di cui 140.000 a Roma e 60.000 a Milano; in quest’ultima città risultano, da altra fonte8, ben 15.000 alloggi pubblici inutilizzati); in subordine, ciò implica la decriminalizzazione/legalizzazione delle occupazioni per necessità, come riconoscimento dell’opportuna riappropriazione di edifici o appartamenti sottratti all’uso9;
  • il sostegno strutturale all’edilizia residenziale pubblica, da non concepirsi come intervento residuale, indirizzato alle sole fasce povere o vulnerabili, o solo come risposta d’emergenza; questo comparto, la cui esistenza e funzionalità non devono essere garantite da forme di partnership tra pubblico e privato, destinate a remunerare quest’ultimo, trova la propria ragion d’essere nel ruolo costitutivamente anticiclico, di calmiere sistemico rispetto alla speculazione privata e alle pretese del mercato. Uno strumento strutturale come quello qui indicato era riconoscibile, per esempio, nell’accantonamento dei contributi Gescal di lavoratori e lavoratrici a fini di consolidamento del settore pubblico, non a caso da tempo annullato;
  • il riorientamento della politica dei sussidi pubblici, finora riservata prevalentemente o esclusivamente al sostegno all’acquisto più che all’affitto, laddove dovrebbe rendere sostenibili le locazioni;
  • la regolamentazione stringente dei livelli degli affitti: a rafforzare il ruolo di calmiere rispetto alle dinamiche del mercato – costituito, come si è detto prima, da un auspicabile, corposo rilancio dell’edilizia residenziale pubblica –, si dovrebbe agire anche sul fronte dei livelli dei fitti. Da un lato, quindi (è la cosiddetta “regolazione di seconda generazione”), fissazione di un indice reddituale su cui parametrare il calcolo dei canoni (e ciò a maggior ragione in una fase i cui i salari sono da tempo fermi o addirittura in regresso rispetto al potere d’acquisto); dall’altro (“regolazione di terza generazione”), congelamento dei canoni in atto, salvo il caso di aumenti connessi a reali e positive modifiche della qualità dell’alloggio.

Come si vede, la proposta di questi punti programmatici è pertinente e ricca, riuscendo a individuare punti di svolta nevralgici. Il richiamo finale degli autori è quanto mai esigente e concreto: “se i movimenti per la casa in Italia continuano a sviluppare una comprensione seria, profonda e aggiornata della realtà sociale, economica e politica che li obbliga a ribellarsi, articolando un linguaggio e delle pratiche adeguati al momento, con la coscienza del compito epocale che sono chiamati a giocare, cresceranno e si radicheranno nella società, accelerando il processo di cambiamento – del resto ormai indispensabile in molti ambiti della vita civile. La conoscenza e l’azione, come sempre, devono andare insieme. L’una senza l’altra non aiuta, e può addirittura diventare un ostacolo. Insieme, possono trasformare ogni cosa”10

La centratura sui movimenti è sicuramente appropriata, visto il loro ruolo meritorio, così come è giusto riconoscere e rafforzare il circuito virtuoso teoria-prassi, ma – mi domando in chiusura, chiedo agli autori e a chi legge – ci si può esentare dall’investire e dall’interpellare in modo stringente, in questo auspicio e in questo sforzo, anche le forze politiche che vogliano sinceramente e fattivamente praticare il cambiamento? Scrivendo queste righe a poche settimane dall’approvazione del “Piano casa” governativo, che abdica deliberatamente al ruolo dello Stato per consegnare il diritto all’abitare alle logiche del profitto privato e della speculazione, non riesco a prescindere da un quesito come questo. L’opposizione efficace alle dinamiche del mercato e alle linee politiche istituzionali, anche in questo caso convergenti, è – può, deve essere – appannaggio dei soli movimenti?

Stefano Nutini

  1. S. Gainsforth, L’Italia senza casa. Politiche abitative per non morire di rendita, Laterza, Bari 2025.[]
  2. C. Davoli, S. Portelli, Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, Armando, Roma 2025.[]
  3. C. Davoli, S. Portelli, Abitare in affitto, cit. p. 96. Gli autori rinviano, a supporto di queste affermazioni, ad alcuni studi circostanziati di Filandri et al. (ivi, n. 34).[]
  4. Ivi, p. 97.[]
  5. Ivi, pp. 97-98.[]
  6. Ivi, p. 99.[]
  7. Ibidem.[]
  8. Fonte: Unione inquilini Milano e Sicet Milano.[]
  9. “I proprietari non vogliono che le loro case siano occupate. Io neanche voglio necessariamente che le case siano occupate, però questo spingerebbe gli investitori a non tenere le case vuote. Quindi, nei posti in cui c’è un alto tasso di vuoto, questo può essere molto buono: decriminalizziamo l’occupazione, e i proprietari saranno spinti a non tenere le case vuote”: così si esprime il geografo M. Aalbers in un suo podcast del febbraio 2021, riportato ivi, pp. 224-225.[]
  10. Ivi, p. 265.[]
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