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Gli italiani, il no alla guerra e al riarmo e i loro bisogni

di Pier Giorgio
Ardeni

Le recenti prese di posizione di vari rappresentati politici dei partiti del cosiddetto “campo largo” hanno evidenziato differenze, se non vere e proprie spaccature, sul tema del riarmo e, in particolare, su quello del sostegno all’Ucraina. Com’è noto per Giuseppe Conte quello va fermato subito, mentre per i “riformisti” Pd è un punto non trattabile. Sinistra Italiana e Verdi sembrano più propensi alla sospensione, anche se sulla questione stanno mantenendo un certo riserbo, forse per non mettere troppo in difficoltà il Pd, di cui sono sempre stati l’ancella “di sinistra”. Senza una discussione globale sul programma, però, il nodo del sostegno militare a Kiev resta solo un tema di propaganda, tenendo in ostaggio tutta il dibattio per la formazione di un fronte contro le destre.

Da sinistra il tema del no al riarmo viene agitato come dirimente perché, si dice, «gli italiani sono contrari». Ora, è vero che nell’opinione pubblica emergerebbe una contrarietà netta tanto all’aumento delle spese militare che all’invio di armi all’Ucraina (anche se i due temi sono i parte distinti). Secondo i sondaggi europei – come l’indagine “Home Alone: Europeans Are Ready to Defend Themselves” del maggio 2026 – circa il 58% degli italiani si dichiara contrario all’aumento delle spese militari, posizionando l’Italia tra i Paesi più contrari in Europa. Il rapporto Italia 2026 di Eurispes evidenzia un Paese sempre più refrattario agli investimenti bellici e alla leva obbligatoria, con una netta preferenza per il taglio dei fondi destinati alle armi.

Peraltro, questo scetticismo dell’opinione pubblica contrasta con i dati macroeconomici: nel 2026 il bilancio militare italiano ha superato i 33,9 miliardi di euro, segnando un incremento costante e l’impegno a sostenere target di spesa più alti concordati in ambito NATO. Le priorità sociali ed economiche, però, sono altre: secondo vari sondaggi i cittadini ritengono che le risorse pubbliche debbano essere destinate a sanità, scuola, trasporti e infrastrutture interne anziché al comparto militare. A ciò si aggiunge quella che possiamo chiamare una “diffidenza geopolitica”: cresce la stanchezza verso i conflitti internazionali e si registra un calo drastico della fiducia verso gli alleati tradizionali (in primis gli Stati Uniti, visti sempre meno come alleati stabili).

Ora, è vero che negli anni recenti le “questioni internazionali” hanno mobilitato milioni di coscienze, se non fosse per l’indignazione provocata dallo sterminio di popolo compiuto dagli israeliani a Gaza, come è stato il caso delle manifestazioni di piazza di un anno fa a favore della Palestina. In quel caso, la mobilitazione è stata anche più significativa di quanto ci si aspettava, ad indicare la profondità di un sentimento diffuso di ostilità non solo verso l’uso della violenza indiscriminata da parte di un esercito verso le popolazioni civili ma, più in generale, contro la guerra. E le manifestazioni in Italia come altrove contro le guerre di movimenti come quello “No Kings” hanno evidenziato il rifiuto diffuso del riarmo, del bellicismo e della guerra cui questo porta.

A sinistra, negli ultimi anni, si sono sviluppate iniziative che hanno posto al centro della loro azione il tema del no alla guerra e al riarmo, cogliendo un sentimento diffuso, come Pace Terra Dignità, il movimento messo insieme da Michele Santoro e Raniero La Valle per le elezioni europee del 2024, e Disarma – il Coraggio della Pace, un network promosso da Claudio Grassi e Linda Santilli che ha messo insieme diverse figure della sinistra critica come Pino Arlacchi, Elena Basile, Piero Bevilacqua, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Francesco Sylos Labini e Alessandro Volpi, cui hanno aderito spesso anche Vauro, Francesca Fornario e Moni Ovadia. Il 10 giugno scorso Disarma pubblicò una pagina a pagamento sul Fatto Quotidiano con un appello firmato da decine di persone, intellettuali e attivisti, significativamente intitolato «Voteremo solo chi ha parole chiare sul riarmo». E nei prossimi giorni organizza un’interessante kermesse di quattro giorni a Sesto Fiorentino con numerosi intellettuali e politici intitolata “Oltre le guerre. Il futuro nelle nostre mani”.

