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Chi ha bisogno della cultura Maga?

di Paola
Giaculli

Parla Marco Rubio e scatta la standing ovation del pubblico della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, tutti in piedi, compresi i due ministri del governo federale tedesco presenti, Wadephul (Esteri, Cdu; Boris Pistorius, difesa, Spd) e il presidente del consiglio bavarese Markus Söder (Csu, partito alleato di Cdu). Forse basterebbe plasticamente questa reazione a descrivere le ambiguità dell’atteggiamento tedesco nei confronti dell’amministrazione Trump, “egregiamente” rappresentata da Rubio con il suo orrido discorso sulla “civiltà occidentale”, trionfante über alles, nel corso di cinque secoli prima della seconda guerra mondiale, tra un genocidio e l’altro, non citati, ma va da sé, legittimati dall’ovviamente indiscutibile superiorità delle sue etnie (ivi compresa quella dell’ispanico Rubio, visto che anche tra i suoi antenati, del resto, c’erano i conquistadores) – la quintessenza della cultura Maga.  Il suprematismo bianco, il colonialismo, questa è la “grandezza” dell’Europa, secondo Rubio, di cui l’America è figlia, questa la traccia da riprendere.
Si dovrebbe considerare quindi con cautela la presa di distanza di Merz dalla cultura Maga nel suo discorso di Monaco (il giorno precedente all’intervento di Rubio), il quale al contrario di Meloni non intende partecipare all’osceno Board of Peace di Trump. Il ricorso del cancelliere alla “dignità umana” e quindi al dettame costituzionale per spiegare come quella Kulturkampf, quella “battaglia di civiltà”, “non sia la nostra” suonano come nobili parole, che a guardare i fatti, non possono che rendere palese una grande ipocrisia. Infatti, la reazione al discorso di Rubio dei suoi colleghi di governo, risollevati dal fatto che Rubio abbia rispettato il galateo della conferenza di Monaco al contrario di JD Vance l’anno scorso, la dice lunga. Come rende noto il portavoce del ministro socialdemocratico Pistorius, “l’applauso non è dovuto al fatto che si condivida il discorso di Rubio in generale o addirittura in tutti i suoi punti” quanto invece ai “toni” usati dal segretario di stato americano, rispetto a quelli di Vance. E la posizione tedesca sulle minacce Usa alla Groenlandia, a suo dire, è stata chiara, ribadisce il ministero, sottolineando sia per Usa che per gli alleati l’importanza di avere “un tono rispettoso e una buona base per il dialogo”. Il ministro degli esteri Wadephul parla dell’accoglienza festosa come “niente di più che semplice cortesia”, poi fa intendere che non c’era bisogno che Rubio spronasse l’Europa con le sue indicazioni, visto che in Europa certe decisioni, nella fattispecie su competitività e migrazione, le avevano già prese prima che lui impartisse le sue lezioni. E allora nel merito non si può che constatare l’allineamento con la “cultura” di riferimento della nuova barbarie. Infatti: Wadephul, parlando a caldo con la stampa, dopo l’intervento di Rubio, lo definisce “un buon discorso (…) una base comune, un chiaro riconoscimento della partnership transatlantica, di un legame culturale con interessi comuni dal punto di vista politico, economico e in termini di sicurezza”. Quindi non c’è niente, assolutamente nulla da ridire, a quanto pare, sui contenuti razzisti, sulla messa in discussione del diritto internazionale, con l’esaltazione del peggio dell’Occidente (con i poveri Dante, Michelangelo e Leonardo, tra gli altri, tirati in ballo in questo abominio). Niente da dire sull’attacco feroce (ma in tono “gentile”) di Rubio ai processi di decolonizzazione, alle “insurrezioni comuniste senza dio”, ai principi di civiltà giuridica e ai tentativi (seppur ambigui e ipocriti come ben aveva rilevato il premier canadese Mark Carney a Davos) di stabilire almeno sulla carta l’uguaglianza delle persone, la loro pari dignità. Anzi, quella comunanza, secondo il ministro degli esteri tedesco, “è una buona notizia”. Altro che quella cultura “non è la nostra”!
