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Alzare i tassi d’interesse vuol dire far pagare il conto ai lavoratori

di Alessandro
Scassellati

L’inflazione minaccia di portare milioni di persone nella povertà. Come già negli anni ’70, l’establishment moderato e gli economisti di destra puntano su una stretta monetaria e su un congelamento di salari e stipendi, mentre ora i lavoratori dovrebbero chiedere ed ottenere salari più alti, almeno in linea con l’inflazione, per difendere il loro potere d’acquisto e stile di vita. Invece di alzare i tassi di interesse bisogna imporre alle grandi imprese i controlli sui prezzi, la tassazione degli extra profitti e l’applicazione delle norme antitrust

 E’ tornata l’inflazione ed è destinata a rimanere con noi per un po’

L’inflazione in aumento è tornata a scuotere l’economia mondiale dopo decenni, mentre le vite di persone, famiglie e lavoratori subiscono pesantemente gli effetti nefasti della tendenza rialzista dei prezzi. Cresce il costo di beni, servizi ed utenze energetiche (a gennaio aumenti del 40% per il gas e del 50% per la luce in Italia, con un tasso di inflazione generale del 4,8% su base annua, che non si registrava da aprile 19961). E come per l’ondata inflazionistica degli anni ’70, un ruolo centrale viene giocato dallo squilibrio tra domanda e offerta di combustibili fossili (petrolio e gas naturale) che ha un impatto devastante sui prezzi di quasi tutte le altre merci e materie prime (+1.692% per il gas naturale, +218% per il Brent, +152% per il carbone, +89% per il rame e +85% per l’alluminio).

La maggior parte degli economisti sono stati colti alla sprovvista: per un anno dopo l’inizio dell’aumento dei prezzi hanno sostenuto che la fase inflazionistica della ripresa economica sarebbe stata “transitoria” (vedi qui e qui). Ma, a gennaio i prezzi al consumo sono aumentati più del previsto negli USA (7,5% su base annua), Regno Unito ed Eurozona, e il tasso di inflazione annuale dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti si è attestato attorno al 10%.

I timori che la Russia possa invadere l’Ucraina (vedi qui e qui) e che i rifornimenti di gas russo all’Unione Europea (circa il 40% del totale) possano essere interrotti hanno contribuito a peggiorare le cose, facendo aumentare ancor di più il prezzo sia del gas sia del petrolio, che il 22 febbraio era di oltre 96 dollari al barile, il più alto dal 20142.

In 19 Paesi della zona euro l’inflazione ha raggiunto il 5,1% a gennaio (in Germania al 5,3%), il livello più alto da quando sono iniziate le rilevazioni nel 1997. La Gran Bretagna non è da meno, con i prezzi che hanno registrato alla fine dello scorso anno un aumento del 5,4%. I dati provvisori dell’ISTAT hanno mostrato che in Italia l’inflazione è aumentata del 3,9% nel 2021, toccando il 4,2% a dicembre, l’aumento più alto in oltre dieci anni, in presenza di una crescita del PIL del 6,5% rispetto al 2020 (anno in cui però il PIL era sceso del 8,9%). Il livello dell’inflazione in Turchia ha raggiunto quasi il 50%; in Russia, 9%; Spagna, 7%. Ma, se guardiamo oltre i Paesi avanzati, in Nigeria è quasi il 16%, in Pakistan è il 13%, e il FMI rileva che 79 Paesi emergenti e poveri si confrontano con tassi di inflazione annui superiori al 5% nonostante che lo stimolo fiscale e monetario dei governi in risposta al CoVid-19 sia stato limitato e la ripresa economica nel 2021 sia rimasta molto indietro rispetto al “rimbalzo” dei Paesi ricchi3.

Le mosse dei mercati finanziari e dei banchieri centrali

I mercati finanziari delle due sponde dell’Atlantico e in Asia hanno rapidamente previsto una maggiore stretta monetaria nel 2022 (le azioni a Wall Street, dopo essere salite alle stelle nel 2021, hanno avuto il peggior gennaio dal 2009, con un calo del 5,3%), dato che i banchieri centrali hanno iniziato a preoccuparsi pubblicamente di dover mettere alla prova la loro credibilità4. In particolare, i banchieri centrali stanno analizzando l’andamento dei mercati del lavoro alla ricerca di segnali che l’inflazione si sta diffondendo nelle rivendicazioni salariali dei lavoratori, in particolare dai settori della produzione di beni a quelli dei servizi che costituiscono circa tre quarti delle economie avanzate, il che indicherebbe l’innesco della tanto temuta cosiddetta “spirale salari-prezzi”. Si trovano in una situazione difficile, perché l’idea che prezzi e salari aumentino troppo velocemente è per ora politicamente controversa.

La crescita salariale annua in America del 5,7% è chiaramente in contrasto con l’obiettivo di inflazione del 2% della Federal Reserve, ma anche al di sotto del tasso di inflazione del 7,5%. L’economia americana è cresciuta del 5,7% nel 2021, dopo aver subito una contrazione del 3,4% nel 2020, grazie ai pacchetti finanziari del governo federale che hanno fornito quasi 6 trilioni di dollari in aiuti per la pandemia, ma la disoccupazione è ancora al 4% e ci sono 2,9 milioni di lavoratori in meno rispetto al 2019 nella forza lavoro attiva (data la crescita della popolazione degli USA, è 4,5 milioni inferiore a quella che sarebbe stata senza la pandemia). Il presidente Biden ha finora guardato con favore all’aumento delle retribuzioni, mentre la sinistra del Partito Democratico attribuisce l’aumento dei prezzi all’avidità delle grandi corporations globali e grandi catene commerciali che hanno posizioni pressochè monopolistiche su tanti mercati di beni e servizi5. In ogni caso, un’inflazione troppo alta, combinata con una crescita e investimenti deboli, potrebbe diventare la spina nel fianco per i Democratici alle prossime elezioni di midterm. Anche in altri Paesi ci sono posizioni differenziate con molte discussioni polemiche.

Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Kristalina Georgieva, spera in un aumento dei salari, anche se i suoi colleghi avvertono dei pericoli di una crescita salariale considerata eccessiva. Se i lavoratori non fossero in grado di chiedere salari più alti, si sostiene, l’aumento dell’inflazione a cui stiamo assistendo in questo momento sarebbe un picco una tantum dovuto all’aumento dei prezzi dell’energia e ai problemi nelle catene di approvvigionamento globali, con i costi di trasporto – soprattutto marittimo – che sono saliti alle stelle. In sostanza, gli attuali rincari sarebbero un effetto della ripresa economica. Il “rimbalzo” dell’economia sta portando con sé uno squilibrio tra domanda e offerta dei materiali di base della produzione. L’offerta di questi beni non regge i ritmi della ripartenza: i cosiddetti “colli di bottiglia” che si sono venuti a creare nelle catene globali di approvvigionamento just-in-time di materie prime, beni energetici e semilavorati a causa della pandemia6. Allo stesso tempo, è del tutto evidente la facilità con cui le grandi aziende (con profitti record) trasferiscono questi maggiori costi ai clienti attraverso prezzi più elevati. Le grandi aziende non hanno alcun incentivo ad assorbire i costi crescenti delle forniture perché hanno un potere di mercato sufficiente per trasferire questi costi sui consumatori, a volte usando l’inflazione per giustificare aumenti dei prezzi ancora maggiori7.

L’inflazione europea e la BCE

Christine Lagarde, il capo della BCE, continua a rassicurare da mesi: il picco è temporaneo. Ha spiegato che non è strutturale e non è stato incorporato nel nucleo delle forze produttive, come i salari; l’inflazione è invece trainata dalle circostanze specifiche della ripresa economica dopo lo stallo e dal forte aumento del costo dell’energia (circa il 50% del tasso di inflazione). Il messaggio di fondo è che non appena la produzione tornerà a pieno regime e l’inverno sarà finito, riducendo il fabbisogno di gas naturale per riscaldare le case, i prezzi inizieranno a scendere verso la “normalità”.

D’altra parte, il quadro macroeconomico rimane molto incerto e a dicembre il tasso di disoccupazione nell’Unione era ancora al 7%, mentre la crescita dei salari si è attestata solo al 2,8%. Le famiglie e le industrie non possono permettersi un aumento dei costi per prendere in prestito denaro, se vogliono sostenere la ripresa economica, mentre i governi europei hanno ancora bisogno del sostegno della BCE per mantenere calmo il mercato obbligazionario (con i suoi spread) nel momento in cui lanciano programmi costosi, come i PNRR, per ripristinare le capacità delle industrie e i pacchetti di aiuti per consumatori e imprese. Per questo finora Lagarde ha insistito che la BCE si atterrà alla sua politica monetaria espansiva per almeno un altro anno, riducendo gradualmente i suoi acquisti di assets, con l’obiettivo di avere un’inflazione del 2% nel 2023.

Resistere all’approccio ortodosso alla lotta all’inflazione – riduzione della spesa e aumento dei tassi di interesse – è forse la sfida più grande che la BCE sta affrontando ora e Lagarde deve difendersi dai “falchi” presenti del Consiglio direttivo che chiedono un rialzo anticipato dei tassi d’interesse. Si tratterebbe, seppur per ragioni diverse, di una replica dell’errore commesso da Trichet nel 2011, dopo la Grande Crisi del 2008-2009, minacciando non solo la transizione verde, ma l’intera ripresa post pandemia.

L’inflazione e i salari: l’ossessione americana di punire i lavoratori

Invece, molti analisti ed economisti mainstream, sostenitori del pensiero ortodosso del libero mercato, sostengono che è necessario aumentare rapidamente i tassi di interesse perché, almeno negli USA, saremmo sull’orlo di una “spirale salari-prezzi” in cui i lavoratori chiedono salari più alti per compensare l’aumento dell’inflazione, che a loro volta fanno aumentare l’inflazione. Il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, dopo aver aumentato il tasso di interesse, ha chiesto che i lavoratori frenino le loro richieste di aumenti di stipendi, optando per la moderazione salariale. Questo anche se sappiamo che l’aumento dei prezzi riguarda tutti, ma l’inflazione colpisce più duramente i più poveri (nel Regno Unito i salari reali continuano a scendere e ci sono oltre 5 milioni di persone che vivono sotto il livello della povertà assoluta con il solo aiuto delle banche alimentari per sfamarsi). Il rapporto di gennaio sull’occupazione del Dipartimento del Lavoro statunitense ha acuito i timori mainstream che un mercato del lavoro cosiddetto “rigido, con una “carenza di manodopera”, stia spingendo verso l’alto i salari, alimentando l’inflazione, e quindi la FED deve frenare questa “spirale salari-prezzi”, alzando i tassi di interesse, prima che possa sfuggire al controllo.

Ma, secondo il Consumer Expenditure Survey del Dipartimento del Lavoro USA, un quinto degli americani con il reddito più basso spende l’83% del proprio reddito per l’alloggio, e a mala pena può permettersi di sostenere aumenti degli affitti, per non parlare di carburante, cibo e altri beni essenziali. Non c’è una “carenza di manodopera” che fa salire i salari, quanto una carenza di buoni posti di lavoro che pagano salari adeguati per sostenere le famiglie che lavorano. L’aumento dei tassi di interesse aggraverà questa carenza. Non c’è una “spirale salari-prezzi”, al contrario, i salari reali dei lavoratori sono diminuiti a causa dell’inflazione. Anche se i salari complessivi sono aumentati, non sono riusciti a tenere il passo con gli aumenti dei prezzi, peggiorando la situazione della maggior parte dei lavoratori in termini di potere d’acquisto8. Uno dei pochi “problemi” che le economie dei Paesi avanzati non stanno affrontando è proprio l’inflazione dei salari. Pressoché ovunque i lavoratori hanno vissuto il periodo di stagnazione salariale più lungo dal 1800. Addirittura, nel caso italiano i salari medi reali sono diminuiti negli ultimi 30 anni (1990-2020) e ora i poveri assoluti sono di nuovo più di 5 milioni, il doppio di 15 anni fa. Se ci sono stati aumenti salariali dopo la pandemia in alcuni settori associati a carenze, questi sono stati limitati e probabilmente saranno temporanei poiché i lavoratori risponderanno colmando i divari.

