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Uscire dalla crisi del capitalismo ricostruendo la speranza in un futuro condiviso per l’umanità

di Alessandro
Scassellati

Siamo nel mezzo di una transizione: sebbene il neoliberismo non sia morto, non è certo più l’ideologia indiscussa del nostro tempo. Ciò non significa che le idee neoliberiste scompariranno presto. Dopotutto, negli Stati Uniti la previdenza sociale esiste ancora, ma l’ordine del New Deal che l’ha istituita non esiste più. Elementi del pensiero neoliberista continueranno a influenzare la vita nei paesi occidentali per molto tempo. Tuttavia, l’ordine neoliberista non ha più la capacità di imporre conformismo, di esigere sostegno o di definire parametri politici. Nemmeno il tecno-utopismo di figure come Elon Musk può nascondere la verità: gravi squilibri strutturali nell’economia globale minacciano non solo di far crollare i sistemi economici, ma anche di lacerare il tessuto sociale sia degli Stati Uniti che dei paesi europei.
Il risultato è che, proprio come un secolo fa, le contraddizioni intrinseche dell'”ordine internazionale liberale” (il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole”) stanno nuovamente causando il collasso del sistema e una drammatica escalation delle tensioni internazionali. L’emergere del blocco BRICS+ e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che governano gran parte della popolazione mondiale (4,5 miliardi di persone, che rappresentano oltre il 55% della popolazione mondiale e circa il 37,3% del PIL globale, calcolato a parità di potere d’acquisto), indica che i paesi occidentali non possono più liberamente saccheggiare le loro economie come hanno fatto negli ultimi cinque secoli. Cina, India, Brasile, Indonesia e Iran – nonostante le sanzioni statunitensi – con economie industriali in forte espansione e popolazioni giovani, si stanno sviluppando rapidamente e vogliono negoziare ad armi pari con le potenze tradizionali. Si tratta di paesi i cui stati non sono stati privatizzati, come è accaduto in Occidente. Non sono finiti nelle mani di una classe politica vassalla e nichilista che serve gli interessi di grandi gruppi industriali e finanziari (a cominciare dai fondi finanziari speculativi – come la “triade” composta da Vanguard, Black Rock e State Street – che oggi sono più forti dei singoli Stati, decisivi nella tenuta delle monete, in particolare del dollaro, e del debito pubblico, e proprietari di enormi quote di economia reale: banche e imprese industriali e commerciali).
Siamo entrati in una nuova era, ottant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, caratterizzata dalla pax americana. È stato un periodo storico in cui gli Stati Uniti hanno avuto praticamente carta bianca nel plasmare l’ordine economico internazionale – con il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio e la guerra fredda (con la creazione della NATO nel 1949) – alle proprie condizioni, nonostante avessero promesso un multilateralismo basato sui principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e caratterizzato dalla parità di trattamento per tutti gli Stati, senza interferenze nella politica interna e senza l’imposizione di dazi unilaterali o sanzioni selettive. Si trattava di un sistema internazionale in cui nessuno Stato avrebbe potuto decidere unilateralmente con quali Paesi un altro Stato potesse o meno commerciare o ricevere investimenti. Tuttavia, tutto ciò è stato violato con crescente frequenza dagli Stati Uniti, soprattutto dopo che i neoconservatori hanno assunto il controllo della politica estera statunitense alla fine della guerra fredda.
Ma non è tutto. Lo scenario davvero catastrofico che si sta delineando per gli Stati Uniti e l’Europa è che la tendenza alla finanziarizzazione, insita nel capitalismo regolato dal neoliberismo, sarà ulteriormente accentuata dalla concorrenza insostenibile dei Paesi emergenti. Economie fittizie, deindustrializzazione, debito pubblico, disoccupazione, bolle speculative sul punto di scoppiare: questo è il possibile futuro per Stati Uniti e Unione Europea. Alcuni analisti confidano nell’uso dell’intelligenza artificiale per rivitalizzare il processo di accumulazione. Ma il potenziale economico di questa tecnologia risiede nel produrre ricchezza con un impiego sempre più ridotto di forza lavoro: ciò diventerà insostenibile in una società organizzata secondo orari di lavoro ottocenteschi e secondo la vecchia logica capitalista. È la percezione più o meno chiara di questo futuro imminente che fa cadere le élite occidentali nella disperazione. Il comportamento spietato di Trump, anche contro le economie dei suoi alleati europei, non è (solo) espressione della sua psicopatia, ma piuttosto frutto della comprensione della trappola in cui è caduto l’Impero statunitense.