Del resto è lo stesso Wadephul a rispondere a Rubio che l’Europa ha deciso autonomamente, a prescindere dagli Usa, di intraprendere la strada della barbarie: cos’altro sono la corsa al riarmo, epocale e apocalittico per la Germania, la propaganda bellicista, le “nuove” proposte sulle politiche di migrazione, già messe in atto da Meloni con la “soluzione albanese”, e con i respingimenti alle frontiere anche dalla Germania, che trovava l’idea dell’Albania, già con il governo del socialdemocratico Scholz, “niente male”, intraprendendo un dialogo con il ministro Piantedosi?
L’asse Roma-Berlino ha già purtroppo ben tragici precedenti (e il nazifascismo è secondo Rubio parte dei fantastici cinque secoli di incontrastato dominio occidentale, che, dice testualmente, “si contrae per la prima volta da Cristoforo Colombo nel 1945”!). Ma alcune indecenti “affinità elettive” sembrano riproporsi drammaticamente, e nei fatti non ci sembra possano essere messe in discussione dall’assenza di Meloni in una foto tra “leader” europei, o dalla non partecipazione di Merz al Board of Peace. Perché Leonardo e Rheinmetall, in nome della barbarie della produzione di strumenti di morte, vanno d’amore e d’accordo, come dimostra la loro joint-venture che ha “partorito” il “mezzo da combattimento più moderno del mondo”, nelle parole del gruppo tedesco, il carro armato Lynx, per una commessa di 20 miliardi da parte dell’esercito italiano, di cui il primo esemplare è stato consegnato il 27 gennaio in pompa magna alla presenza del ministro Crosetto. Certo, Merz non vorrà andare a baciare il deretano di Trump, come ama esprimersi quest’ultimo, nel Board of peace, anche se finora non si era particolarmente distinto per autonomia, come per esempio sul rapimento di Maduro (l’ha definito una “situazione complessa”).  Ma che importanza può avere dimostrare fermezza formale su una cultura del diritto, che i fatti sconfessano a più riprese? Lo stesso discorso di Merz a Monaco, a parte quella frase sulla cultura Maga, si è concentrato, sì, su un ruolo indipendente dell’Europa tra l’altro non rivendicato in chiave emancipatoria, ma fondato su politiche che accentuano la catastrofe come quella del riarmo, mentre si è assistito l’estate scorsa alla compiacenza anche tedesca sui dazi. Merz ha messo l’accento sull’importanza e l’utilità anche per gli Stati Uniti del rapporto transatlantico proprio per gli Usa stessi. Anche sulla minaccia di Trump di impossessarsi della Groenlandia, che sembrava aver sollecitato l’invio di unità militari (ben 13 da parte della Germania), Pistorius aveva in realtà precisato prima della reazione furiosa del monarca Maga, che si trattava di una missione di ricognizione di fronte all’invadenza di Russia e Cina nell’Artico (sic). Salvo poi dire come fa Merz per convenienza, lo scorso gennaio, di fronte a una platea di imprenditori dell’est che, nostalgici del gas russo, soffrono per il caro energia, una delle cause della grave crisi economica, che la Russia è Europa (bontà sua) e che prima o poi ci si dovrà di nuovo dialogare.

