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Capitalismo e disuguaglianza

di Federico
Giusti

L’accentuarsi della disuguaglianza economica è tra le caratteristiche del capitalismo dei nostri giorni, cresce la ricchezza di quella esigua minoranza di super ricchi uscita rafforzata dalla crisi del 2008 e dagli anni pandemici. Negli USA più o meno una quindicina di anni fa, in settori radicali della società ma anche in aree attigue al partito democratico era diffusa l’idea di una percentuale della popolazione, l’1 per cento, che viveva e lucrava sulla pelle del restante 99 per cento. A parte le semplificazioni cogliamo un fondo di verità in questa contrapposizione impensabile 30 o 40 anni or sono, basti pensare al progressivo indebolimento della classe media risucchiata dai ceti più bassi, fenomeno che anche nel vecchio continente inizia a manifestarsi.
La crisi della piccola e media borghesia è legata anche al venir meno del modello keynesiano e alle privatizzazioni, alla nascita di grandi magazzini che operano in prevalenza online distruggendo i piccoli negozi, ai colletti bianchi ridimensionati dal ciclo produttivo, dall’erosione del potere di acquisto di quello che un tempo era definito come ceto impiegatizio. Le spiegazioni possono essere molteplici e non analizzare i cambiamenti sociali ed economici in fondo ci coglie di sorpresa rendendo noi tutti spettatori o vittime di facili e fuorvianti categorie interpretative.
I cambiamenti hanno riguardato anche il sistema fiscale, un tempo progressivo e con una quarantina di aliquote che non impedivano certo all’economia di crescere contrariamente ai luoghi comuni diffusi, il carattere progressivo favoriva poi i fenomeni distributivi attraverso il potenziamento del welfare (sanità pubblica semi-gratuita, quella sanità oggetto di depotenziamento ai nostri giorni), principi, valori e pratiche di forte contenimento delle disuguaglianze attraverso la sfera ridistributiva erano considerati elementi salvifici per il capitalismo stesso e garanzia di equilibrio sociale, oggi invece, invocare fenomeni distributivi, equità sociale e lotta alla disuguaglianza economica è sempre più difficile e soprattutto impopolare. Anche la triste battuta sui poveri comunisti occulta questa sostanziale derisione dell’egualitarismo, il problema è che le vittime delle disuguaglianze invece di arrabbiarsi sorridono a questa ironia demenziale.
Nella pubblica amministrazione 40 anni di performance e cosiddetta meritocrazia sono serviti a ridurre il potere di acquisto dei salari, a dividere la forza lavoro, a creare disuguaglianze crescenti facendo credere che i soldi spettanti a tutti/e, ossia la cosiddetta produttività, deve essere divisa in parti diseguali in base alla valutazione dei dirigenti.
Eppure proprio la meritocrazia sta palesando limiti e contraddizioni, alla lieta novella della premialità sociale per chi abbia talento e faccia dei sacrifici crede una percentuale sempre più esigua della popolazione. La disuguaglianza economica salvaguarda il potere di pochi a discapito di importanti, e numerose, fasce della popolazione, questa disuguaglianza è frutto della crisi economica, dell’erosione del potere di acquisto, delle ricchezze che da 30 anni vanno alla rendita e non al welfare e ai salari, siamo in presenza di scarsa mobilità sociale, di differenze marcate tra aree geografiche e le disparità ormai sono sempre più diffuse. Ma anche la ricchezza derivante dalla nascita sta diventando una sorta di intangibile privilegio se pensiamo alle ridicole tasse sulla successione vigenti in Italia.
Ma rispetto al passato c’è una novità assoluta; la disuguaglianza non genera rabbia ma rassegnazione, si discute da tempo su un’ipotetica soglia accettabile delle disuguaglianze pensando che ormai si tratti di un fenomeno endemico con cui convivere, al massimo arginare un poco, e davanti al quale in fondo rassegnarsi.
Sarebbe importante capire quali siano le disuguaglianze tollerabili, dopo anni di propaganda liberista la stessa disparità economica è considerata non un problema ma una sorta di valore aggiunto. Vari sondaggi attestano che gli oppositori delle disuguaglianze sono diminuiti nel tempo, non provocano indignazione l’ascensore sociale fermo, la sanità pubblica non funzionante, l’istruzione destinataria di risorse insufficienti. E non provocano rabbia e rivolte le migliaia di precari della ricerca che stanno per essere cacciati dall’università.
Se non indigna la disuguaglianza economica e sociale, lascia indifferenti la marginalizzazione di tanti giovani e meno giovani che hanno investito anni di studio e di ricerca negli atenei e nei centri di ricerca, dimenticati dalla stabilizzazione occupazionale e dall’adeguamento di assegni di ricerca e borse di studio a livelli indicibili.
La nostra società si sta uniformando a quella degli USA dove solo sei adulti su dieci affermano che nel Paese vi è troppa disuguaglianza economica nonostante l’aumento esponenziale dei senza tetto e dei disoccupati. Sarebbe fin troppo semplice attribuire alle posizioni conservatrici la difesa di ufficio delle disuguaglianze quando settori progressisti e di centro sinistra assumono posizioni assai simili.
Allora la domanda corre spontanea: cosa fare perché la disuguaglianza torni ad essere oggetto di riprovazione sociale ma anche causa di proteste politiche e sindacali? La condizione di vita negli appalti ma anche nella ricerca è arrivata ad impensabili livelli di precarietà, eppure sembra non interessare gran parte del mondo del lavoro e della pubblica opinione. Sarà il caso di aprire una discussione?
La disuguaglianza economica ormai non indigna, non preoccupa e per questo potrà essere sottovalutata e nascosta, finisce con l’essere emarginata dalla discussione, non rappresenta un problema sociale ma solo una questione da minimizzare spazzando via le stesse cause che la generano.
Le disparità legate a reddito, genere, età, disabilità, aree geografiche potrebbero essere discusse e documentate ma questo sforzo alla fine verrebbe neutralizzato dal muro di gomma contro il quale si infrangono anche le critiche più ragionate e documentate. Nel migliore dei casi potremo imbatterci nelle posizioni di critica temperata alle disuguaglianze ma è proprio l’idea che in fondo le disuguaglianze non siano evitabili a determinare un’idea di società sbagliata, ferma, classista, strapiena di soprusi, una società nella quale la stessa lotta di classe deve essere svillaneggiata per impedirne la dirompente ascesa. 

Federico Giusti

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