Ora, le ultime dichiarazioni pubbliche hanno evidenziato una contrapposizione che lo stesso elettorato pare soffrire. Secondo un recentissimo sondaggio Eumetra, alla domanda se l’Italia dovrebbe continuare a fornire armi all’Ucraina, il 61.1% è per il No e solo il 20.6% è per il Sì. In particolare, tra gli elettori Pd, il 47.2% è per il No e il 41% per il Sì, mentre tra i 5 Stelle, il 76.7% è per il No e solo il 10.8% è per il Sì.

Il punto, dunque, è dirimente. Se si vuole trovare unità di intenti in vista di un fronte di coalizione contro le destre, pare chiaro che su questo si dovrà trovare un’intesa che dovrà necessariamente tenere conto delle “preferenze” dell’opinione pubblica a sfavore del riarmo. Dovrà essere il Pd, dunque, a cambiare posizione.

Tuttavia, questi ragionamenti paiono soffrire di due distorsioni, che possono rivelarsi dannose. La prima riguarda l’elettorato a cui si rivolgono; la seconda riguarda le priorità dell’elettorato. Il dibattito politico, negli ultimi anni, si è sempre più ristretto ad un elettorato che potremmo chiamare “attivo”, che si interessa di politica, partecipa, e si divide sulle questioni fondamentali. Ma quanto è questo elettorato rappresentativo dell’intero corpo elettorale? A chi ci si rivolge, dunque, quando si fa appello a temi come il no al riarmo, la denuncia dei crimini di Israele o l’accoglienza dei migranti? Il secondo tema riguarda quelle che gli italiani considerano le loro priorità: detto che sull’invio di armi all’Ucraina può prevalere il no, quanto è questo un tema sentito dall’opinione pubblica tutta?

C’è il rischio, su questa come altre questioni, che la discussione sia ristretta ad una “cerchia” che non comprende le grandi masse, la maggioranza della popolazione. Più in generale, infatti, c’è il pericolo che i politici e i loro sostenitori, da una parte o dall’altra, parlino alla limitata quota di coloro che comunque trovano nei politici interlocutori. Così come quando si ragiona di propensione al voto – ora che il “campo largo” viene dato per maggioritario, ad esempio – ci si dimentica di chiedere: quanto è rappresentativo l’insieme di quelli che esprimono un’intenzione di voto? Alle ultime elezioni politiche andò a votare meno del 64% degli aventi diritto e negli anni successivi, nelle varie tornate elettorali, questa quota è ulteriormente calata. Stiamo ragionando, dunque, di come si spartiranno quel 50% di elettori che andrà a votare? Di come alcuni che avevano votato a destra voteranno al centro o a sinistra? E l’altro 50%? Il suo non voto non influirà sulle percentuali, e fintantoché il “campo largo” potrà avere la maggioranza di quelli che votano, tanto fa. Ma non sarà, invece, che tra i tanti che non vanno a votare tanto la questione del riarmo che altre che dividono le forze politiche non interessano gli elettori? E non sarà perché c’è altro in cima alle loro preoccupazioni ma sanno che la politica non se ne occuperà?

Ciò che appare più drammatico – anche in questa discussione sulla questione del no al riarmo – è che le ragioni dell’astensione elettorale restano fuori dalla discussione. Perché se questa ha raggiunto quei livelli è perché c’è qualcosa di profondamente guasto nel come funziona la politica.

