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Il 3 novembre sarà la disfatta di Trump?

di Alessandro
Scassellati

La guerra con l’Iran, l’aumento dei prezzi e il basso indice di gradimento del presidente danno un vantaggio ai Democratici alle elezioni di midterm del 3 novembre prossimo, ma i Repubblicani hanno investito ingenti somme di denaro nelle elezioni chiave. Gli analisti suggeriscono che l’esito finale dipenderà dalla fazione dei “mad-as-hell” (gli esasperati), un elettorato trasversale stufo dello status quo che vede la sfida non come una scelta tra destra e sinistra, ma tra “i ben pasciuti e gli esasperati” (the well-fed versus the fed-up). Il Paese sembra essere entrato in una fase storica in cui le elezioni sono percepite come “esistenziali” da entrambe le fazioni, un clima anomalo che carica le urne di una pressione democratica senza precedenti. In questo clima di forte polarizzazione politica e sociale, il movimento sindacale statunitense sta vivendo un anno elettorale straordinario, con oltre tre dozzine di candidati legati ai sindacati in corsa per la Camera e il Senato, nel tentativo di restituire le leve del potere ai cittadini comuni e ridare voce alla classe lavoratrice. A cavalcare questo risentimento è soprattutto l’ala sinistra del Partito Democratico con i DSA (Democratic Socialists of America), che hanno eletto il tema dell'”affordability” — l’accessibilità economica dei servizi e dei beni essenziali — a proprio cavallo di battaglia elettorale per intercettare il malcontento contro il carovita e il trumpismo.