Il capitalismo è dinamico e contraddittorio nella sua evoluzione. Ma apparentemente la classe dirigente statunitense non sembra essere preoccupata del fatto che l’intero mercato azionario si basi letteralmente su otto aziende (Google, Alphabet, Amazon, Nvidia e le altre sorelle del big tech) e sulla loro straordinaria crescita azionaria (l’ennesima bolla finanziaria di Wall Street). Non lo considerano un problema. D’altra parte, non si preoccupano neanche della disuguaglianza fuori scala. Neanche capiscono che cosa significa. Nella città di New York si sono tenute le elezioni per il sindaco ed è stato eletto Zohran Mamdani, un giovane socialista democratico musulmano che sostiene i palestinesi e che ha incentrato tutta la sua campagna sui temi dell’accessibilità economica della vita nella città. Una cosa inimmaginabile cinque anni fa o in qualsiasi momento del secolo scorso. Stanno accadendo cose che non ci saremmo mai aspettati di vedere nelle nostre vite. E siamo un po’ sopraffatti dalla forza delle prove che si accumulano e dalla giustapposizione di queste prove con l’atteggiamento di negazione di buona parte della classe dirigente statunitense ed europea. Ma d’altronde, come insegna la buona psicologia, tra i modi in cui gli esseri umani reagiscono ad un cambiamento sociale considerato eccessivo c’è, da un lato, la negazione della realtà e, dall’altro, la messa in scena di un teatrino di finzione, ossia comportarsi come se nulla stesse accadendo. Utilizzando la negazione e il teatrino di finzione, si può provare a gestire una risposta consolatoria al drastico cambiamento.
Se Karl Polanyi fosse vivo oggi, probabilmente non sarebbe così ottimista come quando pubblicò il suo capolavoro La grande trasformazione nel 1944: era convinto che si stesse instaurando un sistema socialista democratico basato sulla subordinazione delle economie nazionali e globali alla politica democratica. Stiamo assistendo al fatto che ciò che l’Occidente chiama democrazia è oligarchia o plutocrazia, e ciò che attacca come autocrazia è un sistema politico come quello cinese, che mira a migliorare gli standard di vita e a prevenire la polarizzazione economica tra una piccola classe finanziaria e il resto della società – una conseguenza dell’economia indebitata che caratterizza l’Occidente. L’idea di fondo delle élite euroamericane non è quella di rafforzare la cooperazione a livello internazionale e di dialogare apertamente con i poteri “emergenti” (Cina, Russia, Brasile, India, Indonesia, etc.), ma di assecondare la deriva verso un mondo dominato da poli tendenzialmente autosufficienti dal punto di vista energetico e tecnologico, nonché armati fino ai denti e disposti ad entrare in guerra per risolvere eventuali controversie. Indubbiamente, siamo nel mezzo di un’altra “grande trasformazione”, ma il futuro che essa preannuncia non potrebbe essere più lontano dall’ordine internazionale democratico e cooperativo immaginato da Polanyi.
Forse la sconfitta dei gruppi dominanti negli Stati Uniti e in ciò che resta dell’Unione Europea, e l’instaurazione di un ordine internazionale multipolare cooperativo, saranno la condizione necessaria per riaprire le prospettive anche per un possibile socialismo del XXI secolo. Sarebbe anche il primo passo per affrontare l’ambizioso e brillante tentativo di Luigi Ferrajoli di una Costituzione per la Terra (Verso una Costituzione per la Terra, Feltrinelli, Milano, 2022), capace di garantire la pace e salvare la biosfera dal collasso.
Insomma, l’evoluzione dello scenario globale è sia piena di insidie e pericoli sia di opportunità da sfruttare positivamente. Da un lato, apre la possibilità di un “fascismo della libertà”, di una “democrazia illiberale”, di una “democrazia autoritaria”, di una “democrazia oligarchica” (come proposto da Emanuel Todd in La sconfitta dell’Occidente (Fazi Editore, Roma, 2024), o di un “fascismo liberale” (come temuto da Ferrajoli). Ciò promette di combinare individualismo (“ognuno è imprenditore di se stesso”) e potere sovrano nel quadro di una società nazionale semplificata, conformista e culturalmente omogenea, ricca di contenuti radicalmente antidemocratici (rispetto al modello liberaldemocratico), veicolati attraverso una retorica propagandistica di libertà da influenze straniere, censura del politicamente corretto, obblighi di solidarietà, messa in discussione del diritto internazionale, delle norme e impedimenti che presumibilmente ostacolerebbero individui e imprese.