Nell’immaginario mainstream i lavoratori sono i primi a muoversi in una spirale tra salari e prezzi, invece di esserne le vittime. Secondo questa narrazione, l’aumento dei salari fa aumentare i costi delle imprese, che quindi aumentano i prezzi per proteggere i profitti. Un immaginario che si basa sull’esperienza della fine degli anni ’60 e ’70, quando i responsabili sindacali negoziavano gli aumenti salariali per abbattere gli effetti negativi dell’inflazione per i loro iscritti e i governi immettevano denaro nell’economia per sostenere gli investimenti produttivi, infrastrutturali e nello stato sociale. Oggi, però, il lavoratore tipo ha poco o nessun potere contrattuale. Le aziende possono aumentare la produzione esternalizzando qualsiasi cosa ovunque perché il capitale è globale, mentre mezzo secolo fa le aziende che avevano bisogno di più produzione dovevano contrattare con i propri lavoratori per ottenerla. Questi cambiamenti hanno spostato il potere dal lavoro al capitale, aumentando la quota della torta economica destinata ai profitti e diminuendo la quota destinata ai salari. E’ stato questo passaggio di potere che ha posto fine alla “spirale salari-prezzi”, per cui oggi i lavoratori sono schiacciati tra salari stagnanti e prezzi in aumento. Il risultato è che molte delle persone più povere delle nostre società stanno lottando per sopravvivere9.

In realtà, l’inflazione alta danneggia i lavoratori soprattutto se non sono sindacalizzati (negli USA solo il 6% dei lavoratori del settore privato lo è, nel Regno Unito l’11%, in Germania il 20%, in Belgio il 53%, in Svezia il 68% e in Islanda l’86%) e, quindi, non in grado di chiedere ed ottenere aumenti salariali. Nell’ultimo anno l’inflazione ha superato la crescita salariale in tutti i Paesi del G7, nonostante l’apparente carenza diffusa di manodopera10. In quasi tutti i Paesi avanzati, oggi i sindacati sono molto meno influenti di quanto non lo fossero negli anni ’70 e gli analisti scoprono che i prezzi sono in grado di trainare i salari, piuttosto che il contrario. Anche negli anni ’70 molti lavoratori furono le vittime principali della cosiddetta spirale tra salari e prezzi. In quei dieci anni, i salari degli americani crebbero solo la metà rispetto alla produttività dei lavoratori, proprio come oggi i salari devono ancora aumentare per tenere il passo con tali guadagni.

Se la Federal Reserve diventa un falco

L’inflazione europea viene considerata essere diversa da quella americana, per cui BCE e FED procederanno con modi e ritmi diversi. In Europa l’inflazione alta dipende principalmente dal costo dell’energia, mentre negli USA l’inflazione è la conseguenza di una combinazione tra aumento del costo dell’energia, interruzioni nelle supply chians e rapido incremento della spesa pubblica, il risultato dei pacchetti federali di aiuti a famiglie e lavoratori e dei tassi di interesse bassi, che ha sopraffatto la capacità dell’economia di aumentare la produzione nel breve periodo. Le imprese hanno alzato i prezzi sia per scaricare i maggiori costi sia per frenare la domanda, mandando i margini dei profitti alle stelle. Dal momento che l’inflazione dei prezzi al consumo è salita al 7,5%, è il capitale, non il lavoro, ad essersi avvantaggiato, alimentando le voci secondo cui le imprese starebbero approfittando della situazione creatasi. Il sistema è perverso, anche perché il presidente della FED, Jerome Powell, ha spesso affermato che la ragione principale dei pacchetti finanziari federali è stata aiutare i lavoratori e ridurre le disuguaglianze, ma ora sembra essere convinto che l’inflazione non è transitoria e che va combattuta con una stretta della politica monetaria.

La richiesta mainstream è di rivedere la politica macroeconomica in accordo con il paradigma neoliberista, senza cioé prevedere che i governi possano interferire con la fissazione di prezzi e salari, ossia senza che possano imporre controlli diretti e strategici sugli aumenti dei prezzi o aumentare la tassazione dei profitti, misure che potrebbero ridurre i rischi speculativi e distorsivi dovuti alla speculazione e ai gravi fallimenti del mercato. L’Economist, ad esempio, ritiene l’intervento debba passare attraverso un cambiamento delle politiche monetarie e che pertanto “è importante che la FED aumenti rapidamente i tassi di interesse e che i responsabili politici europei rimangano vigili”, nella convinzione che più l’inflazione rimarrà troppo alta a lungo e più doloroso sarà abbassarla.

L’attuale tasso di interesse della FED è pari allo 0-0,25%, ma media e operatori finanziari stanno alimentando la speculazione del mercato per un pesante aumento di 50 punti base nella riunione della FED del 15-16 marzo. La maggior parte delle principali banche globali prevede una serie di forti rialzi dei tassi di interesse per il 2022 (da 150 a 200 punti base, distribuiti in 6-7 aumenti), accompagnati da una diminuzione delle dimensioni del bilancio della FED, attualmente attestato intorno ai 9 trilioni di dollari di titoli garantiti da ipoteca e buoni del Tesoro. I vertici della FED prevedono che il loro tasso di interesse principale raggiungerà il 2,5%, ossia più di mezzo punto in più rispetto a quanto indicano i rendimenti dei buoni del Tesoro a 10 anni. In sostanza, c’è il serio pericolo che la FED reagisca in modo eccessivo e trascini il mercato immobiliare, il mercato azionario e l’economia in una recessione aumentando drasticamente i tassi di interesse. E’ bene ricordare che un aumento dei tassi di interesse da parte della banca centrale ha l’effetto di far aumentare i tassi che le famiglie devono pagare sulle loro carte di credito, debiti e mutui, di scoraggiare l’investimento imprenditoriale e, quindi, rappresenta una esplicita rinuncia al perseguimento di una politica di crescita e piena occupazione.

