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Vivere non è un dovere

di Nicoletta
Pirotta

La Corte Costituzionale chiamata a valutare la costituzionalità del quesito referendario sull’eutanasia lo ha giudicato inammissibile.

La motivazione della Corte, alla cui presidenza è stato da poco eletto Giuliano Amato, è stata che, qualora il referendum fosse passato, sarebbe stato abolito parzialmente l’ articolo 579 del codice penale, che disciplina l’omicidio del consenziente e quindi  non sarebbe stata “preservata la tutela minima dei requisiti della vita umana con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”

Una motivazione che stride con la realtà  dei fatti: quale minima tutela di vita si garantisce a persone condannate in un letto e private di quasi tutte le funzioni che rendono una vita degna di essere vissuta? Consentire la libertà di scelta non avrebbe potuto, invece, aiutare le persone che vivono in questa drammatica condizione?

Come qualcuno ha opportunamente sottolineato, la Corte Costituzionale pare considerare il vivere un dovere più che un diritto.

Il quesito referendario, presentato dall’Associazione “Luca Coscioni” con l’appoggio di altre realtà associative ed anche di partiti ( +Europa, Possibile, Radicali italiani, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista) aveva raccolto quasi 2 milioni di firme a testimonianza dell’interesse delle e dei cittadini su un tema così importante che coinvolge aspetti delicati della vita ( e della morte) di ciascuna/o di noi.

Dopo la bocciatura la reazione dell’Associazione “Luca Coscioni” è stata immediata e senza mezze parole «Il cammino verso la legalizzazione dell’eutanasia non si ferma. Certamente, la cancellazione dello strumento referendario da parte della Corte costituzionale sul fine vita renderà il cammino più lungo e tortuoso, e per molte persone ciò significherà un carico aggiuntivo di sofferenza e violenza. Ma la strada è segnata. L’Associazione Luca Coscioni non lascerà nulla di intentato, dalle disobbedienze civili ai ricorsi giudiziari, “dal corpo delle persone al cuore della politica”. Ci rivolgeremo anche alle forze politiche e parlamentari, in questi anni particolarmente assenti o impotenti, e prenderemo in considerazione la possibilità di candidarci direttamente a governare per realizzare le soluzioni che si affermano ormai in gran parte del mondo democratico».

Ora la palla passa alle aule parlamentari. Non sarà cosa semplice perché l’argomento è complesso e delicato e l’attuale Parlamento, pur nel rispetto di un luogo istituzionale così importante e nel riconoscimento delle differenze che lo attraversano, , non sembra proprio all’altezza del compito. Sempre poi che se ne voglia davvero occupare perché, come da più parti paventato, potrebbe anche darsi che la bocciatura del quesito referendario voglia dire la chiusura definitiva di una legge sul “fine vita”. Giova ricordare che la discussione sulla proposta approdata alla Camera è prevista per marzo ma Lega e Fratelli d’Italia, dopo la bocciatura della Corte Costituzionale, hanno già provato, non riuscendoci, ad affossare il provvedimento.

Giova ricordare altresì che Marco Cappato dell’associazione “Luca Coscioni” sulla proposta di legge ha dichiarato testualmente “”Sul fine vita – e lo dico a chi ha dichiarato la propria gioia perché finalmente si poteva iniziare a discutere una legge – il testo base all’esame della Camera è peggiorativo della situazione attuale perché restringe le possibilità di accesso all’aiuto al suicidio. O viene emendato o è nel sentiero stretto fra l’inutile e il controproducente”.

Per tornare alla bocciatura del quesito referendario ad opera della Corte Costituzionale voglio sottolineare due aspetti che a me paiono i più significativi:

  • dopo tanto tempo il quesito sull’eutanasia consentiva alle ed ai cittadini di potersi esprimere su un tema di grande valenza civile (come furono quelli sul divorzio, sull’aborto, sul nucleare, sull’acqua pubblica per citarne alcuni).Gli ultimi quesiti referendari, pur importanti, sono stati su temi molto tecnici il più delle volte lontani dalla vita reale delle persone. Il referendum sull’eutanasia (così come quello sulla cannabis, pure bocciato) avrebbe potuto risvegliare un po di interesse per la politica intesa nel senso più nobile del termine e cioè come partecipazione attiva e consapevole alle scelte che riguardano  le nostre vite. Mi si potrebbe obiettare che, vista la situazione, la discussione fra i si e i no al quesito si sarebbe potuta tramutare in una guerra di posizione fra schieramenti opposti. Possibile certo, forse anche probabile. Ma vivaddio forse si sarebbero potuto affrontare questioni di spessore, sul fine vita ed anche sulla vita stessa, che riguardano tutte e tutti e si sarebbe, magari, potuto ragionare su principi, valori, scelte di fondo dando alle cittadine ed ai cittadini la possibilità di esprimersi su un tema di civiltà e di praticare quella democrazia diretta che sembra essere sempre più in crisi ( come scrive Gaetano Azzariti sulle pagine di Micro Mega) ;
  • la decisione della corte Costituzionale di bocciare il referendum sull’eutanasia porta con se il rischio di aumentare la distanza fra i Palazzi ed il paese reale indebolendo ancor di più una democrazia già dolente. Non è mia intenzione aprire qui una discussione sulla democrazia che meriterebbe ben altri spessori di ragionamento. Mi limito a condividere alcune inquietudini. La precarietà del lavoro e della vita ha fortemente ridotto l’esigibilità dei diritti sociali indebolendo quella democrazia sostanziale che fu una conquista dei grandi movimenti del secolo scorso, la democrazia rappresentativa mostra tutta la sua fragilità nell’aumento esponenziale dell’astensionismo che, nel nostro Paese,supera in alcuni casi il 50%, la democrazia diretta come dicevo poco sopra non gode di buona salute, la pandemia, al netto delle bislacche affermazioni di chi straparla di “dittatura sanitaria” ha imposto restrizioni e messo a dura prova le istituzioni e la loro tenuta democratica, per non parlare dei venti impetuosi di guerra che, proprio in questi giorni  tornano a soffiare nella vecchia Europa. In un quadro del genere togliere alle ed ai cittadini la possibilità di espressione su un quesito che ha a che vedere con la civiltà di un Paese non fa altro che aggravare la situazione.

Non rendersene conto sarebbe un errore.

 

Nicoletta Pirotta

 

 

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1 Commento. Nuovo commento

  • Maria montopoli
    27/02/2022 14:45

    Assolutamente d’accordo…è necessario continuare a premere sul parlamento affinché affronti in modo serio un argomento che riguarda ognuno di noi

    Rispondi

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