D’altra parte, non dobbiamo dare per scontato che il capitale trionferà, ma piuttosto comprendere che questo è un momento cruciale per coloro che hanno idee – vari movimenti, come gli ecosocialisti (si veda Saito Kohei, Il capitale nell’antropocene, Einaudi, Torino, 2024), e coloro che si battono contro il riarmo, il capitalismo di guerra e la pratica del genocidio – per riorganizzare l’economia e la politica e ricostruire un rapporto più equilibrato tra umanità, società e natura, per farsi avanti e lottare per i propri ideali. Mentre i partiti etnonazionalisti populisti guadagnano terreno in Occidente, i progressisti e i partiti di sinistra devono dare priorità alle esigenze sociali e climatiche rispetto agli interessi di mercato, riconoscendo che per uscire dalla “crisi universale” – simile alla Grande Depressione degli anni ’20 e ’40 – in cui l’umanità è da tempo impantanata, dobbiamo impegnarci ad abbandonare il capitalismo e adottare un modo di produzione diverso, che garantisca realmente la sopravvivenza dell’umanità e rispetti l’equilibrio della natura e la dignità umana. Le forze della sinistra politica devono identificare le condizioni che possano favorire la rinascita della politica come agente di trasformazione sociale, un progetto per una nuova organizzazione della società.
Una cosa che l’umanità ha imparato durante la pandemia di CoVid-19 è che possiamo cambiare radicalmente il nostro stile di vita da un giorno all’altro. Basti pensare a come abbiamo iniziato a lavorare da casa, a comprare meno, a viaggiare meno in aereo e a mangiare meno. Abbiamo dimostrato che lavorare meno era più rispettoso dell’ambiente e offriva una migliore qualità della vita. Ma ora il capitalismo sta cercando, in qualche modo, di riportarci a uno stile di vita “normale”, e noi dobbiamo reagire pensando e praticando un’alternativa radicale.
In primo luogo, dobbiamo abbandonare il neoliberismo come modo di regolazione dell’accumulazione di ricchezza. Questo modello è stato imposto alla fine degli anni ’70, ma la sua legittimità è in crisi dalla Grande Recessione del 2008. La dottrina neoliberista insiste sul fatto che la politica e la società debbano essere subordinate al “mercato”, il che implica che la democrazia debba essere subordinata al potere del denaro e alla logica dell’accumulazione di capitale. Qualsiasi ostacolo all’accumulazione di ricchezza – come la proprietà pubblica, l’accessibilità economica della vita, la dignità dei lavoratori, lo stato sociale e il sistema sanitario nazionale, la tassazione, la regolamentazione, i sindacati e la protesta politica – deve essere smantellato ed eradicato a tutti i costi. Non è un caso che il neoliberismo sia associato a politiche di austerità, a tagli fiscali per i ricchi e a imprese che riducono le entrate pubbliche, creando una pressione irresistibile per tagliare la spesa pubblica (una tattica nota come “affamare la bestia”, perché porta inesorabilmente alla crisi fiscale dello Stato). Per quasi 40 anni, il neoliberismo non ha incontrato alcuna opposizione sostanziale, consentendo ai ricchi di arricchirsi sempre di più gonfiando il valore delle attività finanziarie e immobiliari e il debito delle famiglie comuni, distruggendo le relazioni umane, le condizioni di lavoro e il mondo in cui viviamo.
Una distribuzione più equa del reddito non è un lusso che ci si può permettere una volta che l’economia globale si sarà stabilizzata, ma piuttosto parte integrante di una sana struttura sociale di accumulazione in grado di sostenere e regolare una nuova fase di crescita economica globale in grado di generare sia aumenti di produttività che salariali e, di conseguenza, una reale espansione della domanda.
