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Yekatit 12-19 febbraio. 89 anni fa la strage di Addis Abeba

di Fabio
Alberti

Yekatit 12-19 febbraio. 89 anni fa la strage di Addis Abeba. Per la istituzione di una Giornata della Memoria per le vittime del colonialismo italiano. Una legge di iniziativa popolare.

Non sappiamo se la nostra Presidente del Consiglio si sia resa conto di essere giunta in Etiopia a pochi giorni dalla ricorrenza del pogrom che seguì l’azione partigiana del 1937 contro il Viceré Rodolfo Graziani. Nessun giornale l’ha notato, anche perché in Italia quella strage è stata cancellata dalla memoria pubblica. Per riportarcela un vasto arco di associazioni chiede da tempo l’istituzione di un Giorno della Memoria delle vittime della colonizzazione italiana. Nella prossima legislatura potrebbe diventare una legge di iniziativa popolare.

L’Etiopia era stata invasa il 3 ottobre 1935 ed occupata vincendo una feroce resistenza dell’esercito regolare e della popolazione. Graziani, come aveva già fatto in Libia per piegare i guerriglieri di Omar al-Mukhtār, fece largo uso di Iprite: è stato calcolato che oltre 300 tonnellate di iprite furono sparse su combattenti, civili e sulle coltivazioni, violando il Protocollo di Ginevra che vieta l’uso di armi chimiche. Il 5 maggio dell’anno seguente, il 1936, l’Italia annetteva l’Etiopia e, unendola a Eritrea e Somalia, proclamava l’Impero. Era un obiettivo che il Regno l’Italia attendeva da 40 anni, da quando l’esercito e il popolo etiope avevano respinto nella durissima battaglia di Adwa il primo tentativo italiano di occupare l’altopiano.

Graziani considerava l’Etiopia pacificata e sottomessa, e per dimostrarlo annunciò una pubblica distribuzione di cibo per il 19 di febbraio. Due giovani partigiani eritrei approfittarono dell’evento per attentare alla vita del Vicerè. L’azione aveva causato la morte di 7 persone al seguito di Graziani, e il ferimento di altre 50 tra cui il vicegovernatore e un generale italiano. Graziani, pur colpito dalle schegge della granata, riuscì a sopravvivere.

L’Italia monarchica e fascista reagì a quell’atto di resistenza con “la più grande caccia al nero che sia mai stata fatta in Africa” come la definì lo storico Angelo Del Boca. Il federale del partito fascista fece distribuire armi anche ai civili ed esortò a “dimostrare la nostra devozione al nostro Viceré reagendo e distruggendo gli etiopi per tre giorni. Per tre giorni vi do carta bianca per distruggere, uccidere e fare ciò che volete”.

Furono passati per le armi migliaia di persone inermi che si trovavano per strada, negozi e abitazioni furono bruciati; ci furono crudeltà, torture e stupri. Migliaia furono arrestati, internati o deportati. Una rappresaglia centinaia di volte più cruenta di quella delle Fosse Ardeatine. La repressione continuò anche dopo: in maggio, l’intero clero del convento di Debra Libanos, oltre 300  tra monaci e laici fu sterminato.

Una rappresaglia che ripeteva la storia già avvenuta a Tripoli, in Libia, dove nel 1911 migliaia di civili furono massacrati e altrettanti deportati come “punizione” per la sconfitta subita dall’esercito italiano di occupazione a Shara Shatt.

Il 19 febbraio in Etiopia, Yekatit 12 del calendario locale, è celebrato come il Giorno dei Martiri. L’Etiopia ha chiesto nel contesto della Conferenza di Parigi (1946) e poi nel Trattato di Pace (1947) e poi nel 1948 alla “UN War Crimes Commission” il riconoscimento di quello e di altri crimini, senza mai ricevere pieno e conclusivo riconoscimento.

Questo viaggio della Presidente del Consiglio poteva essere l’occasione per l’Italia per fare quell’atto solenne scuse e affrontare finalmente il tema delle riparazioni e porre le basi per la scrittura di una memoria condivisa. Nulla di tutto questo, nemmeno un gesto simbolico come quello che fece Mattarella nel 2016 quando strinse la mano a partigiani etiopi.