L’astensione e le sue ragioni

Molte analisi sociologiche ed economiche sulla partecipazione democratica hanno confermato che esiste un legame diretto tra condizioni economiche e propensione al voto. C’è una disuguaglianza nella partecipazione: il calo dell’affluenza si concentra nei gruppi sociali più vulnerabili, a basso reddito e con occupazione instabile. Chi affronta gravi difficoltà economiche quotidiane tende a perdere la fiducia nella capacità della politica di offrire risposte concrete. È un andamento che si osserva in tutta l’Unione Europea, dove la percentuale di astensione cresce marcatamente nei decili di reddito più bassi. Quando le fasce a basso reddito disertano le urne, il sistema perde inclusività. È uno squilibrio sociale: la democrazia rischia di diventare sbilanciata verso le istanze dei gruppi economicamente più privilegiati – non solo le “élite”, ma tutti i “garantiti” e lavoratori stabili– che continuano a votare con regolarità, seguono la politica e sono più sensibili ai temi “forti”.

C’è un’enorme fascia di popolazione che negli anni recenti è andata crescendo e che è formata dalle fasce di redditi bassi, di lavoratori precari, di lavori manuali e non qualificati, nelle aree urbane e periurbane, ma anche nelle cosiddette aree interne. Fasce di popolazione che progressivamente non hanno più trovato rappresentanza nei partiti di sinistra, nonostante la loro estrazione “popolare”, e che hanno finito per auto-escludersi, non partecipando al voto, oppure votando per chi offriva loro voce, sussidi, protezione.

I risultati del sondaggio Ipsos, all’indomani delle elezioni del 2022, li abbiamo dimenticati. Da quello emerse chiaramente come l’astensione fosse stata altissima tra gli elettori in condizione economica medio-bassa e bassa (47.3% e 49.4%), tra gli operai e affini (43.4%), tra i disoccupati (47.8%), tra i giovani (42.7%) e tra quelli senza titolo di studio (45.2%).

Come hanno mostrato le analisi del voto nelle ultime tornate elettorali (politiche ed europee), si evidenzia poi una marcata polarizzazione territoriale tra le grandi città e le zone periferiche. Ad esempio, i partiti del centro-destra riescono a intercettare una fetta consistente di consensi nei piccoli comuni rurali e montani. Questo fenomeno viene attribuito a una narrazione efficace sulla difesa delle identità locali, sulla preservazione delle tradizioni e sul risentimento per la progressiva perdita di tutele pubbliche. Narrazioni costruite ad hoc sulla “invasione degli immigrati” finiscono per avere più presa dove la presenza di immigrati è molto bassa o inesistente. Al contrario, i comuni metropolitani e i centri urbani più densamente popolati mostrano storicamente una maggiore propensione per le forze progressiste di centro-sinistra.

Le periferie, le aree interne, in ogni caso, sono il grande territorio in cui la presenza della sinistra e delle forze progressiste si è più ridotta egli ultimi anni. perché sono i territori dove prevale lo spopolamento, la povertà, il timore della perdita non solo di una “identità sociale” ma dove lo Stato e le sue politiche di sostegno e di assistenza, ma anche i suoi servizi, si sono rarefatti. I comuni delle aree interne, però, rappresentano la metà dei comuni italiani e sono la dimora di 13,3 milioni di italiani (quasi un quarto). Nelle aree periferiche periurbane, a loro volta, risiedono oltre 23,7 milioni di italiani, il 40% della popolazione del Paese. Sono queste le aree ai margini delle città, spesso comuni “dormitorio”, caratterizzati da pendolarismo e mancanza di vita “sociale”, scarse di servizi. Dove la politica non arriva.

Le priorità degli italiani

Il che ci porta, di nuovo, al tema delle “priorità”. Su questo, vari sondaggi indicano chiaramente come in cima alle preoccupazioni degli italiani non vi sia, purtroppo, né il riarmo né la questione delle armi a Kiev, ma altro. Per Swg, a luglio 2026, le cinque preoccupazioni al top erano la sanità (43%), l’aumento dei prezzi (37%), la criminalità (36%), l’immigrazione (22%) e l’ambiente e l’inquinamento (20%). Per Demopolis, l’inflazione era al primo posto (81%), seguita dalla sanità (72%) e da lavoro e occupazione (70%). Per Tecnè-Agenzia Dire, per il 53% dei cittadini italiani la priorità, in questo momento, è il costo della vita. Al secondo posto – indietro di 30 punti percentuali – c’è la sicurezza (criminalità, immigrazione e degrado urbano) con il 23%. Al terzo posto tra le preoccupazioni, al 15%, ci sono sanità e welfare, tra liste d’attesa e accesso alle cure. Il lavoro, tra disoccupazione e precariato, chiude la classifica delle priorità al 9%.