Ciò richiede la creazione di un insieme più efficace di norme e forme istituzionali di coordinamento e cooperazione globale. Ciò consentirà che il capitale finanziario, il più globalizzato di tutti i capitali, l’elemento dominante del regime di accumulazione neoliberista globale (i flussi di capitali transfrontalieri rimangono in gran parte non regolamentati e sono più volatili che mai), possa essere riportato sotto il controllo politico e istituzionale, riducendo o eliminando completamente l’evasione e l’elusione fiscale, aumentando le aliquote fiscali per la fascia più ricca della popolazione e per le grandi aziende secondo il principio di progressività, separando le funzioni delle grandi istituzioni finanziarie e limitandone le dimensioni, creando sistemi per tracciare e controllare i flussi di denaro transnazionali (imponendo limiti, divieti o tasse sulle transazioni e promuovendo flussi di capitale diretti verso investimenti a lungo termine, pazienti, sostenibili e responsabili, sia pubblici che privati) e trasferendo una parte significativa di esso a canali pubblici o sotto la supervisione pubblica. Dobbiamo anche riflettere più seriamente sulla ridistribuzione globale: non sugli aiuti, che sono una misura una tantum, ma sul trasferimento sistematico di ricchezza dai ricchi (dai paesi con una popolazione prevalentemente bianca) ai poveri (ai paesi con una popolazione prevalentemente di colore) per combattere il cambiamento climatico e migliorare la sicurezza di tutti, come avviene, almeno in parte, nelle società nazionali dei paesi ricchi.
Allo stesso tempo, sappiamo ormai che per garantire un futuro all’umanità (la possibilità della sua riproduzione sociale1) e alle altre forme di vita sul pianeta, è necessario uno “sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”, come affermato nel Rapporto Brundtland (Our Common Future, 1987) della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite.
Sappiamo che senza crescita il capitalismo crolla; tuttavia, la crescita perpetua di un sistema economico basato sul modello “estrazione-produzione-consumo-smaltimento” su un pianeta finito porta inesorabilmente al disastro ambientale, come afferma il 97% dei climatologi, a partire dai membri dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), un organismo patrocinato dalle Nazioni Unite. La ricerca scientifica indica che praticamente nessun ecosistema sulla Terra sfugge alla minaccia del collasso, con il degrado dei suoli e degli ecosistemi acquatici e marini (acidificazione, microplastiche, riscaldamento globale, ecc.) e la minaccia di estinzione per mammiferi, uccelli, anfibi, rettili, pesci selvatici, insetti, flora e la maggior parte delle altre forme di vita sulla Terra, inclusa la maggior parte degli esseri umani. Gli scienziati parlano di una sesta estinzione di massa – la più grande perdita di vite umane sulla Terra dall’era dei dinosauri – causata dall’uomo.
Per realizzare un sistema economico che non minacci l’estinzione umana o la biodiversità, sarà necessario, come minimo, “rivoluzionare” il capitalismo, passando da un modello economico lineare a un’economia circolare, in cui ciò che normalmente è considerato “rifiuto” viene trasformato in una risorsa. Come il carbone o il petrolio, il capitalismo ha fornito benefici materiali in termini di qualità della vita, ma, come loro, ora causa più danni che benefici. Proprio come abbiamo trovato modi per generare energia utile e rinnovabile, migliore e meno dannosa del carbone e del petrolio, l’umanità deve trovare modi per generare un benessere umano migliore e meno dannoso dell’economia capitalista lineare.
La trasformazione della produzione e delle forze produttive deve essere la pietra angolare di un nuovo rapporto con il pianeta, incentrato sullo sviluppo di forme di sviluppo tecnologico rispettose dell’ambiente. Un’economia circolare è progettata per rigenerarsi, garantendo così la propria sostenibilità ecologica riutilizzando i materiali nei successivi cicli produttivi e riducendo al minimo gli sprechi. In un’economia circolare, gli sprechi non esistono, poiché i rifiuti di una persona diventano risorse per un’altra. La transizione verso questo tipo di economia si concentra sul riutilizzo, la riparazione, la ristrutturazione e il riciclo di materiali e prodotti esistenti e richiede nuove normative, nuove politiche pubbliche, nuovi modi di progettare e produrre beni e servizi, nonché nuovi stili di vita e modelli di consumo basati sulla sharing economy.