Il logoramento della retorica presidenziale e l’effetto zavorra

Donald Trump ha dato il massimo alla convention di metà mandato del Partito Repubblicano tre settimane fa. Nei discorsi rivolti agli elettori che a breve decideranno se mantenere i Repubblicani al controllo del Congresso per la fase finale della sua presidenza, il presidente ha promesso assegni da 5.000 dollari (ma, secondo un sondaggio, solo il 13% degli elettori gli ha creduto) e ha avvertito che gli Stati Uniti si trasformerebbero in un “Paese comunista” se venissero eletti i Democratici. Questa linea retorica si è concretizzata nel lancio di un controverso spot televisivo di 30 secondi trasmesso su Fox News, Newsmax e CBS; il video mostra un montaggio del presidente accompagnato dal brano “Love Me” del cantante JMSN — che ha denunciato l’uso non autorizzato della sua musica — e si conclude con un cartiglio che recita “AMERICA WILL NEVER BE A COMMUNIST COUNTRY” e la dicitura ufficiale “Paid for by the US government“. La Casa Bianca ha difeso la pubblicità definendola un “annuncio di pubblico servizio”, ma l’operazione ha scatenato una durissima reazione parlamentare da parte di esponenti democratici come i senatori Patty Murray e Chris Murphy, i quali hanno accusato l’amministrazione di violare le leggi federali sulle dotazioni finanziarie utilizzando i soldi dei contribuenti per pura propaganda politica e auto-esaltazione, inserendo lo spot nella lista dei costosi progetti di vanità presidenziali stimati in oltre 1,8 miliardi di dollari. Nelle ultime settimane, la Casa Bianca ha ampliato la campagna pubblicitaria finanziata dai contribuenti per promuovere l’agenda politica di Trump e l’unico repubblicano che ha osato dire che “dovrebbe esserci una regola” contro tali spese, ammettendo tacitamente che tali spese sono “probabilmente” illegali, è stato il senatore della Louisiana John Kennedy. Per quanto sfacciati e autoritari sono questi spot elettorali pagati con i soldi dei contribuenti, sembra probabile che si rivelino controproducenti: un segno di debolezza politica, un’ammissione inequivocabile che il messaggio fondamentale di Trump non sta più facendo presa come un tempo sulla base del partito.
In ogni caso, i Repubblicani stanno tentando di spostare l’asse del dibattito, trasformando il voto da un referendum su Trump (anche se Trump ha chiesto agli elettori di “immaginarsi che io sia candidato”) a una scelta ideologica radicale, arrivando ad adottare una risoluzione formale alla Camera per condannare il “pericolo socialista” e la stessa DSA. Durante l’ultima convention, esponenti storici come il senatore Ted Cruz hanno cavalcato la retorica della “paura rossa” associando esplicitamente il comunismo alle minacce dell’islamismo e dipingendo la sinistra come una minaccia esistenziale per la cristianità. La strategia che i Repubblicani stanno mettendo in atto in Michigan e in altri stati chiave è quindi quella di dipingere i democratici come estremisti ideologici che si sono spostati troppo a sinistra, mobilitando al contempo gli elettori meno coinvolti, necessari per mantenere la maggioranza al Congresso a novembre.
Tuttavia, questa retorica basata sulla demonizzazione dell’avversario, sulle “guerre culturali” e sul trovare capri espiatori (come gli immigrati, le persone transgender o l’ideologia DEI) sembra perdere colpi dopo un decennio: gli elettori si rendono conto che, mentre l’amministrazione colpisce questi bersagli, la vita di tutti i giorni non migliora e la ricchezza si accumula solo al vertice. All’interno del sistema capitalistico statunitense del XXI secolo, la cosiddetta classe media continua a contrarsi, mentre si espande il divario di ricchezza: lo 0,1% al vertice detiene più di cinque volte la ricchezza del 50% alla base, con 3 individui più ricchi di 150 milioni di statunitensi messi insieme. Lo 0,1% detiene circa il 15% della ricchezza totale del Paese, con un patrimonio medio familiare di oltre 200 milioni di dollari ciascuno. I super ricchi non si stanno allontanando solo dagli americani medi. Sostenuti da un boom del mercato azionario che ha aggiunto migliaia di miliardi di dollari al loro patrimonio netto, i ricchissimi si stanno allontanando persino dagli altri americani ricchi. Al tempo stesso, secondo i dati dell’Urban Institute, oltre la metà degli statunitensi vive nell’insicurezza finanziaria. Il numero dei working poor (lavoratori poveri) è in aumento e l’MIT calcola che oltre il 44% dei lavoratori statunitensi a tempo pieno non percepisce un salario sufficiente a soddisfare le esigenze di base. Sempre più ampi settori degli elettori non ritengono che l’economia stia lavorando a loro vantaggio; al contrario, pensano che il sistema sia sempre più truccato e corrotto a favore di una ristretta cerchia di privilegiati in stretti rapporti con i leader del Paese. Il combinato disposto di queste due preoccupazioni mette Trump e i Repubblicani in una posizione estremamente difficile alla vigilia delle elezioni.
La disillusione, l’insoddisfazione, il risentimento e persino la disperazione crescenti hanno spianato la strada al successo di messaggi radicalmente focalizzati sul costo della vita, replicando su scala nazionale il “fenomeno Mamdani”: l’anno scorso, l’esponente democratico-socialista Zohran Mamdani ha conquistato la poltrona di sindaco di New York strappando una vittoria clamorosa grazie a una piattaforma incentrata interamente sul blocco degli affitti, asili nido e trasporti gratis e tutele contro l’inflazione quotidiana. Il trionfo di questa agenda di pura affordability (accessibilità economica) nella più grande metropoli statunitense dimostra che il populismo economico della sinistra ha ormai una presa fortissima sulle famiglie ordinarie, neutralizzando la retorica della Casa Bianca. L’idea non potrebbe essere più semplice: i beni essenziali della vita sono diventati proibitivi e qualcuno dovrebbe fare qualcosa al riguardo. L’accessibilità collega gli alti costi della vita alle politiche repubblicane, in particolare alle tariffe daziarie e alla guerra con l’Iran. I Democratici sperano di cavalcare la diffusa frustrazione dei cittadini per ottenere la vittoria a novembre e hanno fatto dell’accessibilità economica il loro tema principale di comunicazione per l’autunno. I tassi sui mutui hanno raggiunto il 7% e, secondo alcune stime, il Paese avrebbe bisogno di oltre 4 milioni di nuove case per rendere gli alloggi più accessibili, stando ai dati di Redfin. I dati storici mostrano d’altronde che i tentativi di Trump di corteggiare l’elettorato dei colletti blu con promesse populiste non hanno intaccato la forte preferenza storica delle famiglie sindacalizzate per il campo democratico. Tra l’altro, una serie di recenti sondaggi mostra che l’attrattiva del socialismo democratico è sorprendentemente ampia. Un recente sondaggio della CBS News ha rilevato che circa il 60% degli americani ritiene l’economia “ingiusta” e che la maggior parte delle persone sotto i 45 anni afferma di avere minori opportunità economiche rispetto ai propri genitori. In un recente sondaggio Economist/YouGov, il 66% dei repubblicani ha dichiarato che il divario tra ricchi e poveri rappresenta un “grosso problema”. Sebbene il mercato azionario sia in rialzo e gli Stati Uniti non stiano attraversando una recessione o una disoccupazione di massa, l’indice mensile di fiducia economica di Gallup si è mantenuto costantemente su livelli negativi. La sfida per i progressisti del partito Democratico è convertire il diffuso senso di ingiustizia e l’idea dell’accessibilità economica in un programma di azione politica.
Mentre Trump continua a sostenere che si tratta della “migliore economia della storia“, nonostante l’inflazione (al 3,4%) sia più alta e la crescita economica (intorno al 2%) più bassa rispetto a quando Joe Biden ha lasciato l’incarico. La disoccupazione tra i nativi americani è aumentata, secondo un’analisi dell’economista Mike Konczal. In effetti, i tassi di occupazione per gli uomini nati negli Stati Uniti, un tema particolarmente caro a JD Vance, sono scesi al di sotto dei livelli del 2024, ha aggiunto Konczal. Entro la fine di giugno, il mercato dell’Affordable Care Act (ACA, il cosiddetto Obamacare) ha registrato quasi 3 milioni di iscrizioni in meno, secondo il Center for Budget and Policy Priorities. La scorsa settimana la task force antifrode di Vance ha annunciato che avrebbe cancellato ulteriori 760.000 account dagli scambi pubblici dell’ACA. Gli esperti temono che le iscrizioni legittime possano diventare “danni collaterali”, come ha dichiarato Cynthia Cox della KFF al Wall Street Journal. Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha tagliato i finanziamenti destinati a contrastare la mortalità materna e le disparità sanitarie, privilegiando la “risoluzione delle cause profonde dell’infertilità”, tra cui la bassa conta spermatica, come riportato questo mese dal Washington Sun. Trump e i Repubblicani al Congresso hanno tagliato miliardi di dollari dal programma SNAP (i buoni alimentari per il sostegno alle famiglie a basso reddito), con profonde conseguenze per le comunità rurali, dove “una quota maggiore” di residenti “ha un reddito basso e vive in condizioni di grave disagio economico”, secondo quanto riportato dal CBPP.
La convention repubblicana è stata un incontro politico senza precedenti che ha rappresentato un tentativo disperato di cercare di mantenere il controllo del Congresso, che, storicamente, gli alleati Repubblicani di Trump avrebbero probabilmente perso nelle elezioni del 3 novembre. Tre settimane dopo, con gli elettori di diversi Stati che hanno già iniziato a inviare le schede elettorali per posta, non vi è alcuna indicazione che la strategia abbia funzionato. A pesare sulle prospettive dei Repubblicani è il forte timore che le aggressive politiche economiche presidenziali stiano alimentando un vicolo cieco inflazionistico. I vertici della campagna presidenziale hanno confermato una massiccia offensiva mediatica e di presenza sul territorio che vedrà Trump impegnato in un fitto calendario di comizi settimanali a ottobre; una strategia che ha sollevato forti perplessità tra gli analisti in quanto focalizzata non sui territori contendibili, bensì su tappe in Oklahoma (Durant) e Alabama (Mobile), due delle aree più conservatrici del Paese.
D’altra parte il nervosismo dei Repubblicani è reso evidente dal fatto che investono ingenti somme di denaro in quasi quaranta elezioni per la Camera dei Rappresentanti, precedentemente considerate delle roccaforti “sicure”, dopo che i sondaggi interni hanno mostrato che potrebbero essere vulnerabili il 3 novembre. Il deputato repubblicano Bryan Steil ne è un esempio emblematico. Il suo distretto del Wisconsin ha votato per Trump con un margine di circa 4,5 punti percentuali nel 2024 ed è classificato come “tendenzialmente repubblicano” dal Cook Political Report, un’organizzazione apartitica specializzata nell’analisi delle elezioni. Ciononostante, i super PAC conservatori hanno investito 1,5 milioni di dollari nella sua campagna elettorale nel mese di settembre. In un distretto del Texas meridionale, vinto da Trump con 18 punti percentuali di vantaggio nel 2024, i gruppi repubblicani hanno investito circa 2 milioni di dollari in messaggi di testo, posta diretta e pubblicità digitale a partire dal 5 settembre per aiutare la deputata uscente Monica De La Cruz a mantenere il suo seggio. Venerdì scorso, il Cook Political Report ha spostato la sua valutazione del seggio da “tendenzialmente repubblicano” a “in bilico”.
