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Raggiungere l’oceano

di Giancarlo
Scotoni

L’assemblea Contro i Re e le loro Guerre di sabato scorso era carica di entusiasmo perché è stata convocata a ridosso del travolgente ottobre che abbiamo vissuto. Ed era perciò anche carica di aspettative. Le decine e decine di interventi che si sono susseguiti e che provenivano da molte diverse realtà italiane con qualche collegamento con il Brasile hanno tutti portato il ricordo dell’esperienza trascorsa e sono stati molto carichi di quell’eco.
Credo che le domande sul tappeto fossero molte. La prima riguarda proprio il grande noi che si è manifestato a ottobre. Desidereremmo superare lo stupore che abbiamo condiviso in quei giorni in cui sembrava che nelle piazze si condensassero due “noi”: un noi in cui non possiamo non riconoscerci, fatto di una storia lunga, di una memoria non pacificata, della consapevolezza di un percorso accidentatissimo ma ancora vitale e quel noi “oceanico” che ci ha assorbiti nell’adesso del suo manifestarsi. Certo è un po’ difficile usare “oceanico” dopo che fu abusato da regimi totalitari che consideravano le moltitudini come delle folle e che le riducevano a tali, passive e subordinate plebi; ma si tratta pur sempre di una parola tremendamente appropriata da applicare al multiverso umano in cui ci siamo trovati immersi. La seconda domanda è se e come sia possibile nuotare in quell’oceano, o – per dire meglio o forse solo con termine più consono al dibattito attuale- quale posto possiamo trovare in quell’ecologia, in quell’ambiente abitato, reciprocamente funzionale, e soprattutto vitale.
Se manteniamo questa analogia, la parola “convergenza” trova degli arricchimenti di senso. Si converge inclusivamente e consci della propria parzialità. Si trova il proprio posto e la propria ragion d’essere in relazione ad altri organismi il cui ciclo vitale si intreccia al nostro. Non è necessario rinunciare alle proprie spinte soggettive in quanto si è in grado di nutrirle con i prodotti delle altre forme di vita che popolano il nostro ambiente vitale. Da questo punto di vista, l’“ambiente oceanico” ha bisogno di essere conosciuto, attraversato e anche descritto e ogni scambio deve essere cercato, ogni connessione attivata. Questo non può avvenire naturalmente, manifestandone il desiderio o la necessità astratta e ingenua: occorre intenzionalità e intelligenza, e diciamoci pure che della seconda non ce n’è mai abbastanza e che non può essere sostituita dallo scambio di esperienze o di informazioni.
“Convergenza” dovrebbe assumere dunque anche il significato di riconoscimento e di comprensione, anche delle differenze ovviamente. Convergenza va estesa in ampiezza e in profondità. Convergenza va contrapposta a concorrenza e prepotenza, cioè a due strumenti che più spaccano e indeboliscono quella moltitudine di oppressi che quando emerge diventa oceano. Convergenza non ha paura della diversità e del confronto, neanche quello tra forze politiche strutturate. E convergenza dovrebbe diventare il primo strumento per contendere al sistema di oppressione e di dominio lo spazio e il tempo sociali. In effetti, l’oceano di ottobre ha trovato se stesso attraverso innumerevoli e irrintracciabili strade di convergenza.
Credo che su questo bisognerebbe ancora molto lavorare, anche dal punto di vista del metodo, per quanto sia difficile e faticoso e spesso sia più semplice anteporvi contenuti più o meno astratti. Devo dire che sento la mancanza di assemblee che possano decidere e di mozioni d’ordine che possano essere votate e questo per realizzare il desiderio che provo di ascoltare posizioni diverse dalla mia e di apprezzarle, di riconoscerle oltre le differenze. Senza la possibilità di trasformare la riunione in un evento partecipato il rischio della sequenza di interventi (tutti rigorosamente uguali per durata, inevitabilmente) è alto e non si possono chiedere all’opera meritoria di una segreteria i compiti che spetterebbero a una presidenza in costante confronto con la platea, il che vuol dire senza far politica con l’assemblea. Senza poter decidere rimangono gli applausi. I miei sono stati sinceri e calorosi per quasi tutti, ma francamente non mi sono bastati e forse non potevano bastare tutti gli applausi del mondo. Insomma si rischia di uscire dall’incontro con l’impressione di una occasione almeno in parte mancata senza poter attribuire i limiti e le insoddisfazioni all’assemblea stessa, senza che ci sia stato confronto e crescita. Mi sarebbe piaciuto ascoltare a lungo la GKN o il resoconto delle lotte a Colleferro. Forse si sarebbe persino potuto creare qualche capannello all’esterno o, ad assemblea conclusa, organizzare un giro di domande alle realtà che venissero giudicate più interessanti.
Infine ho trovato un errore non condividere pubblicamente mail, indirizzi di siti, nomi e riferimenti.