Concentrarsi sulla qualità, non sulla quantità; non vivere della natura per sfruttarla, ma con essa per seguirne i cicli naturali, consapevoli di farne parte. Pensare a noi stessi come un tutt’uno con la natura, intesa come Gaia, un’entità vivente e vitale “in cui la vita mantiene le condizioni per la vita”, come sostenuto dallo scienziato inglese James Lovelock (1919-2022) e dal filosofo francese Bruno Latour (1947-2022). Da questa prospettiva, dobbiamo valorizzare le pratiche culturali delle comunità indigene e contadine in termini di conoscenza e legame con la terra, cura e protezione dell’ambiente e della biodiversità, e utilizzo delle sue risorse, che nascono da visioni e preoccupazioni per il futuro e le generazioni future. Le loro società non si basano sul modo di produzione capitalista e sono sostenibili perché lavorano per creare un’economia stabile, non guidata dall’accumulazione e dalla crescita.
L’obiettivo dell’Accordo di Parigi del 2015, basato su impegni volontari e sulla partecipazione del capitalismo finanziario, di limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali entro il 2030, non sarà raggiunto: il pianeta si è già riscaldato in media di oltre 1,5°C entro il 2024. Le emissioni di CO₂ continueranno ad aumentare, portando a un aumento della temperatura di almeno 2,5°C entro il 2030 e a un riscaldamento compreso tra 3,2 e 4°C entro il 2100, con conseguenze devastanti per aree strategiche del pianeta, come l’Amazzonia, la Groenlandia, l’Antartide occidentale e le barriere coralline. Gli scienziati ritengono che questo sia un mondo inabitabile, almeno per gli esseri umani. Possiamo aspettarci un futuro in cui ondate di calore mortali e temperature superiori a 50°C saranno all’ordine del giorno ai tropici; dove le estati alle latitudini temperate saranno invariabilmente calde; e dove gli oceani saranno destinati a innalzarsi e a diventare più caldi e acidi. In particolare, le aree della fascia tropicale che si estendono a cavallo dell’equatore – latitudini che vanno dai 20 gradi nord, una linea che attraversa Messico, Libia e India, ai 20 gradi sud, passando per Brasile, Madagascar e Australia settentrionale – rischiano di trasformarsi in un ambiente che raggiungerà “i limiti dell’adattabilità umana”, con l’aumento del caldo e dell’umidità che minacciano di spingere gran parte della popolazione mondiale (almeno 3 miliardi di persone) in condizioni di pericolo di vita.
Gli enormi ritardi e le promesse non mantenute dai governi (si pensi alla mesta fine che ha fatto il Green Deal europeo a seguito della convergenza tra conservatori mainstream e destre) rendono qualsiasi cambiamento di rotta un’impresa erculea. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), l’unico modo per limitare gli impatti più gravi della crisi climatica è una “rapida trasformazione delle società”. Sarebbero necessarie rivoluzioni incentrate su una “mentalità sottrattiva” razionale, pratica e produttiva, focalizzata sui benefici a breve termine e sul consumo frugale2, che vanno dalla completa rinuncia al consumo di carne alla drastica riduzione dei viaggi aerei, dall’eliminazione delle auto private alla fine del consumo di prodotti agroindustriali, con gravi conseguenze per l’agricoltura, la produzione industriale, il turismo, il commercio e le migrazioni. Certamente, l’indignazione e la pressione tra i giovani in tutto il mondo sono aumentate, mentre governi e imprese hanno iniziato ad assumere impegni più forti. Ma una “rapida trasformazione della società” non può avvenire in un mondo governato dal paradigma neoliberista, in cui cosa e come produrre, così come il costo di vari beni (anche quelli essenziali per la vita), sono determinati principalmente dalla speculazione finanziaria. Come ha avvertito Papa Francesco nella sua enciclica del 2016, Laudato Si’: “Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale; deve integrare le questioni di giustizia nei dibattiti sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”.
È necessaria una nuova immaginazione radicale, un nuovo pensiero collettivo generativo e utopico 3, una profonda discontinuità in termini di coscienza e comportamento individuale e collettivo, politiche pubbliche e risorse economiche investite. La politica ha grandi responsabilità: deve garantire che l’opinione pubblica e i cittadini comprendano che nessuno può salvarsi da solo (a parte Musk che traslocherà su Marte!) e che solo insieme possiamo combattere la minaccia del riscaldamento globale.