Tuttavia, l’entusiasmo nei sondaggi per i Democratici deve scontrarsi con la dura realtà strutturale della mappa del Senato. Sebbene il trend nazionale sia favorevole all’opposizione, la mappa di questo ciclo elettorale protegge intrinsecamente i Repubblicani, che si trovano a difendere un numero inferiore di seggi considerati vulnerabili rispetto ai Democratici. Per strappare la maggioranza alla Camera alta, i Democratici non possono limitarsi a capitalizzare sul malcontento generale, ma devono difendere con le unghie e con i denti i propri senatori uscenti in Stati conservatori e blindare i territori più instabili, i cosiddetti collegi in bilico. Senza una vittoria netta in almeno quattro di questi storici campi di battaglia, l’ipotesi di una riconquista del Senato rimane matematicamente bloccata, a prescindere dal crollo di popolarità di Trump.
I sondaggi continuano a mostrare un vantaggio dei Democratici nelle rilevazioni generiche per il rinnovo del Congresso, che rimangono un indicatore chiave del sentimento degli elettori, così come in alcune importanti competizioni per il Senato, come in Carolina del Nord e Georgia, entrambi Stati vinti da Trump due anni fa. Un sondaggio dell’AARP pubblicato lunedì ha mostrato il democratico Roy Cooper in vantaggio di 11 punti percentuali sul repubblicano Michael Whatley nella corsa al Senato nella Carolina del Nord.
Gli analisti hanno rivisto le loro previsioni per le altre elezioni in bilico quasi unanimemente a favore dei Democratici, nonostante gli sforzi concertati degli Stati a guida repubblicana per ridisegnare i distretti della Camera a favore del partito. Sul fronte giudiziario, la Corte Suprema ha inferto un freno a questa strategia respingendo il (terzo) tentativo di utilizzare una nuova mappa congressuale del Missouri sostenuta da Donald Trump e dal governatore repubblicano Mike Kehoe, la quale era stata pensata per ridisegnare il quinto distretto del deputato democratico Emanuel Cleaver a favore del candidato repubblicano Rick Brattin per conquistare un seggio extra. Questa battaglia legale, la più complessa tra la dozzina di Stati che hanno cercato di modificare i confini della Camera, ha generato un profondo paradosso elettorale: la nuova mappa è stata infatti già impiegata per disputare le primarie di agosto, ma i giudici costituzionali hanno confermato la decisione della Corte Suprema del Missouri che impone il ritorno ai confini distrettuali del 2022 mentre il voto per posta è in corso. Questo improvviso ripristino ha scatenato la confusione istituzionale per oltre un milione di potenziali votanti — quasi un quarto dell’elettorato statale —, spostati da un distretto all’altro con candidati differenti sulla scheda, costringendo i due vincitori delle primarie, Cleaver e Brattin, a correre su un territorio del tutto mutato alle elezioni del 3 novembre.
A pesare sui sondaggi è una generale sfiducia nel sistema bipartitico, legata al fatto che i cittadini non riescono a pagare la sanità o l’asilo per i figli, mentre i prezzi di generi alimentari e benzina continuano a salire. Il timore degli analisti è che le aggressive politiche tariffarie e protezionistiche di Donald Trump stiano alimentando un’inflazione strutturale più elevata. I piani di spesa e i tagli fiscali del Presidente hanno spinto il debito pubblico di Washington oltre la soglia astronomica dei 40 mila miliardi di dollari, esasperando una vera e propria spirale del debito statunitense. Il rifinanziamento dei vecchi titoli decennali a tassi superiori al 5% ha fatto schizzare la spesa per i soli interessi annualizzati alla cifra record di 1.200 miliardi di dollari, superando persino l’intero budget della difesa nazionale. Di conseguenza, il Tesoro è ora costretto a emettere oltre 166 miliardi di dollari di nuovo debito ogni mese per coprire un deficit strutturale di circa 2 mila miliardi (intorno al 6% del PIL), mentre la finanza dei monopoli digitali cannibalizza la liquidità dei mercati per alimentare le quotazioni in Borsa e la costruzione dei data center privati. L’impatto ecologico e industriale dello sviluppo incontrollato di queste infrastrutture tecnologiche per l’Intelligenza Artificiale, unito ai timori per la gestione dei costi energetici sul territorio, è entrato di prepotenza nel dibattito pre-elettorale, spingendo molti candidati sul territorio a promuovere programmi fortemente incentrati su politiche verdi e tutele ambientali. Inoltre, il prezzo al dettaglio della benzina è di oltre 4 dollari al gallone e quello del diesel ha superato il record storico, sfondando la soglia di 6,50 dollari al gallone alla pompa e aumentando del 75% in un anno, a causa del blocco di due terzi delle esportazioni di carburante raffinato dalla Russia e dal Golfo Persico. Questa impennata colpisce duramente la filiera logistica, i trasporti alimentari e la Farm Belt americana proprio durante il raccolto autunnale, lasciando l’amministrazione con pochissime leve di intervento per frenare i costi e configurandosi come il vero “tallone d’Achille” politico di Trump per le elezioni di midterm del 3 novembre.
Il vantaggio dei Democratici nei sondaggi generici si scontra però con l’ostacolo del gerrymandering nei distretti della Camera. Negli Stati del Sud controllati dal GOP, la mappa elettorale è stata ridisegnata in modo così geometricamente favorevole ai Repubblicani che il vantaggio democratico rischia di essere diluito. Questo anche se le nuove mappe elettorali democratiche in California e Utah stanno in gran parte compensando i progressi ottenuti dai Repubblicani in altre zone del Paese in termini di ridefinizione dei distretti elettorali. Gli analisti calcolano che, per superare le barriere dei distretti alterati e conquistare una maggioranza operativa alla Camera, i Democratici avranno bisogno di un margine di distacco nel voto popolare nazionale superiore al 3,5%. Nelle aree suburbane, la sfida non si gioca sulla preferenza ideologica, ma sulla capacità di convincere l’elettorato moderato che il voto ai Democratici sia l’unico modo per arginare i rincari provocati dall’economia di guerra. La cosa che più preoccupa il Partito Repubblicano è che non ci sono praticamente possibilità che la guerra contro l’Iran finisca, che l’inflazione si raffreddi, che i tassi di interesse scendano, che la fiducia dei consumatori aumenti e che l’ottimismo economico cresca prima delle elezioni del 3 novembre.
La massiccia macchina mediatica, lungi dal risolvere i problemi dei Repubblicani, si sta rivelando un’arma a doppio taglio: i dati della piattaforma che monitora la pubblicità politica AdImpact rivelano che la figura di Trump è apparsa quasi un milione di volte negli spot e nei messaggi elettorali di entrambi i partiti, una presenza ossessiva che, unita a un indice di gradimento stimato solo intorno al 32%, sta esercitando un letale effetto zavorra sui candidati Repubblicani nei distretti più competitivi. Secondo AdImpact, i Repubblicani hanno prenotato spazi pubblicitari per almeno 888 milioni di dollari nelle prossime settimane, contro almeno 666 milioni di dollari per i democratici. I dati della Commissione elettorale federale mostrano che il No Going Back PAC, interamente finanziato dal super PAC di Trump MAGA Inc., è in testa a questa ondata di investimenti pubblicitari.
Il collasso di consensi dei Repubblicani trova una sponda impietosa nei dati sul gradimento dell’approvazione pubblica per la gestione della guerra in Iran che è sprofondato al 31%, mentre quello sul costo della vita arranca al 28%. Gli analisti tracciano ormai un parallelismo storico con il 2006, quando George W. Bush franò alle elezioni di metà mandato a causa del pantano in Iraq e del caro benzina: una tempesta perfetta che allora permise ai Democratici di strappare il controllo del Senato pur correndo in territori fortemente conservatori. Una pesante sconfitta dei Repubblicani aprirebbe una fase di estrema vulnerabilità istituzionale per Trump, esponendolo a possibili procedure di impeachment (i Democratici intendono avviare indagini su come avrebbe presumibilmente abusato del suo incarico per arricchire la sua famiglia, concedere favori ai suoi sostenitori, svuotare il governo federale e realizzare costosi progetti edilizi) e paralizzando definitivamente l’azione governativa per i prossimi due anni.
A dare il colpo di grazia statistico è l’ultimo sondaggio nazionale Reuters/Ipsos, che certifica il minimo storico assoluto nella carriera politica di Trump al 32% (in netto calo rispetto al 47% dell’inaugurazione del secondo mandato). I sondaggi più recenti evidenziano un quadro persino peggiore, con la quota di sostenitori incrollabili della base MAGA precipitata a un misero 13%, mentre ben il 60% degli elettori bianchi senza titolo universitario dichiara di disapprovare apertamente la gestione della crisi economica da parte della Casa Bianca. Con le elezioni di metà mandato alle porte, e dopo lo scandalo Epstein e la guerra all’Iran, i seguaci di Trump, i trumpiani del culto di MAGA, stanno perdendo fiducia nel loro presidente. All’inizio di questo mese, il podcaster Joe Rogan, il cui appoggio a Trump nel 2024 è stato ampiamente considerato determinante per la sua vittoria elettorale, ha preso le distanze dal presidente e dai suoi sostenitori “fanatici”. “I sostenitori di Trump sono dei veri pazzi”, ha detto Rogan nel suo podcast. Nello stesso episodio, Rogan ha ammesso di aver “in un certo senso aiutato Trump”, ma ha insistito sul fatto che lo aveva fatto perché pensava che avrebbe prosciugato la palude. “Ovviamente, non è stato l’ideale sotto questo aspetto”, ha aggiunto Rogan. Un recente sondaggio PBS News/NPR/Marist ha rilevato che il 45% degli elettori ha dichiarato che la principale motivazione per votare alle elezioni di medio termine era quella di opporsi a Trump.
Alcune delle persone che hanno creduto in Trump negli ultimi dieci anni sembrano arrivare alla conclusione che l’uomo d’affari outsider per cui hanno votato è solo un altro tipico politico. E anche se ci sono sicuramente molti elettori disillusi di Trump che non oserebbero votare per un democratico, non c’è alcuna garanzia che si prenderanno la briga di presentarsi il giorno delle elezioni se ritengono che la loro parte si stia comportando male. A novembre, quella è una fetta della loro coalizione che i Repubblicani non possono permettersi di perdere.
Il progressivo isolamento e declino politico di Trump sta spingendo un numero crescente di deputati repubblicani in bilico a rompere apertamente la disciplina di partito: un fenomeno di diserzione così esteso e repentino da spingere i media nazionali a istituire dei veri e propri sistemi di tracciamento per contare i candidati repubblicani che scaricano la presidenza. Le manovre di sganciamento stanno toccando anche i fedelissimi storici della linea presidenziale: basti pensare a Byron Donalds, candidato del GOP a governatore in Florida, che ha silenziosamente eliminato la maggior parte dei riferimenti a Trump dal sito web della sua campagna elettorale, rinnegando la fedeltà assoluta su cui ha edificato la sua intera parabola politica. Il mito dell’obbedienza totale a Trump si sta sgretolando di fronte al timore dei singoli candidati di perdere il proprio seggio, costringendoli a cercare una disperata distanza pubblica dalle linee presidenziali su dazi, guerra ed immigrazione.