Che queste siano le preoccupazioni che esprimono gli italiani, peraltro, non dovrebbe sorprendere. I contribuenti con un reddito lordo inferiore a €26.000 annui sono ben 27,8 milioni: 8 milioni quelli con meno di €7.500, 7,4 milioni quelli con un reddito tra €7.500 e €15.000. 5,7 milioni di individui e oltre 2,2 milioni di famiglie (l’8,4% dei residenti) vivono in condizioni di povertà assoluta. Crescono i lavoratori poveri (working poor) e si registra un forte aumento (+200% in dieci anni) degli over 65 che chiedono aiuto per beni di prima necessità e supporto sanitario. Il 23.1% degli italiani, secondo i dati Eurostat, è a rischio di povertà o esclusione sociale. La povertà, peraltro, è in aumento da anni. Fino al 2019, però, l’aumento rifletteva in buona parte il calo del reddito dell’intera economia, e vi era stato uno spostamento della distribuzione del reddito a sfavore dei lavoratori dipendenti. Negli ultimi anni, a pesare sull’aumento della povertà è stata invece l’inflazione, che ha colpito soprattutto i redditi più bassi, causando una redistribuzione del reddito dai salari ai profitti, in presenza di un aumento, seppur limitato, del reddito complessivo.

I salari reali, peraltro, sono fermi da anni, soprattutto nelle fasce basse. Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito sono aumentate. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che in cima alla lista delle priorità vi siano questioni legate alle condizioni di vita.

No al riarmo e questione sociale

Da una certa sinistra critica, tuttavia, l’enfasi sul no al riarmo come perno centrale e dirimente di un fronte progressista, si legherebbe a tali preoccupazioni in quanto il riarmo sottrarrebbe risorse pubbliche e private al miglioramento delle condizioni di vita. Il riarmo, peraltro, non avrebbe ricadute macroeconomiche, come si afferma da destra, se non minime. Ma il punto è che il messaggio del no al riarmo, di per sé, non raggiunge quelle fasce che più sono state escluse, che più patiscono la loro vulnerabilità e la loro “invisibilità” e che più hanno percepito un abbandono da parte delle forze politiche progressiste che avrebbero dovuto avere al centro della loro azione il sostegno dei ceti popolari. Che non hanno rappresentanza e che hanno perso la fiducia di poterla avere.

Rimettere al centro la classe, si sarebbe detto un tempo. Quanto meno, non ci si dimentichi della questione sociale, di cosa c’è alle sue radici, perché così anche la questione del no al riarmo o del sostegno a Kiev rischia di rimanere qualcosa che interessa solo i ceti medi acculturati e sensibili, le fasce dei garantiti, in un dibattito ristretto alla cerchia degli invitati dei circoli che parlano la lingua del politichese, nelle loro kermesse militanti ben accanite contro l’establishment bellicista a cui però i lavoratori precari e non garantiti non parteciperebbero mai, lontani da quelle preoccupazioni, consci della loro “invisibilità” e sicuri che nessuno si occuperà di loro.

Nei prossimi mesi il dibattito elettorale si accenderà. Sarà importante porre la questione del no al riarmo al centro, ma sarà altrettanto decisivo che questa venga affiancata dalla “questione sociale”. Solo così, infatti, il fronte progressista potrà sperare di riportare al voto quelle fasce di popolazione che ha perso per strada – perché è a sinistra che si sono persi voti, non a destra, dove sono sempre quelli – e che non trovano più rappresentanza nella nostra democrazia. I bisogni degli italiani, e dei ceti popolari in particolare, vanno tenuti presente, perché è sul come li si affronta che si decide il futuro. Quel futuro che non sarà nelle nostre mani non solo se cadremo nella spirale della guerra, ma se non sapremo dare una svolta al neoliberismo delle big tech, dello smantellamento dello stato sociale e del tecno-feudalesimo.

Pier Giorgio Ardeni

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