La maggiore preoccupazione della FED per l’inflazione, piuttosto che per la disoccupazione, riflette l’egemonia della finanza nel capitalismo contemporaneo. Oggi, la ricchezza nelle economie capitaliste, e soprattutto in quella americana, è detenuta in modo schiacciante sotto forma di assets finanziari11, e anche se gli assets finanziari rappresentano crediti su attività fisiche, i movimenti dei prezzi degli assets finanziari sono del tutto estranei, e non sincroni, all’inflazione nei prezzi di beni e servizi. L’inflazione dei prezzi delle merci, quindi, riduce il valore reale degli assets finanziari. Ciò è vero anche quando il tasso di aumento dei prezzi degli assets finanziari supera nel tempo il tasso di inflazione dei prezzi di beni e servizi. Il capitale finanziario si oppone quindi invariabilmente all’inflazione dei prezzi di beni e servizi e vuole che tale inflazione sia tenuta sotto stretto controllo; e questo è ciò che i governi capitalisti cercano di ottenere da decenni (tra l’altro avendo fissato un target massimo del 2%).

D’altra parte, il Volcker shock (con i tassi di interesse a breve al 20%) ha annientato la “spirale tra salari e prezzi” degli anni ’70 con una politica monetaria drasticamente restrittiva che ha prodotto una recessione globale (con l’America Latina che è entrata in una spirale di crisi del debito che ha quasi fatto crollare tutte le grandi banche di New York), in cui la disoccupazione americana ha raggiunto il picco dell’11%, disciplinando il lavoro organizzato, facendo precipitare milioni di persone nella disoccupazione e povertà e creando un’economia finanziarizzata che ha funzionato per una piccola élite (il famoso 1 o 10%). Un processo che ha anche alterato gli equilibri interni dell’economia statunitense, rendendo l’industria più debole e la finanza più forte. Pertanto, dall’inizio degli anni ’80 in poi, la forza trainante dell’economia americana non è stata il suo settore manifatturiero, seppure ancora significativo, ma quello delle banche e degli operatori finanziari (fondi pensione, fondi comuni di investimento, fondi negoziati in borsa, hedge funds, private equity funds, etc.).

Se i banchieri centrali interverranno con lo stesso approccio per ripristinare la loro credibilità sull’inflazione, generando una recessione globale, è evidente che i lavoratori pagheranno ancora una volta il prezzo più alto.

I sostenitori di un aumento dei tassi di interesse sanno che il problema che stiamo affrontando non è il surriscaldamento delle economie, ma le increspature provocate dagli shock dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle interruzioni delle supply chians. Rendere più costosi i prestiti non farà altro che vincolare ulteriormente economie pressoché stagnanti, frenando i consumi e gli investimenti, e quindi la creazione di salari e posti di lavoro. Le aziende licenzieranno i lavoratori e taglieranno gli investimenti; alcune falliranno. Alti tassi di interesse spingeranno anche i governi a mettere in atto l’austerità, poiché il loro debito diventerà più costoso da pagare. Gli aumenti dei tassi costituiscono uno strumento contundente, che non prende di mira i fattori trainanti dell’inflazione attuale.

D’altra parte, il lavoro organizzato rimane in una posizione così debole che un drammatico aumento dei tassi di interesse (al contrario di quelli annunciati di recente dalle banche centrali) è una tattica, dato il caos che provocherebbe, non necessaria per disciplinare il lavoro e proteggere i profitti. Questo anche se alcuni lavoratori hanno usufruito di ferie retribuite significative o hanno trascorso più tempo a lavorare da casa (il cosiddetto smartworking) e non sono tanto disposti a tornare alle misere condizioni di lavoro degli anni pre-pandemia. Altri sono stati meno fortunati (ad esempio, i cosiddetti “lavoratori essenziali”), trascorrendo gli ultimi anni guadagnando magri salari in condizioni non sicure e con contratti capestro. Ma, molti di questi lavoratori si stanno organizzando: nei Paesi avanzati stiamo assistendo a un leggero aumento dell’iscrizione e dell’attività sindacale che potrebbe iniziare a ribaltare un declino ultra decennale.

Gli argomenti dell’ortodossia mainstream sono tutti posti nel linguaggio neutrale e oggettivo dell’economia accademica, ma in realtà sono altamente politici. Quando i responsabili politici sostengono che i lavoratori sono quelli che spingono l’inflazione, stanno preparando il terreno per interventi che costringano i lavoratori a pagare tale inflazione, così come sono stati costretti a pagare per l’incoscienza del settore finanziario dopo la crisi del 2008. Si vogliono incolpare i lavoratori dell’attuale aumento dell’inflazione per giustificare una risposta disciplinare da parte dello Stato. Basta guardare la richiesta di moderazione salariale del governatore della Banca d’Inghilterra (che è stata giustamente ridicolizzata da quando è emerso che guadagna più di mezzo milione di sterline all’anno).

Scenari di futuro, alternative e questioni aperte

L’aumento dei tassi di interesse avrà due effetti. In primo luogo, aumenterà l’impatto dell’inflazione sulle famiglie più povere rendendo più onerosi i loro prestiti. In effetti, è probabile che spinga milioni di famiglie a indebitarsi ancora di più.