Se si guarda alla situazione generale, la Germania non si distingue per una particolare difesa della dignità umana, cioè dei diritti delle persone né a livello internazionale né in casa propria, cioè in un quadro in cui le distanze dalla cultura Maga rimangono parole attaccate al microfono del cancelliere, per essere smentite dai suoi ministri il giorno dopo. In virtù del suo legame d’acciaio con Israele, sancito dalla Staatsräson, la ragione di stato, lontana anni luce e aliena da qualsiasi stato di diritto, la Germania ha reso parte integrante della propria identità uno stato genocidario che non ha mai rispettato una risoluzione dell’Onu, fa quotidianamente carta straccia di qualsiasi diritto internazionale e umanitario, massacra, mette alla fame indisturbato un’intera popolazione a Gaza, lo priva del diritto all’esistenza qui e in Cisgiordania, discrimina i suoi membri anche in possesso di cittadinanza israeliana, e che bombarda impunito altri paesi. Come si ricorderà in proposito, il Merz che non va al Board of Peace è quello secondo cui “Israele fa il lavoro sporco per noi”, altro che esponente della cultura liberale. In attesa di essere ricevuti da Israele, c’è la fila di esponenti politici, a partire da Merz, e dal suo ministro degli interni Alexander Dobrindt, strafelice di approfondire collaborazione tra servizi e di comprare a man bassa tecnologie in cui Israele eccelle, come sistemi di sorveglianza, droni e scudi per impedire sabotaggi di “estremisti” ovviamente di sinistra. La Germania non solo continua a vendere tranquillamente armi a Israele ma ne importa, come il sistema antimissilistico impiegato contro l’Iran. Quindi di quale “cultura” vogliamo parlare?
Se insieme al militarismo imperante, si vuole educare alla guerra fin dall’infanzia, si diffonde la cultura della paura, contro la fantomatica “minaccia” russa, si vuol tagliare lo stato sociale e ci sono risorse solo per armi sempre più micidiali? Se la cultura del diritto e del rispetto umano, la libertà di opinione vengono calpestate (letteralmente) ogni giorno che si protesta contro la complicità della Germania nel genocidio palestinese e si rischiano processi per aver detto “From the river to the sea Palestine will be free”? La clava della ragione di stato agisce come un dispositivo di repressione del dissenso. Ma c’è da chiedersi cosa abbia potuto spingere un attempato regista della fama internazionale come Wim Wenders a rinnegare il ruolo politico del cinema, ma solo per i palestinesi, quando poco prima nella stessa conferenza stampa di presentazione della Berlinale, il festival del cinema, da presidente della giuria aveva dichiarato il contrario. Alla domanda specifica di un giornalista sul doppiopesismo nella difesa dei diritti, per esempio rispetto a Ucraina e Iran, Wenders dichiara: “Dobbiamo stare fuori dalla politica”. Non possono che tornare alla mente tempi bui in cui intellettuali e cultura hanno dovuto scegliere da che parte stare. Bisogna scegliere di nuovo, ma a quanto pare, anche se (per ora) non sembrano esserci conseguenze letali, è diffusa, fatta eccezione per una fulgida quanto isolata minoranza nelle università, tra intellettuali e artisti, la paura di mettere a repentaglio addirittura posizioni di rendita, mentre per i lavoratori e lavoratrici della cultura di solito precari il ricatto è più pesante, pena la perdita di fondi pubblici tanto più in tempi di austerity, preziosi anche per la propria sussistenza. 

Guerra, repressione del “nemico interno”, crisi economica con migliaia di posti di lavoro in meno ogni mese, minacce al mondo del lavoro “poco produttivo”, richiesta di aumento dell’età pensionabile, tagli a stato sociale, sistema sanitario, cultura e istruzione, mentre dilagano islamofobia e ostilità contro migranti, a fronte di un’estrema destra come AfD, a cui il clima e le politiche di questi anni hanno spianato la strada, e che detiene un quarto di seggi in parlamento, testa a testa (25-26%) con l’Unione di Cdu/Csu,  e sta scaldando i motori, ben conscia della vicinanza di settori interni a questa – questa è la Germania reale. Allora, messi così, si può pure raccontare che la “nostra cultura” è diversa, basata sulla “dignità umana” sancita dalla costituzione al primo articolo. Bisognerebbe aggiungere, per onestà, che sembra valere di più per chi ha la pelle chiara e obbedisce. Si salvi chi può.

Paola Giaculli

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