 

La mappa del risentimento locale e la crisi dei due schieramenti

Un’analisi approfondita del The Washington Post conferma che il Senato è pienamente contendibile, delineando un percorso stretto ma plausibile in cui ben 10 seggi chiave rischiano concretamente di ribaltarsi. Altrettanto drammatico è lo scenario alla Camera dei Rappresentanti: i modelli predittivi di The Hill indicano che territori in mano al GOP come il 22° distretto di New York di Brandon Williams, l’Oregon 5° e ben quattro seggi chiave in California occupano i primissimi posti nella classifica assoluta dei collegi Repubblicani con la più alta probabilità di passare ai Democratici. Gli analisti hanno rivisto le loro previsioni per altre elezioni in bilico quasi unanimemente a favore dei Democratici, nonostante gli sforzi concertati degli Stati a guida repubblicana per ridisegnare i distretti della Camera dei Rappresentanti a favore del partito. Secondo i medesimi modelli predittivi del quotidiano della capitale, la Carolina del Nord svetta oggi in cima alla classifica assoluta dei territori più contesi. La fragilità dei Repubblicani si riflette anche nei ribaltamenti storici previsti dagli analisti del Washington Post: territori complessi come l’Alaska, l’Ohio e il Maine occupano posizioni caldissime nella top 10 dei campi di battaglia più a rischio per la maggioranza conservatrice.
Questa emorragia di consensi si traduce in un fenomeno di disgregazione demografica strutturale; le rilevazioni statistiche di The Economist evidenziano un marcato declino del consenso di Trump tra i giovani ispanici sotto i 30 anni (precipitato di 14 punti percentuali da inizio anno) e i giovani afroamericani (giù di 9 punti), in passato attratti dal suo populismo economico ma oggi logorati dall’impennata del costo della vita quotidiana e delle spese sanitarie. Questo travaso di consensi generazionali ha spinto la partecipazione a livelli record nella stagione delle primarie democratiche, premiando l’avanzata dirompente dei candidati della sinistra radicale legati ai Democratic Socialists of America (DSA), i quali hanno espulso i vertici dell’establishment centrista in Stati chiave come New York (con le storiche vittorie di Darializa Avila Chevalier, Brad Lander e altri) e Colorado (con l’affermazione di Melat Kiros, che è riuscita a scalzare clamorosamente la deputata centrista Diana DeGette dopo ben 15 mandati consecutivi al Congresso). La forza di questa ondata si è manifestata nel rigetto collettivo della finanza speculativa dei Super PAC: in Michigan, il progressista Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination per il Senato sconfiggendo l’ala moderata del partito e polverizzando un’offensiva da oltre 30 milioni di dollari orchestrata dall’AIPAC.
L’indice di gradimento di Trump rimane basso, con alcuni sondaggi che lo vedono toccare nuovi minimi storici. I prezzi della benzina e del diesel hanno ricominciato a salire a causa della guerra in corso con l’Iran, alimentando quello che gli analisti definiscono un vero e proprio “dilemma del diesel”. Se da un lato i produttori petroliferi americani stanno registrando profitti straordinari aumentando le esportazioni verso l’Europa e l’Asia per colmare il vuoto lasciato dal crollo della raffinazione russa e mediorientale, dall’altro questa fuga di carburante oltreoceano sta prosciugando le scorte interne. Questa scarsità di offerta, mantenendo i prezzi del carburante alla pompa ai record storici, colpisce direttamente i trasporti pesanti e la produzione alimentare. Questa morsa economica sta provocando un’emorragia di consensi senza precedenti: le rilevazioni statistiche indicano che circa il 20% degli elettori che hanno sostenuto Trump nel 2024 oggi dichiara di pentirsi del voto, mentre figure di primo piano della destra populista come Marjorie Taylor Greene attribuiscono apertamente alla Casa Bianca la colpa di un diesel insostenibile. Questo clima ha spinto il senatore repubblicano Chuck Grassley dell’Iowa a incoraggiare pubblicamente il presidente a fare di più per gli agricoltori, le cui attività sono state particolarmente colpite dagli shock economici del conflitto (con l’aumento dei costi di benzina, diesel e fertilizzanti), delle tariffe doganali e dell’importazione di carne bovina, alimentando il malcontento tra gli elettori delle zone rurali.
In Minnesota, l’amministrazione Trump sconta anche il duro contraccolpo psicologico legato ai traumi dell’Operation Metro Surge dell’ICE e alle uccisioni di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, simboli di una profonda ferita locale non ancora rimarginata. Dopo le proteste dell’opinione pubblica, l’amministrazione Trump ha cambiato tattica, passando dall'”assedio” (con squadre di agenti mascherati a bordo di veicoli militari blindati che perlustrano i quartieri residenziali, pattugliano i parchi pubblici e gli “smorzi” e si posizionano davanti alle scuole elementari per prelevare i pedoni dalle strade) a un approccio più cauto e “delicato”. Ma ora gli oltre 22 mila agenti dell’ICE, coadiuvati anche dalle locali forze dell’ordine, sono ovunque (anche nelle aree suburbane e rurali): gli arresti (spesso eseguiti sulla base di una “profilazione razziale”) hanno raggiunto livelli record (oltre 50 mila nel solo mese di luglio), le operazioni fuori dai minimarket, nelle carceri, nei cantieri edili o agli incroci trafficati continuano a finire sulle prime pagine dei giornali locali e stanno rendendo difficile la vita ai Repubblicani più vulnerabili che lottano per la loro sopravvivenza politica. Negli ultimi mesi, la Corte Suprema ha spianato la strada all’amministrazione per porre fine alla protezione umanitaria temporanea per 350 mila haitiani e siriani residenti negli Stati Uniti e ha facilitato la revoca della protezione per un totale di circa 1,3 milioni di immigrati provenienti da diversi Paesi a cui è stato concesso lo status di protezione temporanea (TPS). Attualmente, circa 170 mila salvadoregni residenti negli Stati Uniti attendono con ansia che l’amministrazione annunci se rinnoverà o revocherà la protezione a loro favore. Le politiche di contrasto all’immigrazione in Kansas, Texas (che è diventato l’epicentro dell’attività dell’ICE con un quinto degli arresti effettuati a livello nazionale quest’anno), Florida e altrove stanno costringendo i Repubblicani degli Stati chiave a rispondere delle conseguenze. In vista delle elezioni di medio termine, soprattutto nelle zone rurali gli elettori antepongono le preoccupazioni economiche (costo della vita e spese sanitarie) all’immigrazione, al conflitto con l’Iran e a diversi importanti dibattiti di politica interna.
All’improvviso, i vertici del Partito Repubblicano sembrano preoccupati per le sorti dei senatori in carica che si ricandidano in alcuni degli Stati più conservatori del Paese. Due settimane fa, il vicepresidente JD Vance ha tenuto un comizio in Kansas, uno Stato che non elegge un democratico al Senato da quasi un secolo, ma dove il democratico Adam Hamilton, un pastore metodista (ha fondato la più grande congregazione metodista degli Stati Uniti – Resurrection – con 24 mila membri distribuiti su nove sedi nell’area di Kansas City e 22 funzioni ogni domenica) che incentra la campagna sul populismo economico, viene considerato un forte sfidante del senatore repubblicano uscente Roger Marshall. Un recente sondaggio condotto da Emerson College/Nexstar Media ha rilevato che Hamilton rientra nel margine di errore rispetto a Marshall stesso. Il sondaggio ha mostrato che il 45% degli elettori sostiene Hamilton e il 43% il senatore repubblicano. Se Hamilton vincesse, sarebbe il primo senatore democratico eletto dal Kansas in 94 anni.
Il panico sta contagiando anche storici bastioni conservatori come l’Iowa — vinto da Trump con ben 13 punti di distacco nel 2024 — dove gli strateghi del GOP temono ora un ribaltamento totale sia nella corsa al Senato che in quella per il governatore. Proprio l’aggravarsi di questa esposizione e il crollo di popolarità presidenziale nei distretti rurali hanno costretto il comitato nazionale repubblicano a inserire d’urgenza l’Iowa nei piani di viaggio di Trump a ottobre, nel disperato tentativo di proteggere deputati vulnerabili e fortificare territori altrimenti considerati inattaccabili. In questo Stato la sfida per la poltrona di governatore vede in prima linea il quarantenne democratico Rob Sand, figura chiave dell’offensiva progressista, un appassionato di caccia con l’arco e un frequentatore di chiesa: “il democratico che i repubblicani temono negli Stati conservatori americani”, come lo definì una volta il Wall Street Journal, qualcuno in grado di interpretare l'”insoddisfazione” degli elettori e al contempo di colmare le divisioni culturali. L’Iowa è al secondo posto per crescita del tasso di incidenza del cancro, mentre la qualità dell’acqua si sta deteriorando per gli effetti dei nitrati e dei pesticidi, e al 48° per crescita economica. È sull’orlo della recessione da più di un anno, martoriato da una guerra commerciale con il resto del mondo e da una guerra non dichiarata con l’Iran. Le sue scuole pubbliche, un tempo celebrate sulla moneta da un quarto di dollaro, stanno scivolando in basso nelle classifiche nazionali, mentre gli insegnanti combattono contro i divieti sui libri e i legislatori prosciugano il bilancio per pagare le rette delle scuole private per i bambini che già le frequentano. I fallimenti degli agricoltori sono in aumento. La popolazione in gran parte dello Stato sta diminuendo. L’Iowa è ultimo in classifica per numero di ginecologi pro capite e una delle leggi sull’aborto più restrittive del Paese contribuisce a mantenere questa situazione. Per queste ragioni e molte altre, l’anno scorso ben 49 governatori hanno registrato un indice di gradimento superiore a quello della repubblicana uscente dell’Iowa, Kim Reynolds. Un tempo lo Stato era sinonimo di democrazia partecipativa. Ora, non più. Sand sostiene che i leader dell’Iowa abbiano dato priorità alle lotte di potere e alle guerre culturali rispetto alla risoluzione dei problemi e che sia giunto il momento di “cambiare le carte in tavola” dopo quasi un decennio di governo a partito unico. La maggior parte delle proposte di Sand, come la promessa di invertire la privatizzazione del Medicaid o di obbligare le scuole private che accettano fondi tramite voucher ad aprire i propri bilanci ai revisori dei conti, non sono rivoluzionarie. L’idea più ambiziosa di Sand per ripulire l’acqua è quella di fornire maggiori incentivi agli agricoltori affinché partecipino a programmi di conservazione come il ripristino delle zone umide. Se Trump 2.0 rappresenta il culmine di un’era di declino della fiducia politica, Sand offre una visione su come riconquistarla. Questa visione prevede pene detentive obbligatorie per i funzionari pubblici che rubano fondi pubblici e incontri pubblici obbligatori per ogni politico a livello statale. Questa è una sintesi efficace dell’approccio di Sand alla maggior parte dei problemi strutturali. C’è un’avversione per le spacconate, un’enfasi sui risultati concreti, la convinzione che le parti interessate, spesso accusate di ostacolare, collaborerebbero se i politici glielo permettessero. È anche l’aspetto in cui la biografia di Sand è più vulnerabile a una critica populista. La sua attuale campagna elettorale, come tutte le precedenti, è finanziata in larga parte dalla moglie e dalla sua famiglia, i Lauridsen, proprietari di un conglomerato dell’Iowa che produce additivi per brodi e alimenti per animali domestici, tra le altre cose, e che Christine Lauridsen Sand gestisce attualmente come CEO. I Lauridsen hanno contribuito con 11,5 milioni di dollari alla corsa di Sand per la carica di governatore, di cui 7 milioni prima ancora dell’annuncio ufficiale.
Persino nel Midwest più profondo, figure chiave del partito repubblicano come il deputato Tom Tiffany in Wisconsin hanno abbandonato la linea ufficiale della Casa Bianca, unendosi pubblicamente al coro di chi esige un disimpegno immediato dal pantano mediorientale. Tiffany si trova peraltro in una posizione delicata, essendo impegnato a difendere il campo repubblicano nell’infuocata corsa per il posto di Governatore del Wisconsin contro lo sfidante democratico David Crowley. Anche in Stati solidamente “rossi” come il Nebraska si registra un forte risentimento dovuto alla chiusura e al consolidamento delle scuole rurali e dei servizi ospedalieri, che sta letteralmente facendo appassire le piccole comunità locali, costringendo i cittadini a lunghi e costosi spostamenti in auto.
Secondo le analisi sui flussi di voto suburbani pubblicate da The Economist, questa crisi strutturale sta allontanando anche le donne moderate delle periferie residenziali in Stati determinanti come il Wisconsin e la Pennsylvania: il 61% delle elettrici indipendenti di queste aree dichiara ora di voler sostenere i Democratici a causa dell’instabilità bellica e del degrado dei servizi sociali nelle comunità locali. Nello stesso Wisconsin (3° distretto), l’attenzione è focalizzata sul terzo tentativo consecutivo della democratica Rebecca Cooke di scalzare l’incumbent conservatore Derrick Van Orden, una sfida considerata dagli analisti un termometro essenziale per misurare la tenuta del voto suburbano e rurale moderato. Cooke, sostenuta da Bernie Sanders, vuole indirizzare la rabbia e l’indignazione degli elettori contro gli ultra-ricchi, i miliardari del settore tecnologico, coloro che realizzano profitti record a spese dei lavoratori americani.

 