In secondo luogo, scoraggerà gli investimenti in economie in cui gli investimenti produttivi erano già pericolosamente bassi prima dell’inizio della pandemia. Ciò significherà meno posti di lavoro, minore produttività e minore crescita salariale nel lungo periodo. Mentre gli investimenti, soprattutto nelle energie rinnovabili, sono fondamentali per tanti motivi: mantenere bassi i prezzi, mantenere la sicurezza energetica, decarbonizzare, creare posti di lavoro e riprendersi dalla pandemia.

In altre parole, tassi di interesse più elevati si tradurranno in standard di vita ancora più bassi per i milioni di persone già gravemente colpite dall’elevata inflazione. Inoltre, non influiranno sull’inflazione fino a quando i prezzi dell’energia non scenderanno, cosa che accadrà solo con un aumento dell’offerta.

Piuttosto che aumentare i tassi di interesse, si dovrebbe discutere del controllo dei prezzi a breve termine e del sostegno pubblico per la fornitura di beni di prima necessità a lungo termine, forse attraverso qualcosa come un servizio alimentare nazionale. Senza misure di compensazione – interventi fiscali (“politiche dei redditi” e “dei salari”), introduzione di un salario minimo, nuove forme di indicizzazione delle retribuzioni – sarà inevitabile che l’aumento dei prezzi faccia contemporaneamente aumentare la platea degli indigenti.

I governi dovrebbero anche guardare alla stretta relazione tra inflazione e potere di un ristretto numero di grandi imprese che su molti mercati settoriali occupano posizioni oligopolistiche, se non proprio monoplistiche (spesso legittimate dai diritti “di proprietà intellettuale”, come nel settore farmaceutico, attraverso brevetti, trade-mark, copyright di progetti industriali che giustificano un “diritto di rendita” che viene finaziarizzato) e – come sostiene Robert Reich – proteggono i loro profitti facendo pagare di più i clienti/consumatori, invece di coprire da soli l’aumento dei costi. Stanno aumentando i prezzi perché possono e possono farlo perché non devono affrontare una concorrenza significativa e nessuna autorità pubblica interviene in proposito imponendo dei controlli sui prezzi o una tassa sui profitti inaspettati, o applicando l’antitrust (o quantomeno minacciando di farlo). Come ha affermato il Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca in un rapporto di dicembre: “Le aziende che devono affrontare una concorrenza significativa non possono farlo, perché perderebbero affari a causa di un concorrente che non ha aumentato i propri margini12. Non facendo nulla il governo federale, la responsabilità del controllo dell’inflazione finisce per ricadere interamente sulla FED, che ha solo un’arma a sua disposizione: tassi di interesse più alti che rallenteranno l’economia e probabilmente faranno perdere il lavoro a milioni di lavoratori con salari più bassi e bloccheranno gli aumenti salariali.

Il sistema economico globale non è entrato in crisi a causa della pandemia dato che già prima del CoVid-19 stava entrando in una grave crisi. Ciò che la pandemia ha fatto è accelerare, approfondire e acuire le contraddizioni di base nella società, producendo una forte recessione nell’economia. Naturalmente, dopo ogni crisi c’è sempre una ripresa, ma quello che dobbiamo guardare è lo stato di salute generale del sistema nel suo insieme anche quando sta attraversando una ripresa. Cosa sta portando questa ripresa? A parte il fatto – lo dimostrano tutti i dati disponibili – che è già di nuovo in rallentamento, vediamo questo nuovo elemento, l’inflazione, che sta decollando ovunque, mentre si annuncia l’inversione della politica monetaria con l’aumento dei tassi di interesse in presenza di un’esplosione del debito privato e pubblico. Il fatto è che molti Paesi, come l’Italia (con la questione della sostenibilità del suo debito pubblico, una questione che oramai riguarda anche Belgio, Cipro, Francia, Grecia, Spagna e Portogallo, che hanno tutti debiti superiori al 100% del PIL), nonostante si siano tecnicamente ripresi, non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi.

Negli ultimi 20 anni, il debito globale è cresciuto a un tasso doppio rispetto al PIL mondiale. Ora abbiamo raggiunto una situazione in cui il debito globale rappresenta il 355% del PIL mondiale. Tale è la situazione in cui, solo l’anno scorso, sono stati pagati 11 trilioni di dollari di interessi sul debito, l’equivalente di quattro o cinque volte il PIL di un Paese come l’Italia. Ora, tutto questo è successo grazie ad un costo del credito molto basso. In effetti, il capitalismo ha vissuto di tempo preso in prestito negli ultimi due decenni o più. Il credito a buon mercato alimentava il boom. Ora l’epoca del credito a buon mercato sta per finire.

Anche i flussi di capitale denominati in dollari verso i mercati emergenti e poveri potrebbero essere a rischio. Gli investimenti azionari e obbligazionari in tali economie sono generalmente considerati meno sicuri e l’inasprimento delle condizioni finanziarie globali può causare deflussi di capitali, soprattutto per i Paesi con fondamentali più deboli. Un apprezzamento del dollaro, come conseguenza dell’aumento dei tassi di interesse da parte della FED, contribuirà ad intensificare la fuga di capitali dai Paesi emergenti e poveri e potrà provocare una nuova grave crisi del debito. Il FMI ha fornito a 90 paesi un aiuto di 170 miliardi di dollari (150 miliardi di euro) dall’inizio della crisi sanitaria del marzo 2020. A questo aiuto si è aggiunto un aumento eccezionale dello strumento monetario del diritto speciale di prelievo, deciso nell’estate del 2021, che ha permesso ai paesi con problemi di liquidità di recuperare ulteriori 21 miliardi di dollari13.