La coincidenza è invece stata notata dall’Ethiopian Tribune1 che dopo aver ricordato che “l’Italia non ha mai pagato riparazioni, rilasciato scuse esaustive o integrato i suoi crimini coloniali nei programmi scolastici” a proposito del Piano Mattei nota che “novant’anni dopo l’occupazione di Addis Abeba da parte dei fascisti italiani, la demolizione di quartieri e il massacro di residenti, il capitale italiano torna non attraverso un’invasione militare, ma attraverso programmi di investimento accolti con favore da un governo etiope alla disperata ricerca di valuta estera e finanziamenti per lo sviluppo. Il meccanismo è cambiato; l’asimmetria persiste” mentre il governo locale pratica ciò che gli studiosi delle politiche della memoria postcoloniale chiamano “oblio strategico”: la “cancellazione diplomatica della responsabilità storica a favore di una partnership pragmatica”, come riferisce il giornale.

In poche righe si sintetizza la sostanza coloniale del Piano Mattei che tende a consolidare una alleanze élite locali di potere in un paradigma dello sviluppo escludente che si rendono garanti della penetrazione del capitale italiano.

Nemmeno i giornali italiani hanno notato la coincidenza. Per l’opinione pubblica italiana, per la politica e per la stampa quella strage non c’è mai stata: non c’è nei libri di storia, non c’è nella scuola, non c’è nella filmografia, non c’è sulla stampa, non c’è nella memorialistica. La stessa impresa coloniale a malapena vene ricordata, privando così i cittadini italiani della conoscenza di una parte importante, anche se imbarazzante, della propria storia. E senza questa conoscenza mancano gli strumenti per comprendere il contemporaneo.

È per questo che da tempo, insieme a molti altri, chiediamo che venga istituita una giornata per la memoria delle vittime e di riflessione sul colonialismo italiano. Senza il riconoscimento delle vittime la memoria collettiva continuerà a coltivare il mito del colonialismo italiano dal volto umano. Questo chiede anche la proposta di legge (Atto camera 1487) depositata nel 2023 da alcuni deputati delle forze politiche di opposizione su impulso della rete Yekatit12-19febbraio e dell’ANPI. Un’iniziativa importante, ma che senza la pressione necessaria è destinata a restare nei cassetti della legislatura fino a quando, con lo scioglimento delle Camere, decadrà. In due anni e quattro mesi non ne è nemmeno iniziato l’esame.

Ma questi anni non sono passati invano: la consapevolezza sul passato coloniale si è fatta strada, grazie soprattutto all’attività di recupero della memoria  di tanti gruppi e comitati, associazioni di afrodiscendenti e di persone con background migratorio. In alcune città sono state adottate primi provvedimenti per risignificare la toponomastica. Ai lavori pionieristici di Del Boca, che hanno aperto la strada alla critica storica del mito degli “italiani brava gente”, arrivano ora nelle librerie — dopo essere passati per le tesi di dottorato — nuove e importanti ricerche storiche. Il tema è stato riportato nelle piazze nelle tante manifestazioni contro la guerra e di solidarietà con la popolazione palestinese. Anche quest’anno, come avviene da qualche tempo, la ricorrenza Yekatit12 è sottolineata da iniziative di recupero della memoria coloniale un po’ in tutto il paese.

È presto per dire che anche in Italia sia nato un movimento decoloniale, ma è vero che anche nel nostro Paese sta crescendo una uova consapevolezza..

Forse è giunto il tempo per un salto di qualità per far uscire la riflessione dai circoli ristretti e dagli approfondimenti culturali e storici per portarlo dentro il discorso politico pubblico e farne terreno di iniziativa politica. Ad esempio, in vista della prossima legislatura si potrebbe ripresentare la proposta per la istituzione di una Giornata della Memoria, che sarà decaduta, con una legge di iniziativa popolare che sia anche occasione di unità di azione dei tanti che in questi anni hanno dissodato il terreno.

 

Fabio Alberti

  1. ’articolo dell’Ethiopian Tribune si trova qui https://ethiopiantribune.com/2026/02/ethio-italy-relations/ []
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