Il nervosismo parlamentare e la stanchezza per la guerra

Tornati a Washington dopo la pausa estiva, l’entità del nervosismo dei Repubblicani alla Camera è diventata evidente quando i Democratici hanno forzato una votazione su una risoluzione relativa ai poteri di guerra per porre fine ai combattimenti con l’Iran. Sebbene la misura sia stata infine respinta nell’aula del Senato con un voto di 53 a 43, il fronte conservatore ha subito una clamorosa spaccatura interna: quattro senatori del GOP — Thom Tillis della Carolina del Nord, Lisa Murkowski dell’Alaska, Rand Paul del Kentucky e Todd Young dell’Indiana — hanno deciso di sfidare apertamente la Casa Bianca votando a favore della risoluzione democratica. Proprio mentre il Presidente esibiva una postura aggressiva sul palcoscenico delle Nazioni Unite il 22 settembre, questa inedita fronda parlamentare a Washington ha rotto i ranghi sul fronte economico ed energetico. Il dibattito si è infiammato mentre il conflitto ha superato la drammatica soglia dei 200 giorni, con un bilancio ufficiale che conta ormai 19 militari americani uccisi e oltre 860 feriti.
“Queste elezioni di metà mandato saranno una vera e propria carneficina”, ha dichiarato Nancy Mace, la deputata repubblicana uscente della Carolina del Sud che faceva parte del terzetto di nuovi convertiti alla Camera, prevedendo che il suo partito non manterrà il controllo del Senato e della Camera dei Rappresentanti quando i voti saranno scrutinati tra poco più di un mese. A pesare sul clima politico sono anche i costi esorbitanti dell’operazione bellica, stimati in oltre 43 miliardi di dollari solo nei primi quattro mesi (di cui 28 spesi solo in munizioni), e un impatto sui prezzi del carburante che ha già gravato sulla spesa delle famiglie americane per una media di 900 dollari a nucleo. Con i sondaggi che mostrano come appena un americano su 4 sostenga ormai il conflitto con l’Iran, i candidati repubblicani nei distretti chiave stanno rompendo apertamente con la linea della Casa Bianca, invocando una rapida conclusione della guerra nel disperato tentativo di smarcarsi dal Presidente ed evitare il tracollo elettorale nei propri territori. Un numero crescente di repubblicani impegnati in competizioni elettorali serrate si è espresso contro la guerra all’Iran. “La guerra con l’Iran deve finire, e finire in fretta”, ha dichiarato Mike Rogers, il candidato repubblicano al seggio vacante del Michigan al Senato, in uno spot elettorale. L’isolamento di Trump sul conflitto mediorientale è ulteriormente acuito dalle drastiche manovre territoriali: la necessità di blindare Stati come l’Iowa e l’Alaska — dove Trump intende fare campagna per il senatore Dan Sullivan incalzato da vicino dall’ex deputata democratica Mary Peltola che fa leva sull’identità locale e sugli effetti negativi delle politiche del presidente — dimostra come le fratture prodotte dalla guerra stiano minacciando l’intero nucleo repubblicano nazionale.
Ashley Hinson, la deputata repubblicana che si candida a rappresentare l’Iowa al Senato, ha scritto sui social media che “la guerra deve essere portata a una conclusione immediata e con successo”. Aveva votato contro la risoluzione democratica sui poteri di guerra, così come John James, il deputato candidato repubblicano a governatore del Michigan, ma martedì della scorsa settimana, secondo il Detroit News, James avrebbe dichiarato ai giornalisti: “Dobbiamo porre fine a questa guerra in fretta. Perché la guerra è terribile e a nessuno piace la guerra”. Proprio l’evidenza delle distanze pubbliche prese dalla Hinson sul conflitto conferma l’eccezionalità del quadro bellico come barometro dello scontento nelle aree rurali. La Hinson si trova ad affrontare una battaglia sempre più dura con il democratico Josh Turek, un rappresentante statale di Council Bluffs, nella parte occidentale dello Stato. Un sondaggio Marist del 22 settembre la vedeva in svantaggio rispetto a Turek, con il 42% degli intervistati a favore di Hinson contro il 50% di Turek. L’ultima volta che l’Iowa è stato rappresentato da un democratico al Senato risale a 18 anni fa. I PAC, i comitati di azione politica allineati con i Repubblicani hanno investito oltre 30,3 milioni di dollari nella campagna, di cui più di 11,7 milioni versati a partire dal Labor Day (7 settembre). I Democratici hanno speso 24,3 milioni di dollari per sostenere Turek, di cui circa 7,6 milioni a partire dal Labor Day, secondo i documenti elettorali federali, che non includono le organizzazioni non profit che non sono tenute a divulgare le proprie spese. Emerge che la stanchezza per i conflitti oltreoceano è ormai un sentimento dominante: persino elettori conservatori storici dichiarano che non voteranno più per i candidati repubblicani a causa di “questa maledetta guerra”.
Oltre all’impatto economico interno, la politica estera sta ridisegnando gli equilibri pre-elettorali anche sul fronte del supporto militare all’estero, in particolare verso Israele. Il netto mutamento dell’opinione pubblica dopo gli ultimi eventi a Gaza ha trasformato un sostegno un tempo incondizionato in una vera e propria passività elettorale, rendendo i finanziamenti del Super PAC AIPAC tossici per molti candidati. I dati mostrano che circa l’80% degli elettori democratici e il 60% degli adulti statunitensi esprimono oggi un giudizio negativo verso le politiche di Tel Aviv, una pressione dal basso che a luglio ha spinto oltre cento deputati democratici alla Camera a votare a favore di un drastico taglio degli aiuti militari governativi. La questione sta innescando durissimi scontri online, con l’ala conservatrice impegnata a colpire il candidato democratico in Michigan Abdul El-Sayed cercando di associarlo a figure della sinistra mediatica radicale come Hasan Piker (un popolare streamer socialista di Twitch di 35 anni). El-Sayed ha respinto l’etichetta di socialista radicale, definendosi un capitalista che però considera il “Medicare for All’ un’opzione non negoziabile (una copertura sanitaria pubblica di base, senza ticket, franchigie o premi, che è garantita a tutti). Il portavoce della campagna, Cole Wozniak, ha affermato di aver costruito una solida base di sostenitori motivati, con oltre 21.000 volontari.
A questa insofferenza si somma una durissima bocciatura delle politiche economiche di Trump:  come sottolineato dal Wall Street Journal, le tasse alle frontiere si stanno riversando su tutta la filiera agricola. Gli effetti negativi dei dazi si inseriscono nel più ampio disastro economico che ha colpito la cintura agricola: tra marzo 2025 e febbraio 2026 le tariffe ritorsive della Cina hanno mutilato l’export agricolo statunitense per ben 14,9 miliardi di dollari su base annua, colpendo violentemente i settori di soia, carne bovina e suina, mais e cotone. Il solo Stato dell’Iowa ha subito un’esposizione diretta di 1,2 miliardi di dollari di perdite nelle vendite, ma tutta la “corn belt” (la cintura del mais) – che comprende, oltre a Iowa, Kansas, Nebraska, Illinois, Minnesota, Indiana, Ohio, Dakota del Sud e Missouri – è in un pesante stato di sofferenza che lo stanziamento di 12 miliardi di dollari di sussidi pubblici del Dipartimento dell’Agricoltura non è riuscito a mitigare.
Inoltre, l’effetto dell’inflazione legata al conflitto sui carburanti sta travolgendo la tolleranza degli elettori: il prezzo della benzina è aumentato del 50% da febbraio e il diesel ha toccato l’insostenibile soglia di 6,50 dollari al gallone. Nonostante la Casa Bianca abbia cercato per sei mesi di minimizzare i costi del conflitto o di sperare in una tregua post-elettorale, il segnale economico dei prezzi alla pompa ha rotto gli argini, trasformando un conflitto percepito come un’umiliazione militare in una condanna a morte per la base elettorale repubblicana.
Le crepe parlamentari si estendono ormai ai territori-chiave. Nello stesso Iowa, i deputati repubblicani uscenti Mariannette Miller-Meeks e Zach Nunn, bloccati in corse elettorali ad altissimo rischio, hanno deciso di abbandonare la Casa Bianca votando a favore della risoluzione democratica per porre fine alla guerra in Iran, dichiarando apertamente sui social la propria ferma opposizione a un “conflitto a tempo indeterminato”.
Se nel Midwest rurale la faglia del malcontento è legata alla filiera produttiva, nei distretti urbani del Sud il panico repubblicano assume una matrice legata alla gestione dei diritti civili. Da questo punto di vista, il segnale di panico più clamoroso arriva dalla Florida, dove la deputata María Elvira Salazar – che rappresenta un distretto a forte componente ispanica a Miami stravinto da Trump con ben 15 punti di distacco nel 2024 – ha lanciato uno spot televisivo di 30 secondi registrato direttamente di fronte alla Casa Bianca per accusare l’amministrazione di essere “andata troppo oltre” con le retate e la militarizzazione dei quartieri operati dall’ICE. Salazar ha denunciato apertamente che l’elettorato Latino che ha riportato Trump alla presidenza, oggi “si sente tradito” e che l’agenda della deportazione di massa sta distruggendo la credibilità del partito in Stati storicamente blindati come il Texas e la Florida. Trump ha commentato molto negativamente sui social media le posizioni di dissociazione della Salazar. Il Cook Political Report ha recentemente modificato la classificazione del seggio della Salazar, passando da “probabilmente repubblicano” a “tendenzialmente repubblicano”. Tra l’altro, il Cook Political Report è diventato la scorsa settimana l’ultimo ente indipendente a prevedere che i Repubblicani siano destinati a perdere la Camera dei Rappresentanti a novembre (ai Democratici bastano tre seggi per ottenere la maggioranza, Cook prevede tra 5 e 15 seggi conquistati, con un minimo di 219 e un massimo di 229 seggi, mentre i Repubblicani con un minimo di 203 e un massimo di 213 seggi). Charlie Cook, fondatore del Cook Political Report, ha dichiarato domenica che è ormai un dato di fatto che i Democratici probabilmente riconquisteranno la Camera, mentre le loro possibilità di conquistare il Senato appaiono “molto realistiche”.
L’ammutinamento interno repubblicano non isolato sul fronte dei diritti civili specchia una simile spaccatura sul fronte produttivo. La disgregazione della linea di partito tocca i massimi livelli sul fronte energetico, dove la rivista online The Hill documenta una guerra fratricida: i deputati repubblicani delle zone rurali si sono schierati apertamente contro i colleghi degli Stati petroliferi e le grandi corporazioni industriali (come l’American Petroleum Institute e la Camera di Commercio), le quali accusano l’amministrazione di cedere a scellerati blocchi commerciali che deprimeranno la raffinazione nazionale.
Questa spaccatura si riflette anche nel netto rigetto da parte dell’elettorato e delle comunità locali per i progetti infrastrutturali (data center) ed energetici del tech legati all’amministrazione: l’evidenza che i legislatori debbano fare i conti con un blocco istituzionale delle tariffe agevolate e con le proteste sul territorio conferma che lo scudo politico a tutela dei candidati governativi rischia di andare in frantumi al voto di novembre. I Repubblicani del Senato puntano a migliorare le proprie prospettive elettorali votando una legge (il Ratepayer Protection Act) questa settimana che mira a proteggere i consumatori dall’aumento delle bollette elettriche causato dai data center, nella speranza di conquistare gli elettori alle prese con l’inflazione alimentata dalla guerra del presidente Trump contro l’Iran. Credono che il loro voto a favore del disegno di legge dimostrerà il loro impegno ad aiutare gli elettori preoccupati per la crisi del costo della vita. Il Ratepayer Protection Act richiederebbe alle autorità di regolamentazione dei servizi pubblici statali di valutare se i grandi consumatori di energia elettrica, compresi i data center, debbano farsi carico dei costi aggiuntivi delle infrastrutture energetiche costruite per servirli. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti con 417 voti favorevoli e 3 contrari. I Democratici, che la settimana scorsa hanno bloccato il tentativo di approvare la legge all’unanimità, hanno affermato che il disegno di legge non è sufficiente a tutelare i consumatori. Hanno proposto il GRID Savings Act, che obbligherebbe i grandi data center a pagare l’intero costo degli aggiornamenti della rete necessari per servirli. “Il disegno di legge repubblicano è una frode. È volontario. Nessuna azienda è obbligata ad aderirvi. Il nostro disegno di legge è obbligatorio. È molto più incisivo”, ha dichiarato ai giornalisti il leader dei Democratici al Senato, Chuck Schumer.