Tutte le previsioni della Banca Mondiale e del FMI indicano che, nei prossimi due o tre anni, sebbene prevedano una crescita, il tasso di crescita rallenterà di anno in anno. Secondo le previsioni della Commissione Europea, dopo una notevole espansione del 5,3% nel 2021, l’economia dell’UE crescerà del 4,0% nel 2022 e del 2,8% nel 2023. Quindi proprio nel momento in cui hanno bisogno di politiche per stimolare la crescita, a causa dell’inflazione, per le “soluzioni” adottate nel periodo precedente, devono seguire una politica che potrebbe rallentare ulteriormente l’economia. La Cina, ad esempio, dovrebbe crescere del 5%, una cattiva notizia per il regime cinese. Un rapporto della Banca Mondiale sullo stato generale dell’economia mondiale, pubblicato a gennaio, afferma che “le tensioni sociali potrebbero aumentare a causa dell’aumento della disuguaglianza causata dalla pandemia“.

Ora, con questa cosiddetta ripresa, in molti Paesi c’è stato un certo calo della disoccupazione. Ma, ad esempio, in Italia, del milione di posti di lavoro persi a causa del CoVid-19 se ne sono recuperati all’incirca 500 mila grazie al “rimbalzo” dell’economia, ma la stragrande maggioranza di questi posti di lavoro è a tempo determinato, part-time, iperflessibile o con contratti precari ed intermittenti somministrati da agenzie e cooperative di lavoro. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ritiene che la ripresa del mercato del lavoro globale dallo shock pandemico sarà lenta, disomogenea ed incerta. Molti dei Paesi poveri ed emergenti sono ancora alle prese con le prime vaccinazioni della popolazione e per l’OIL il tasso di disoccupazione potrebbe essere superiore ai livelli pre-pandemici fino al 2023. Ci vorranno anni per riassorbire completamente l’impatto della crisi nel mondo del lavoro. A farne le spese sono e saranno soprattutto i Paesi poveri con evidenti rischi sociali e politici.

Tuttavia, il punto principale è questo: il sistema capitalista sta emergendo dalla crisi della pandemia, ma con un debito enormemente aumentato, in particolare il debito pubblico che è cresciuto massicciamente ovunque, e l’inflazione. Queste sono le conseguenze della “soluzione” finanziaria che l’establishment ha dato alle crisi della “stagnazione secolare” (una combinazione di bassa crescita della produttività, mancanza di rendimenti degli investimenti privati e quasi deflazione), di cui aveva parlato Lawrence Summers nel 2013, e della pandemia da CoVid-19. Ora, si apre un nuovo scenario su cui far crescere il conflitto.

 