Dobbiamo riprendere il dibattito su quale tipo di società potrebbe permetterci di superare la catastrofica crisi del capitalismo finanziario globalizzato che ha dominato il mondo fino al primo decennio di questo nuovo secolo. Ciò implica anche iniziare a identificare gli elementi iniziali di un modello politico e organizzativo che ci consenta di perseguire questo obiettivo strategico come elemento unificante in un ampio spettro sociale. Per contrastare un capitalismo che riconosce il potere del sistema economico di utilizzare lo Stato nella governance e nel controllo della società, e per superare l’esperienza del socialismo di Stato del XX secolo, che ha centralizzato il potere statale nella gestione del sistema economico per controllare e governare la società, dobbiamo immaginare una società che, nonostante la sua complessità, sia in grado di utilizzare le istituzioni per controllare e governare il sistema economico. Dobbiamo delineare un modello, anche solo schematico, che definisce le condizioni per l’esistenza di una società in transizione che, emergendo dal capitalismo, possa gradualmente esplorare le caratteristiche di una futura società ecosocialista costruibile.
Negli ultimi anni, si è assistito a una proliferazione globale di esperienze basate su un nuovo modo di produzione e scambio post-capitalista, in cui le comunità di pratica – dal settore energetico all’agricoltura, all’istruzione, al welfare, al consumo e così via – creano valore condiviso attraverso sistemi di contribuzione aperti, gestiscono il loro lavoro comune attraverso pratiche partecipative e generano risorse condivise che, a loro volta, possono essere utilizzate in nuove iterazioni4. Questo ciclo di input aperti, processi partecipativi e risultati orientati al bene comune costituisce un ciclo di accumulazione del bene comune, in contrapposizione all’accumulazione di capitale. Questo modo di produzione, che Benkler5 ha definito “produzione peer-to-peer basata sui beni comuni” (ovvero, su risorse condivise autogestite da comunità di stakeholder), prospera in ecosistemi che includono: 1) comunità contribuenti che condividono conoscenze e competenze; 2) coalizioni imprenditoriali (nelle forme istituzionali di cooperative aperte) che generano mezzi di sussistenza attorno ai beni comuni; e 3) organizzazioni infrastrutturali senza scopo di lucro che supportano e garantiscono la cooperazione all’interno dell’ecosistema, consentendone la continuità nel tempo. Si tratta di un modo di produzione non estrattivo, generativo, orientato alle persone (più egualitario e solidale) che si concentra sui bisogni delle persone e sulla natura, sfruttando la mutualizzazione in conformità con i principi proposti per la governance del bene comune dal premio Nobel Elinor Ostrom6, senza richiedere una sovrapproduzione costante e la costante promozione di consumi eccessivi7.
Nel tempo, le persone che vivono in comunità amichevoli potrebbero creare una cultura nuova, diversificata e non violenta in cui tutte le forme di espressione personale e collettiva sarebbero possibili. Uomini e donne, bianchi e neri, giovani e anziani, potrebbero così considerare le loro differenze come attributi positivi, non come ragioni di dominio. Nuovi valori di cooperazione, solidarietà, fraternità e libertà personale e collettiva potrebbero allora manifestarsi nelle relazioni tra le persone (di genere, familiari, personali e sociali) e nell’educazione delle nuove generazioni (senza insegnare loro a competere per il “successo” e la “meritocrazia” come maschera per l’individualismo sfrenato e l’avidità). L’educatrice Maria Montessori, emarginata dal regime fascista e costretta a emigrare nel 1934, scrisse: “Tutti parlano di pace, ma nessuno educa alla pace. A questo mondo si educa alla competizione, e la competizione è l’inizio della guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro la solidarietà, quel giorno si starà educando alla pace”8. Dobbiamo anche rivisitare e applicare gli insegnamenti dell’educatore brasiliano Paulo Freire, il quale sosteneva che solo un’educazione dialogica e libertaria può prevenire la formazione di individui predisposti all’arroganza o alla sottomissione.