 

La guerra dei dollari e i campi di battaglia finanziari

Gli esponenti democratici sostengono da tempo che Trump stia portando le maggioranze repubblicane al Congresso verso l’oblio, e ora a questa previsione si uniscono osservatori politici di lungo corso, i quali ritengono che la combinazione nefasta di prezzi in aumento, bassi indici di gradimento e calo di entusiasmo tra gli elettori sia probabilmente fatale per le speranze dei Repubblicani di mantenere il controllo della Camera, se non del Senato. A peggiorare lo scenario per i conservatori si aggiunge la scure della Federal Reserve: i banchieri centrali Anna Paulson e John Williams hanno confermato la necessità di nuovi aumenti dei tassi d’interesse per domare un’inflazione “ostinatamente elevata” (3,4%), che rimane al di sopra dell’obiettivo del 2%, aggravata proprio dai dazi doganali e dallo shock energetico della guerra. Con i tassi appena saliti al range 3,75%-4,00% e la minaccia di ulteriori strette entro la fine del 2026, il costo del denaro rischia di soffocare ulteriormente imprese e famiglie a ridosso del voto. Questa stretta creditizia diffusa sta alimentando tensioni valutarie globali a ridosso delle urne, penalizzando l’export domestico proprio mentre le famiglie mostrano segni di logoramento quotidiano.
Questo clima di incertezza ha ufficialmente trascinato Wall Street e Washington in un nuovo e spietato regime finanziario: sotto il peso di un petrolio da 100 dollari al barile e di un deficit di bilancio senza precedenti, che ha spinto il debito pubblico statunitense al record assoluto di 40 mila miliardi di dollari, i rendimenti dei Treasury a 5 e 10 anni hanno sfondato la soglia psicologica del 5%, arrampicandosi fino a quasi il 5,2% per la prima volta dal 2007. Come rivelato dal Wall Street Journal, a spaventare gli investitori è un paradosso economico devastante per l’amministrazione: l’economia reale viaggia a ritmi relativamente sostenuti (il PIL cresce attorno al 2%), drogata dagli investimenti miliardari e strutturali nel settore dell’Intelligenza Artificiale, da risultare del tutto immune alle strette monetarie della Fed. Un secondo fattore che ha sostenuto l’economia è l’enorme potere d’acquisto del 10% più ricco degli americani. Questi rappresentano quasi il 50% della spesa dei consumatori e, mentre il 50% con il reddito più basso si sente messo alle strette, è il potere d’acquisto del 10% più ricco – che si tratti di auto nuove, biglietti aerei o ristrutturazioni di case – che ha impedito ai consumatori e all’economia di vacillare. Gli analisti avvertono, però, che, di fronte a un’inflazione tecnologica e bellica che non si piega, la banca centrale sarà costretta a “schiacciare” violentemente ogni comparto economico tradizionale pur di frenare la corsa dei prezzi, mandando un segnale di instabilità sistemica che rischia di spezzare gli equilibri di mercato proprio alla vigilia del voto.
Questa morsa monetaria sta alimentando un rally aggressivo del dollaro sui mercati valutari che rappresenta un paradosso letale: l’impennata della valuta non riflette la salute dell’economia reale, ma la fuga globale verso il bene rifugio a causa dell’instabilità bellica. Un dollaro così forte sta di fatto azzoppando la competitività delle merci statunitensi all’estero, mandando un segnale inequivocabile al Tesoro di Trump sul fatto che la stabilità domestica sta cedendo sotto il peso dell’economia di guerra. “Stiamo assistendo a un drammatico peggioramento e a un generale aumento della rabbia per le promesse non mantenute da Trump e dai Repubblicani al Congresso, questione dopo questione. Insomma, la gente è semplicemente infelice in questo momento”, ha affermato uno stratega democratico che ha preferito rimanere anonimo.
Maurice Mitchell, direttore nazionale del Working Families Party, un terzo partito politico progressista che quest’anno ha visto i suoi candidati ottenere successi senza precedenti, conferma la nascita di una “maggioranza esasperata” e furiosa pronta a trasformare la rabbia in azione contro lo status quo, premiando movimenti progressisti e terze parti più di quanto sia mai accaduto in passato. Trump ha cavalcato l’onda della rabbia degli elettori contro l’establishment politico, sia nel 2016 che nel 2024, cercando di fomentarla contro i suoi nemici: gli immigrati, le persone transgender e il cosiddetto “stato profondo”. Trump è ora bersaglio proprio di quella rabbia anti-establishment che lui stesso aveva alimentato. L’avanzata di queste forze alternative introduce una variabile critica: il ruolo delle terze parti e dei candidati indipendenti (come Dan Osborn in Nebraska) come potenziali spoiler. In distretti chiave dove il distacco tra i due partiti principali è ridotto a una manciata di voti, la presenza sulla scheda elettorale di candidati libertari, verdi o indipendenti focalizzati sui diritti dei lavoratori rischia di frammentare il voto dell’opposizione. Se da un lato questi candidati intercettano la rabbia contro l’establishment di Washington, dall’altro potrebbero involontariamente favorire la tenuta dei Repubblicani uscenti, drenando voti decisivi ai Democratici proprio nelle competizioni più calde del Midwest. Probabilmente, nei distretti rurali operai il populismo economico di un indipendente danneggia il GOP, mentre nelle aree suburbane moderate rischia di drenare voti al candidato democratico ufficiale.
In ogni caso, si è addirittura riacceso il dibattito su una “ondata blu” a novembre, che vedrebbe i Repubblicani perdere anche nelle zone più conservatrici del Paese. “I Repubblicani dovrebbero prepararsi: i tre scenari più plausibili sono che la situazione sarà brutta, molto brutta o davvero orribile”, ha scritto l’analista veterano Charlie Cook.
Tuttavia, non tutto sta necessariamente andando a favore dei Democratici. Nella battaglia per il Senato, i Repubblicani sono diventati sempre più ottimisti sulla vittoria del loro candidato al Senato nel New Hampshire, uno Stato che alcuni importanti analisti considerano ora in bilico. Il candidato moderato democratico Chris Pappas, fresco di vittoria contro lo sfidante interno progressista, sta affrontando una corsa serratissima contro il repubblicano John E. Sununu. Sununu, proveniente da una dinastia politica locale e noto per aver mosso aspre critiche a Trump in passato, ha comunque incassato l’endorsement ufficiale del presidente per blindare la base MAGA in uno degli Stati storicamente più instabili del Paese.
A compensare le difficoltà sul territorio dei Repubblicani è intervenuta una storica sentenza della Corte Suprema, che ha rimosso i tetti federali alla spesa che i partiti possono coordinare direttamente con i singoli candidati. I dati della Federal Election Commission (FEC) rivelano che i comitati repubblicani hanno aggirato i vecchi limiti investendo oltre 48 milioni di dollari extra in luglio e agosto (a fronte dei soli 4 milioni dei rivali), sfruttando inoltre il via libera della Corte a tariffe radiotelevisive fortemente scontate. Forte di un tesoretto di 233 milioni di dollari in contanti contro i 130 milioni dei Democratici — appesantiti anche da 18 milioni di debiti — la macchina finanziaria del GOP sta cercando di inondare l’etere per colmare lo svantaggio nei collegi chiave in cui i singoli sfidanti progressisti avevano raccolto più fondi.
“I Repubblicani alla Camera si presentano con una mappa elettorale più favorevole, una raccolta fondi senza precedenti, candidati più forti e un programma di buon senso, mentre i Democratici sono appesantiti da candidati di estrema sinistra non eleggibili e da politiche profondamente impopolari che rendono il loro percorso verso la maggioranza molto più difficile di quanto suggeriscano gli analisti”, ha affermato Mike Marinella, portavoce del Comitato nazionale repubblicano del Congresso.
In Ohio si consuma lo scontro finanziario più cruento. Per riconquistare il seggio dello Stato, i Repubblicani hanno schierato imponenti risorse per abbattere il candidato democratico Sherrod Brown. Brown, che cerca il rientro in un Senato oggi controllato dai Repubblicani con una risicata maggioranza di 53 a 47, è il bersaglio del Super PAC delle criptovalute Fairshake, pronto a spendere 30 milioni di dollari che si aggiungono ai 40 milioni già investiti nel ciclo precedente. Proprio l’Ohio, secondo Henry Olsen del Washington Post, rappresenta la seconda corsa in assoluto più probabile a cambiare schieramento, con i Repubblicani pronti a tutto pur di abbattere la resistenza del democratico e difendere il controllo dell’aula. L’entità finanziaria del conflitto in questo specifico Stato è senza precedenti: le stime del Financial Times evidenziano che le campagne e i gruppi esterni hanno già bloccato e prenotato la spaventosa cifra di 236 milioni di dollari in spazi pubblicitari televisivi a partire da settembre, trasformando l’Ohio nel Ground Zero della guerra d’attrito per il controllo del Congresso.
Questo massiccio dispiegamento di fondi rischia però di rimanere monco in un comparto strategico: un’esclusiva del New York Times rivela che il reclusivo miliardario del Wyoming Timothy Mellon, uno dei più grandi finanziatori storici del partito e del movimento MAGA (con quasi 200 milioni di dollari versati nel ciclo del 2024), ha improvvisamente e drasticamente tagliato i propri fondi in vista di queste elezioni di metà mandato. Mellon ha espresso profonda insoddisfazione per il fallimento dei senatori repubblicani nel far passare un disegno di legge restrittivo sul voto per posta caldeggiato da Trump, decidendo di congelare i finanziamenti tradizionalmente destinati alla Camera alta e limitandosi finora a pochissime donazioni tracciate (tra cui circa 2 milioni in azioni private a MAGA Inc. e un versamento tardivo di 20 milioni di dollari al Congressional Leadership Fund per la Camera, atteso nei registri FEC di ottobre). Questo blocco finanziario mirato ha lasciato i candidati Repubblicani al Senato in una posizione di grave scopertura proprio nel momento cruciale della campagna.
Secondo i dati raccolti dall’analista politico Rob Pyers, i Repubblicani e i loro alleati hanno finora investito 384,5 milioni di dollari nelle elezioni per il Senato, contro i 112,7 milioni di dollari spesi dai Democratici e dai loro sostenitori. Alla Camera, i sostenitori Repubblicani hanno speso quasi 65,7 milioni di dollari contro i 51,1 milioni dei Democratici, ma Politico ha riportato che gran parte di questi fondi è stata destinata ai distretti in cui Trump ha vinto due anni fa, segno che il Partito Repubblicano è in posizione difensiva.