  1. L’Unione Nazionale Consumatori ha rifatto i calcoli per l’Italia nel 2022: una stangata da 38,5 miliardi. Per una coppia con due figli prospetta un aumento del costo della vita di 1.711 euro su base annua (844 solo per abitazione, acqua ed elettricità, 421 euro per i trasporti, 270 per mangiare e bere); per una coppia con un figlio, la maggior spesa annua è 1.609 euro (846 per l’abitazione, 367 per i trasporti, 242 per mangiare); in media per una famiglia il rialzo complessivo è di 1.387 euro (794 per l’abitazione, 270 per i trasporti, 201 per il cibo e le bevande). Per le coppie senza figli con meno di 35 anni: 1.789 euro, mille per la sola abitazione.[]
  2. A gennaio 2022, i prezzi del petrolio erano aumentati del 77% rispetto al livello di dicembre 2020. Dall’autunno del 2021 l’effetto combinato del conflitto ucraino, di un rendimento dell’eolico inferiore alle attese e la ripresa economica in Asia, iniziata in anticipo rispetto ad USA e UE, hanno determinato uno squilibrio tra domanda e offerta di gas naturale che rappresenta circa il 22% dei consumi di energia dell’Unione Europea. Nelle settimane scorse la Russia ha tagliato del 43% le forniture di gas all’Italia. Gli Stati Uniti, maggior produttore mondiale di gas e di shale gas, non riscontra rincari della stessa portata, e anzi beneficia della richiesta di gas asiatica ed europea per esportare il proprio gas liquido a un prezzo assai maggiore di quello locale.[]
  3. Circa il 41% dei Paesi ricchi ha raggiunto alla fine del 2021 la soglia del livello di reddito pro capite del 2019, rispetto al 28% dei Paesi emergenti e solo al 23% dei Paesi poveri. Paesi emergenti e poveri sono stati maggiormente colpiti dall’inflazione dei prezzi alimentari molto legata, oltre all’aumento del costo dei trasporti e al disordine delle supply chians, all’importante ruolo dei fertilizzanti derivati dal gas naturale. Nel 2021, gli aumenti dei prezzi alimentari hanno superato il 5% nel 79% (86 su 109) dei Paesi emergenti e poveri. Sebbene i Paesi ricchi non siano stati immuni dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari, solo il 27% di loro ha registrato aumenti dei prezzi superiori al 5%.[]
  4. Sono ormai diverse le banche centrali che già da qualche mese hanno cominciato ad alzare i tassi di interesse e a ridurre lo stimolo messo in campo per proteggere le loro economie dalla pandemia di CoVid-19: Norvegia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Australia, Brasile. Altre, per ora, hanno posizioni più morbide: la BCE e le banche centrali svizzera, giapponese, svedese e canadese. Il paradosso è che la BCE e la FED hanno cercato in tutti i modi di fare salire l’inflazione dopo la crisi del 2008-2009, per portarla vicino a quel 2% considerato convenzionalmente il livello “sano” di crescita dei prezzi. Le hanno provate tutte (meno il cosiddetto helicopter money, ossia la distribuzione di denaro direttamente ai cittadini), a volte inseguendo più o meno esplicitamente anche obiettivi diversi dalla stabilità dei prezzi che è al centro del mandato di una banca centrale: la tenuta dell’area dell’euro, il contrasto alla crisi bancaria, la ripresa dell’occupazione, la difesa dell’economia dagli effetti del CoVid-19. Hanno azzerato i tassi dei prestiti alle banche (nella zona euro sono a zero da ormai 10 anni), hanno lanciato aste di miliardi di euro a tassi negativi per spingere il credito alle imprese, si sono inventate il quantitative easing, emettendo moneta per comprare titoli di Stato e debito privato. Tutte operazioni di politica monetaria nuove, sperimentate fino ad allora soltanto dalla Banca del Giappone, che lotta ormai da trent’anni contro la deflazione. Ma, l’inflazione è rimasta sempre debole, fino al 2021.[]
  5. In un recente sondaggio, quasi il 60% dei grandi rivenditori ha affermato che l’inflazione ha dato loro la possibilità di aumentare i prezzi oltre quanto necessario per compensare i costi più elevati. I prezzi della carne stanno aumentando vertiginosamente perché le quattro gigantesche società di lavorazione della carne – Tyson, JBS, Marfrig, e Seaboard – che dominano il settore stanno “usando il loro potere di mercato per ricavare margini di profitto sempre più grandi per se stessi“, secondo un recente rapporto del Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca.[]
  6. Quando gli Stati hanno chiesto alle persone di rimanere a casa per controllare il CoVid-19, i consumatori hanno tagliato la spesa per i servizi e hanno invece acquistato più manufatti. La riapertura delle economie ha aumentato la produzione manifatturiera, ma i nuovi lockdowns e la carenza di input intermedi dai prodotti chimici ai microchip hanno causato lo stallo della ripresa delle produzioni industriali. I prezzi dei beni di consumo principali sono aumentati rapidamente quando i tempi di consegna si sono allungati a livelli record, suscitando polemiche sull’inflazione e sull’andamento della politica monetaria. Il FMI stima che la produzione manifatturiera dell’area dell’euro nell’autunno del 2021 sarebbe stata superiore di circa il 6% senza i vincoli sull’offerta. Sulla base della correlazione storica tra produzione industriale e produzione complessiva, il FMI valuta che il PIL sarebbe stato superiore di circa il 2%, equivalente a circa un anno di crescita nei normali tempi pre-pandemici per molte economie europee.[]
  7. Questo fenomeno è aggravato da fatto che negli ultimi 40 anni settori tradizionalmente riservati allo Stato o comunque sottoposti a una forte regolazione da parte del potere politico, perché considerati “beni collettivi” o “monopoli naturali” – sanità, previdenza, formazione, trasporti, energia, acqua, carceri, difesa civile e militare –, sono stati aperti al capitale privato, messi sul mercato e spesso svenduti, ampliando così la sfera della mercificazione di beni e servizi e permettendo a grandi aziende di creare dei monopoli privati, imporre delle tariffe su beni essenziali e pretenderne il pagamento per l’accesso sia da parte dei cittadini sia dei governi, molto spesso con un peggioramento della qualità dei servizi erogati a causa di una riduzione di investimenti ed occupati.[]
  8. Il tipico lavoratore americano non ha avuto un vero aumento salariale in quattro decenni. La disuguaglianza di reddito è fuori controllo. La disuguaglianza di ricchezza è nella stratosfera (dove Jeff Bezos si sta dirigendo, a quanto pare). Come ha osservato un recente rapporto di Oxfam, i 10 uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato le loro fortune durante la pandemia mentre i redditi del 99% della popolazione mondiale sono diminuiti. Nel frattempo, le compagnie di combustibili fossili che in primo luogo hanno causato l’attuale crisi inflazionistica, ostacolando una più rapida decarbonizzazione (impedendo per decenni l’eliminazione della nostra dipendenza dai combustibili), la stanno cavalcando: BP, Shell, Chevron, Exxon Mobil. Total ed ENI hanno visto i profitti raggiungere i massimi da otto anni e, invece di investire nella transizione verso le energie rinnovabili, stanno distribuendo questi soldi a ricchi azionisti. Se i salari più bassi aumentano perché i datori di lavoro devono pagare di più per ottenere i lavoratori di cui hanno bisogno, non è un problema, ma un fatto positivo ce contribuisce a ridurre le disuguaglianze, la stagnazione salariale, l’indebitamento delle famiglie. Invece di lamentarsi della cosiddetta “carenza di manodopera“, economisti e politici dovrebbero lamentarsi della carenza di posti di lavoro che pagano un salario di sussistenza.[]