Per raggiungere questo obiettivo, dati i complessi meccanismi di controllo del sistema capitalista, sarebbe necessario combinare l’energia, le esperienze e le tattiche di mobilitazione sociale (manifestazioni, marce, disobbedienza civile, scioperi, boicottaggi, scioperi generali, azioni dirette per ridistribuire la ricchezza, ricostruire le istituzioni e rivitalizzare le relazioni sociali e culturali) dei movimenti sociali del passato nella storia delle società capitaliste (indipendentemente dal fatto che abbiano raggiunto o meno i loro obiettivi): movimenti anticoloniali, operai, contadini, per i diritti civili, femministi, LGBTQIA+, studenteschi e altri movimenti di globalizzazione (Forum mondiale di Porto Alegre, Via Campesina, Occupy Wall Street, Indignados). Questo obiettivo si raggiungerebbe con la rinnovata energia delle classi medie e lavoratrici, indignate per il percepito “tradimento” dell’establishment mainstream. I cittadini dovrebbero iniziare a trasformare il loro ambiente immediato – luogo di lavoro, casa, famiglia, scuola, quartiere, comunità locale – attraverso una serie di lotte contro l’autorità assenteista, in modo che coloro che vivono e lavorano in questi spazi possano assumerne il controllo. Internet offre grandi opportunità per lo scambio di esperienze e conoscenze, per la creazione di alleanze nazionali, transnazionali e transcontinentali ampie e inclusive e per lo sviluppo di un vocabolario comune e di una narrazione condivisa, nonché per il coordinamento complessivo in tempo reale di questo nuovo movimento sociale progressista e non violento.

Alessandro Scassellati

  1. N. Fraser, Capitalismo cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta, Feltrinelli, Milano, 2023.[]
  2. P: Legrenzi, Quando meno è meglio: storia culturale e buone pratiche di sottrazione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2022; Frugalità, Il Mulino, Bologna 2014.[]
  3. R.D.G. Kelley, Sogni di libertà: l’immaginazione radicale nera, Mondadori, Milano, 2002.[]
  4. M. Bauwens e A. Pazaitis, Contabilità P2P per la sopravvivenza planetaria. Verso un’infrastruttura P2P per una società circolare socialmente giusta, «P2P Foundation», «Guerrilla Foundation» e «Schoepflin Foundation», 2020, https://commonstransition.org/wp-content/uploads/2019/09/AccountingForPlanetarySurvival_defx-2.pdf?fbclid=IwAR1RGnxTNElX7rBdQknFbVHHg7Y-59WBdLFCuJ0_ qxqdZvWq-OuIVPwwf24. Negli ultimi decenni, è cresciuto l’interesse anche per il modello di sistema cooperativo di Mondragón nei Paesi Baschi spagnoli, che è diventato il più grande al mondo (una rete di 95 cooperative con 80.000 lavoratori, il 76% dei quali soci, 132 stabilimenti produttivi in 32 paesi e un fatturato di 11 miliardi di euro nel 2021). Vedi Romeo N., “How Mondragón Became the World’s Largest Cooperative”, The New Yorker, 24 agosto 2022, https://www.newyorker.com/business/currency/how-mondragon-became-the-worlds-largest-co-op.[]
  5. Y. Benkler, La ricchezza della rete. La produzione sociale trasforma il mercato e accresce la libertà, Università Bocconi Editore, Milano, 2007.[]
  6. E. Ostrom, Governance of the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge, 1990. Ostrom ha dimostrato che gli esseri umani spesso reagiscono alle crisi e alla scarsità di risorse con strategie di collaborazione e scambio.[]
  7. Lo storico dell’economia Matthias Schmelzer, il politico ambientalista Aaron Vansintjan e la giornalista Andrea Vetter giungono a conclusioni simili nel loro libro The future of degrowth. A guide to a world beyond capitalism, Verso, Londra, 2022. Sostengono che la ricerca di una crescita perpetua sia una premessa disastrosa su cui fondare il nostro futuro collettivo e che la decrescita potrebbe non essere un processo verticista guidato dalle élite.[]
  8. M. Montessori, Educazione e pace, Garzanti, Milano, 1949. Si vedano anche i testi del pedagogo brasiliano Paulo Freire, Parker J. Palmer e Bell Hooks (Educare alla comunità. Una pedagogia della speranza, Meltemi, Milano, 2022; Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà, Meltemi, Milano, 2020). La pedagogia italiana ha prodotto grandi maestri della pedagogia cooperativa: Don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Gianni Rodari e Loris Malaguzzi (cfr. G.C. Belvedere et al., Un’altra scuola è possibile, Enea Edizioni, Milano, 2013).[]
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1 Commento. Nuovo commento

  • Antonio Piglionica
    20/11/2025 7:17

    Sono d’accordo su tutto,potrebbe diventare una piattaforma politica capace di unire gli sfruttati di tutto il mondo.

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