Il fattore sindacale e le sfide decisive per le maggioranze 

Per conquistare il Senato, i Democratici dovranno sconfiggere almeno quattro Repubblicani negli Stati vinti da Trump nel 2024. I Democratici devono proteggere a tutti i costi i loro due seggi più vulnerabili in assoluto, posizionati in Michigan e in Georgia, per sperare di capovolgere l’attuale risicata maggioranza repubblicana di 53 a 47. La Camera dei Rappresentanti sembra un obiettivo più facile per il partito, dato che i Repubblicani la controllano con una maggioranza risicata a una sola cifra (218-214, con un indipendente schierato con i Repubblicani e due seggi vacanti).

Lo stato di vulnerabilità diffusa nel Midwest agricolo ha rotto gli argini politici in Iowa, Kansas e Nebraska, territori che storicamente avrebbero dovuto essere, secondo le stesse parole del senatore repubblicano John Kennedy, dei “facili canestri da portare a casa” per il partito. La crisi strutturale delle esportazioni agricole ha spinto la candidata al Senato in Iowa Ashley Hinson e il senatore veterano in carica Chuck Grassley (93 anni) a una mossa disperata: rompere gli indugi. In un clamoroso cortocircuito politico, Grassley ha finito per spalleggiare l’agenda del rivale democratico della Hinson, Josh Turek — che invoca un blocco immediato dell’export di diesel per salvare la stagione del raccolto — costringendo la stessa Hinson a inseguire affannosamente i progressisti su una linea di forte contrasto con le multinazionali del petrolio. Questa richiesta ha scatenato un violento scontro di posizioni a Washington con l’ala legata ai produttori petroliferi, paralizzando l’azione della Casa Bianca proprio mentre l’elettorato rurale mostra segni di distacco. La disgregazione della linea di partito e l’aperta contestazione dei vincoli procedurali si saldano con un rigetto trasversale delle politiche commerciali tradizionali in favore della tutela immediata del lavoro rurale.
I modelli interattivi di The Economist evidenziano che circa il 12% di questa storica roccaforte elettorale – concentrata prevalentemente nelle piccole comunità rurali messe in ginocchio dalla riduzione delle esportazioni delle materie prime agricole e dal forte risentimento dovuto alla chiusura e al consolidamento delle scuole rurali e dei servizi sanitari (che costringe i cittadini a lunghi e costosi spostamenti in auto) – esprime aperto scontento per una linea politica divisiva, orientandosi verso l’astensione o il sostegno a candidati indipendenti di estrazione lavoratrice e sindacale.
In questo scenario di malcontento rurale, le primarie democratiche del Midwest hanno premiato i candidati che corrono su una linea di “solidarietà populista”: figure come la sfidante al Senato in Minnesota Peggy Flanagan (sostenuta anche finanziariamente da Bernie Sanders), o James Talarico in Texas, che rifiutano le vecchie etichette ideologiche per concentrarsi sulla difesa dei lavoratori e sulla trasparenza. Un sondaggio del Texas Public Opinion Research, pubblicato venerdì scorso, mostra Talarico in vantaggio sul repubblicano Ken Paxton di 5 punti, appena al di fuori del margine di errore del sondaggio. Talarico ha inoltre superato nettamente Paxton tra gli elettori indipendenti, con il 58% contro il 26%. Un recente sondaggio Marist ha inoltre mostrato Talarico in vantaggio su Paxton di 6 punti percentuali: 50% contro 44%. Alcuni sondaggi indicano anche un leggero vantaggio di un punto per Talarico o un pareggio. Talarico afferma che “la più grande divisione in questo Paese non è la sinistra contro la destra” ma piuttosto “l’alto contro il basso” (la struttura iniqua dell’economia). La campagna di Talarico lo definisce un “capitalista orgoglioso” che però lamenta che “l’1% più ricco degli americani ora possiede più ricchezza dell’intera classe media”. Riequilibrare o correggere gli squilibri del potere economico può significare molte cose. I Democratici che incentrano la propria campagna elettorale sul tema dell’accessibilità economica propongono diverse strategie. Alcuni, come Rob Sand nel Midwest – candidato governatore in Iowa – sostengono quello che a volte viene definito un approccio basato sull’«abbondanza»: ridurre, ad esempio, la burocrazia che rallenta l’edilizia residenziale per contribuire ad abbassare i prezzi delle abitazioni. Altri, come Talarico in Texas, puntano su forme di sostegno più diretto, quali gli aiuti federali per l’anticipo sull’acquisto della prima casa. Ma la differenza più saliente tra i candidati non riguarda tanto il metodo quanto la credibilità e la risolutezza. In effetti, oggi esiste un’occasione d’oro per i Democratici proprio perché la seconda amministrazione Trump ha completamente abbandonato gli sforzi per affrontare lo squilibrio economico ed è invece diventata un caso di studio sulla corruzione e il capitalismo autoritario. Trump e il Segretario al Tesoro Scott Bessent negano addirittura l’esistenza di un problema di accessibilità economica o si rifiutano di assumersene qualsiasi responsabilità.
Questo fenomeno si riflette nella scelta di candidati democratici provenienti direttamente dalle file del mondo sindacale per sfide di primo piano. In Nebraska, l’indipendente Dan Osborn, ex leader sindacale dei lavoratori della Kellogg’s, sta portando avanti una campagna agguerrita al Senato sfidando il miliardario repubblicano Pete Ricketts; in Florida, la democratica Angie Nixon (ex organizzatrice sindacale nell’istruzione superiore sostenuta da Bernie Sanders) concorre per il seggio speciale lasciato vacante da Marco Rubio, mentre in Michigan Abdul El-Sayed corre forte del primo endorsement politico nazionale mai concesso dal sindacato dei professori universitari (AAUP), oltre che dell’appoggio di Bernie Sanders. Inoltre, nel distretto rurale conteso per la Camera del Michigan, gli occhi dei progressisti sono puntati sulla campagna fortemente innovativa condotta da Will Lawrence. Lawrence ha affermato che il primo passo per affrontare la rabbia degli elettori è riconoscerla e accettarla. Ha 36 anni e ha trascorso tutta la sua vita assistendo al declino di alcuni aspetti del sogno americano. “La gente è furiosa e incredula che i nostri leader abbiano potuto permettere che la situazione degenerasse a tal punto”, ha affermato. “Si tratta di repubblicani e democratici, indipendenti e persino di coloro che non sanno più come definirsi, perché ne hanno davvero abbastanza.” Ma il suo obiettivo è assicurarsi che non si ritirino completamente dal processo politico.
I leader repubblicani alla Camera, incluso lo speaker Mike Johnson (della Louisiana), insistono tuttavia sul fatto che gli elettori amplieranno, anziché ridurre, la loro maggioranza a novembre. Sottolineano che 23 democratici rappresentano distretti che hanno votato per Trump nel 2024, un numero aumentato a causa della ridefinizione dei distretti elettorali negli Stati a guida repubblicana, mentre solo otto repubblicani rappresentano distretti che hanno sostenuto Kamala Harris. Il partito ritiene inoltre che gli elettori siano ancora troppo disillusi nei confronti dei Democratici nel complesso per rimetterli al comando del Campidoglio. «Gli elettori potrebbero non apprezzare Trump. Potrebbero persino non apprezzare i Repubblicani. Ma i sondaggi dimostrano che odiano i Democratici ancora di più», ha affermato uno stratega repubblicano a condizione di anonimato. Johnson sta lanciando una campagna elettorale lampo di sei settimane che lo porterà in oltre 40 distretti congressuali in 22 Stati fino al giorno delle elezioni. Il tour elettorale di Johnson si dividerà equamente tra i seggi repubblicani che il partito si sforza di difendere e i distretti democratici che il GOP spera di conquistare.
Molti analisti ricordano che governare in un sistema così frammentato e conflittuale è estremamente difficile: l’elettorato cerca competenza e risposte immediate a problemi concreti, stanco delle continue “guerre culturali” portate avanti a Washington. Anche alla Camera, i candidati di estrazione sindacale stanno stravolgendo i vecchi equilibri istituzionali per portare istanze concrete: a New York, Darializa Avila Chevalier (membro della UAW) ha firmato uno dei più grandi sblocchi elettorali sconfiggendo nelle primarie democratiche il deputato uscente Espaillat, grazie a una campagna di forte protesta battezzata “babies not bombs” (neonati, non bombe); in Michigan, l’ex organizzatore del SEIU Donavan McKinney ha scalzato l’incumbent Shri Thanedar; mentre in California la progressista Mai Vang (membro del sindacato dei docenti) è riuscita a superare la deputata ottantaduenne Doris Matsui. Questa ondata dal basso si nutre anche delle tensioni latenti sui luoghi di lavoro tradizionali, dove le agitazioni aziendali e i report sulla insostenibilità dei carichi operativi di lavoro alimentano la spinta all’organizzazione collettiva contro lo status quo.