  9. Queste pressioni sono meno acute per le famiglie più ricche del ceto medio per una serie di ragioni. In primo luogo, i lavoratori professionisti hanno un maggiore potere contrattuale e spesso sono in grado di sostenere aumenti salariali laddove i colletti blu non lo sono. In secondo luogo, subiscono meno colpi dall’aumento dei prezzi di cibo e carburante perché spendono una parte inferiore del loro reddito per questi beni. E infine, queste famiglie siedono su una certa ricchezza, spesso sostanziale. Gran parte di questa ricchezza è investita in assets come proprietà immobiliari e azioni che sono aumentati di valore nel corso della pandemia, quasi interamente a causa dei programmi di acquisto di assets finanziari da parte delle banche centrali. Così, grazie al bassissimo costo del denaro e agli acquisti di titoli garantiti da ipoteca e buoni del Tesoro, è stata alimentata una asset inflation, mentre i prezzi di beni e servizi sono restati quasi fermi, e i mercati finanziari hanno continuato a segnare risultati record. Sebbene il valore di questa ricchezza possa essere in qualche modo eroso dall’aumento dell’inflazione e da eventuali svalutazioni di capitale, è probabile che le banche centrali inizino ad aumentare i tassi di interesse per compensare questo cambiamento, che stabilizzerà i rendimenti degli investimenti per i ricchi e allo stesso tempo eroderà ulteriormente il reddito disponibile delle famiglie indebitate.[]
  10. In Italia i salari sono pressoché fermi da decenni. Anzi, sono addirittura diminuiti negli ultimi trent’anni. E non c’è più un meccanismo di adeguamento automatico degli stessi al costo della vita (la “scala mobile” fu soppressa nel 1992). Uno studio recente di OpenPolis condotto sulla base di dati OCSE ha dimostrato che nel nostro Paese il salario medio annuale è sceso del 2,9% dal 1990 a oggi. Unico caso in tutta l’Unione Europea. Impietoso il confronto con altri Paesi a noi vicini, non solo geograficamente: in Germania e in Francia, ad esempio, le retribuzioni medie sono aumentate rispettivamente del 33,7% e del 31,1%, pur partendo da livelli già più alti dei nostri. In Francia, secondo un’analisi di Le Monde, gli aumenti dei salari reali francesi continuano ad essere comunque modesti – l’aumento mediano del salario è del 2,2%-2,5% compresa l’anzianità e le promozioni, ben al di sotto del livello di inflazione, quindi con la perdita di potere d’acquisto – in un contesto di forte crescita economica e di ottima salute delle imprese francesi, con profitti record e un indice azionario CAC40 a un livello eccezionale, e, di inflazione elevata, che, secondo i dati dell’Istituto di Statistica, ha raggiunto a gennaio il 2,9% , ma che potrebbe salire al 3% o 3,5% nella prima metà dell’anno. In un sondaggio pubblicato il 7 febbraio, basato su un campione di 80 aziende, la Deloitte ha osservato uno scongelamento dei salari rispettato per due anni e il ritorno ai livelli precedenti alla crisi causata dal CoVid-19, ma niente di più. In alcune realtà lavorative, i dipendenti sono riusciti a creare un rapporto di forza per ottenere di più, con gli scioperi a Decathlon, Leroy-Merlin o Air Liquide, o le minacce di scioperi, come alla Sodexo. Dopo venticinque giorni di sciopero e la chiusura di quattro forni, i dipendenti della Thermal Ceramics, produttore di prodotti isolanti per l’industria, sono tornati al lavoro l’11 febbraio, grazie ad un aumento generale del 3,8% e un bonus eccezionale di 2.500 euro. La protesta continua presso le aziende Dassault Aviation, Kem One (plastica), siti del gruppo Thales o Lustucru. Ma, in altre realtà lavorative il malcontento è elevato, come nei settori della pulizia, della sicurezza, della ristorazione, dell’alberghiero, del trasporto su strada e del commercio al dettaglio. Alla Nestlé Francia i negoziati per il rinnovo del contratto sono stati condotti al ribasso (sotto il 3%), nonostante marchi come Purina e Nespresso stanno ottenendo ottimi risultati economici e i dividendi degli azionisti continuano ad aumentare. È passato così tanto tempo dall’ultima volta che alcuni settori hanno aumentato i salari che spesso è più una questione di recupero che di veri passi in avanti.[]
  11. Negli USA, circa 100 milioni di americani posseggono delle azioni, ma l’84% delle azioni sono detenute da un 10% di americani e il 93% da un 20%. E’ stato soprattutto questo 20% che, grazie alla politica di quantitative easing (un mix di basso tasso di interesse e acquisto di titoli garantiti da ipoteca e buoni del Tesoro), ha beneficiato della “superbolla” speculativa che ha gonfiato in modo abnorme il valore degli assets (soprattutto azioni, obbligazioni, beni immobiliari, terre agricole, futures delle materie prime), non gli investimenti produttivi. L’effetto è stato che i ricchi sono diventati più ricchi.[]
  12. Reich ha notato che Starbucks sta aumentando i prezzi ai consumatori, incolpando l’aumento dei costi delle forniture. Ma, Starbucks è così redditizia che potrebbe facilmente assorbire questi costi: ha appena registrato un aumento del 31% dei profitti annuali. Lo stesso vale per McDonald’s e Chipotle (azienda che vende i burrito), i cui ricavi sono aumentati vertiginosamente, ma che comunque stanno alzando i prezzi (con la motivazione di coprire il costo dell’aumento della retribuzione dei dipendenti. Ma, i dirigenti di Chipotle sono tra i meglio pagati in America: l’amministratore delegato, Brian Niccol, nel 2020 ha incassato 38 milioni di dollari, 2.898 volte di più del tipico impiegato Chipotle. Tutti i massimi dirigenti di Chipotle hanno ottenuto enormi aumenti di stipendio negli ultimi due anni. Quindi, sarebbe stato possibile per Chipotle evitare di aumentare i prezzi dei burrito pagando meno i suoi dirigenti, ma l’azienda ha deciso diversamente. Come ha affermato il direttore finanziario di Chipotle, “Il nostro obiettivo finale … è proteggere completamente i nostri margini“. Anche Procter & Gamble, Amazon, Kroger, Costco e Target continuano a incassare profitti record, ma stanno alzando i prezzi.[]
  13. D’altronde l’iniziativa di sospensione del servizio del debito, introdotta dal G20 nell’aprile 2020, che aveva permesso a 48 paesi fragili di sospendere il rimborso di quasi 13 miliardi di dollari di prestiti, si è conclusa nel dicembre 2021. Con il prosciugamento degli aiuti finanziari e l’inasprimento della politica monetaria della FED, che farà aumentare il costo dell’indebitamento, il 2002 sarà complicato per i Paesi più poveri. Il comunicato finale dei ministri finanziari del G-20 non ha approvato le proposte del FMI e della Banca Mondiale per una sospensione immediata del servizio del debito per i Paesi poveri (come, Etiopia, Ghana, Libano, Sudan, Tunisia, Zambia) che cercano ristrutturazioni e un’espansione per includere alcuni Paesi a reddito medio. Invece, i ministri finanziari hanno ribadito il loro “impegno a intensificare i nostri sforzi” per attuare il quadro in “modo tempestivo, ordinato e coordinato” senza dare alcuna specifica indicazione. La Cina, di gran lunga il più grande creditore bilaterale del mondo, si è rifiutata di accettare tagli a titolo definitivo sul debito.[]
Non lasciamoli soli
Vivere non è un dovere

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