A queste sfide si aggiunge quella del Maine, Stato dove cresce la rabbia per l’aumento dei prezzi del carburante e per la guerra commerciale di Trump con il vicino Canada. I dazi imposti dal presidente hanno danneggiato pescatori, taglialegna e altri lavoratori in uno Stato con forti legami con il Canada. Trump ha imposto dazi del 50% su una selezione di prodotti canadesi, entrati in vigore il 22 agosto. In risposta, il Canada ha introdotto a sua volta dazi di ritorsione, che vanno dal 15% al 50%, prendendo di mira importazioni statunitensi per un valore di 20 miliardi di dollari, con imposte entrate in vigore all’inizio di settembre. Secondo il Maine International Trade Center, l’economia del Maine è profondamente intrecciata con quella del Canada, verso cui destina circa il 40% delle sue esportazioni. Per i boscaioli del Maine – un settore composto principalmente da piccole imprese a conduzione familiare, tramandate di generazione in generazione -, questo significa che molti dei pezzi di ricambio e delle attrezzature che solitamente acquistano dal Canada e da altri Paesi sono stati colpiti dai dazi, con aumenti dei prezzi tra il 30% e il 50%. Ma il loro rapporto va ben oltre il commercio. Questo è uno Stato in cui bandiere canadesi e americane sventolano fianco a fianco, dove intere città si rivolgono specificamente ai turisti canadesi. I Democratici sperano che la frustrazione porti finalmente alla sconfitta della moderata repubblicana Susan Collins, la cui disfatta è cruciale per aiutare il partito a conquistare la maggioranza al Senato. In Maine si è consumata una stranissima corsa alle primarie democratiche: dopo il ritiro improvviso di Graham Platner a causa di accuse di aggressione sessuale, la nomination è passata a Troy Jackson, un “taglialegna di quinta generazione” ed ex presidente del Senato statale, impegnato nel tentativo di spodestare la Collins che punta al suo sesto mandato consecutivo. La competizione in questo Stato è diventata una delle corse al Senato più monitorate del Paese, trasformandosi in uno scontro ideologico sull’efficacia degli insider politici: Collins, forte di quasi trent’anni di servizio e del suo ruolo di presidente della potente commissione per gli stanziamenti del Senato (Appropriations Committee), sta concentrando la campagna sul “congressionally directed spending” (C.D.S.), rivendicando l’assegnazione di 1,5 miliardi di dollari per 672 progetti locali — tra cui stazioni dei pompieri, infrastrutture portuali e i contratti di difesa per i cantieri navali Bath Iron Works (B.I.W.) — nel tentativo di dimostrare la sua centralità per l’economia statale a prescindere dal legame con il partito. Di contro, Jackson sta cavalcando il risentimento populista della classe lavoratrice e dei sindacati locali — come la sezione di B.I.W. guidata da Tim Suitter —, attaccando la fedeltà della senatrice a Trump (con cui ha votato circa il 95% delle volte nel secondo mandato) e focalizzando la sua piattaforma su temi interamente nazionali come l’abolizione dell’ICE, il “Medicare for All” e la legalizzazione dell’aborto. La sfida ha subito un’ulteriore polarizzazione in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta di ProPublica riguardante un presunto schema di pay-to-play con la ditta di ricerca Navatek per contributi elettorali in cambio di contratti federali; accuse fermamente respinte dal team di Collins, che evoca la totale archiviazione delle indagini da parte di FBI e Dipartimento di Giustizia avvenuta anni prima. Nonostante Collins stia scontando il forte sentimento anti-establishment che attraversa l’elettorato indipendente e i sindacati — storicamente restii a supportare candidati repubblicani —, i sondaggi restano estremamente serrati e registrano una tenuta della senatrice, alimentata dal ricordo della sua rielezione nel 2020 e dall’efficacia pragmatica della sua “Maine Money Machine” a Washington. Inoltre, in questa campagna elettorale, Collins continua a sottolineare di essere una ragazza di Caribou, proveniente da una famiglia di boscaioli. “Sono una ragazza di campagna”, ha detto Collins, seduta su una pila di patate per un recente spot elettorale in cui gli abitanti del Maine affermavano che la senatrice “è proprio come noi”.
In una dichiarazione, Julie Merz, direttrice esecutiva del Democratic Congressional Campaign Committee, l’organo elettorale dei Democratici alla Camera, ha riconosciuto le difficoltà del partito nella raccolta fondi, ma ha affermato che sono comunque sulla buona strada per tornare al potere. “Siamo fiduciosi di essere pronti a conquistare la maggioranza, ed è per questo che i Repubblicani nei territori tradizionalmente repubblicani sono terrorizzati”, ha dichiarato Merz. “Se i Democratici vogliono smantellare le manipolazioni dei distretti elettorali repubblicani nel sud e ottenere la maggioranza più ampia possibile, abbiamo bisogno di maggiori risorse per poter ribaltare anche quei seggi. Abbiamo bisogno di più fondi.” I Democratici riconoscono il loro svantaggio finanziario, ma affermano che la spinta dei Repubblicani a spendere denaro nei distretti vinti facilmente da Trump riflette le difficoltà che il partito dovrà affrontare nelle elezioni di medio termine. “I Repubblicani sono terrorizzati, sanno di aver perso il sostegno del popolo americano e stanno tentando un ultimo disperato tentativo per evitare una sconfitta certa a suon di spese”, ha dichiarato Viet Shelton, portavoce del Comitato Democratico per le Campagne al Congresso.
Il denaro non è tutto, come sanno bene i Democratici: Harris e i suoi sostenitori hanno speso più di Trump e dei suoi alleati nel 2024, un anno di sonore sconfitte per i Democratici. E molti dei fattori che decideranno l’esito delle elezioni potrebbero essere già incorporati nel risultato, ha affermato John T. Woolley, co-direttore dell’American Presidency Project presso l’Università della California, Santa Barbara. “L’inflazione, i tassi di occupazione… non cambieranno granché. Quindi, le cose che restano da cambiare, come i seggi, sono fisse, non si possono modificare. L’unica cosa che resta è l’approvazione del presidente”, ha detto Woolley. “Questo significa che il presidente deve conquistare il voto degli elettori indecisi, degli elettori indipendenti, di coloro che non si identificano né come Repubblicani né come Democratici.”
L’incognita finale risiede nei modelli di affluenza alle urne, che storicamente penalizzano il partito del Presidente ma premiano una base elettorale più anziana e disciplinata durante le midterm. Repubblicani e Democratici devono mobilitare i loro sostenitori che altrimenti potrebbero disertare le elezioni di metà mandato, quando l’affluenza alle urne in genere cala di oltre 10 punti percentuali rispetto alle elezioni presidenziali. Questa tendenza storica sta alzando la posta in gioco per le campagne porta a porta per incentivare la partecipazione al voto in queste elezioni. Secondo l’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos, i Democratici sembrano più motivati: il 42% di coloro che si definiscono Democratici si dichiara “molto entusiasta” di votare, rispetto al 28% degli elettori Repubblicani. Sebbene i flussi del voto per posta mostrino una mobilitazione precoce nelle aree urbane, la vera prova di forza sarà la partecipazione dei giovani e delle minoranze, storicamente inclini all’astensionismo nei cicli non presidenziali. I giovani elettori, e in particolare i giovani uomini, sono sempre più disillusi dall’amministrazione Trump a causa delle preoccupazioni per il costo della vita. Tra coloro che hanno meno di 25 anni e affermano che il costo della vita è il peggiore di sempre, il 56% si fida dei Democratici per ridurlo. Solo il 20% si fida dei Repubblicani. “I giovani sentono che il sistema non funziona per loro”, ha affermato Joe Mitchell, un repubblicano di 29 anni in corsa alla Camera per il 2° distretto dell’Iowa, un seggio aperto e competitivo. “Li vediamo attratti da alcuni candidati del DSA come Zohran Mamdani. E continueranno ad esserlo se non troviamo una soluzione per loro ora”.
Se la “maggioranza esasperata” degli indipendenti deciderà di disertare le urne per sfiducia verso le istituzioni e i due partiti egemoni, la solida e fedele base rurale repubblicana potrebbe riuscire a blindare i seggi chiave, trasformando lo scenario di uno “tsunami blu” in un nulla di fatto. Ma il gruppo degli elettori indipendenti sembra aver perso interesse per il Partito Repubblicano: un sondaggio del New York Times e della Siena University ha rilevato che il 57% degli elettori indipendenti intende votare per i Democratici alle elezioni di medio termine, e solo il 34% per i candidati Repubblicani.
Come sottolineato dal giurista Richard Pildes, lo scetticismo diffuso dimostra che il crollo di fiducia nel voto è il sintomo di una più profonda insoddisfazione verso l’intero sistema politico-istituzionale della Repubblica. I tentativi di una parte o dell’altra di introdurre riforme procedurali o restrizioni sui moduli di voto finiscono paradossalmente per alimentare ulteriori sospetti. Resta da vedere se questa massa critica dei cittadini “esasperati” deciderà di presentarsi in massa alle urne o se, logorata dalla sfiducia, finirà per abbandonare del tutto il processo politico. Secondo i movimenti dei lavoratori, la chiave per mobilitarli sarà dimostrare di voler riparare un’economia “truccata” a favore degli oligopoli, tornando a proporre un’agenda in grado di impattare materialmente e positivamente sulle famiglie ordinarie.

Alessandro Scassellati

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