L’assemblea si è conclusa con il documento che riproduco qui per esteso e che mi sembra rifletta – inevitabilmente ma anche onestamente – i limiti di cui ho parlato. Va rispettato, compreso e considerato un passaggio.
Infatti non ha senso e sarebbe scorretto criticarlo astrattamente. Ma mi auguro che confronti più produttivi, quei confronti da cui si esce diversi da come si è entrati possano avvenire e moltiplicarsi da domani fino alle date che vengono proposte e, naturalmente, oltre. Anche per far sì che il prossimo incontro con le sue articolazioni tematiche sia effettivamente un laboratorio partecipato di nuove idee e di nuove politiche.

L’oceano è un sistema vivente, occorre abitarlo con tutte le nostre capacità di cambiare altrimenti ci ritroveremo spiaggiati a parlare alle conchiglie vuote.

Giancarlo Scotoni

Con l’assemblea di oggi abbiamo scommesso sull’inizio di un percorso nuovo, di convergenza, costruito non a tavolino, ma nel confronto e nella discussione collettiva, aperta, plurale e larga, nelle assemblee e in percorsi nuovi, da inventare insieme. Oggi più di 250 persone hanno riempito la sala, provenienti dai territori di tutta Italia, lotte, organizzazioni, realtà sociali e sindacali, associazioni, con collegamenti europei ed internazionali. Stiamo costruendo uno spazio politico nuovo, in controtendenza con vecchi e nuovi schemi identitari e chiusi dentro i recinti della nazione, perché è questo che hanno espresso le grandi piazze di settembre e ottobre. Se il mondo intorno a noi rompe con le certezze del passato, anche noi dobbiamo farlo.
Ci siamo trovate come realtà che dall’anno scorso hanno aperto spazi di convergenza contro il ddl sicurezza e contro la stretta repressiva che avanzava; come realtà che hanno promosso mobilitazioni contro le guerre e il riarmo europeo e nazionale, siamo le persone che hanno animato le piazze strabordanti in solidarietà con la Global Sumud Flotilla e con il popolo palestinese, riconoscendo che la lotta contro l’autoritarismo interno e quella contro l’oppressione internazionale non sono due fronti separati. Ci siamo trovate per stringere un nuovo patto tra di noi, con la scommessa di lavorare costantemente per la generalizzazione degli scioperi, per svelare nelle città e nei territori i re, i padroni, e per resistere alla svolta autoritaria cercando in ogni modo di ribaltare quei rapporti di forza che li consolidano.
I re sono Netanyahu, Trump, Giorgia Meloni. I re sono Ursula von der Leyen e i tecnocrati europei. Ma non solo. Putin, Xi Jin Ping, Modhi.
I re sono le compagnie fossili, che guadagnano dalla distruzione della crisi climatica.
I re sono gli oligarchi delle piattaforme, da Bezos a Musk.
I re sono gli immobiliaristi e i grandi fondi d’investimento che speculano sulle nostre città.
I re sono le politiche dell’economia di guerra.
I re sono i confini e il patriarcato.
I re sono i decreti che cancellano diritti.
Sono tutti coloro che provano a convincerci che la violenza è ordine, che l’ingiustizia è necessità, che l’autoritarismo è sicurezza.
Oggi possiamo dire che il primo passo è andato bene. E per mettere in pratica le tante cose che ci siamo detti e dette, non abbiamo bisogno di fissare nuove manifestazioni in un calendario già fitto, ma di confrontarci e organizzarci in una nuova grande assemblea, da svolgersi in più di un giorno, che comprenda convegni sui nuovi passaggi legislativi repressivi, tavoli di lavoro tematici che uniscano gli equipaggi di terra e di mare, e che abbia l’obiettivo di costruire una grande mobilitazione in primavera, che faccia convergere tutti i territori del paese e che, perché no, da qui a primavera scommetta che possa esondare oltre i confini nazionali e parlare alle città d’Europa e non solo. Per questo abbiamo proposto di fissare sul calendario di tutte le persone sedute in sala il 24 e 25 gennaio.
Le prossime date non sono ritualità ma spazi che ci permettono di aggredire i rapporti di forza. Per questo dobbiamo costruire un immaginario contro re e regine, un immaginario, di pratiche e di discorso, che si potrà concretizzare nei tanti appuntamenti citati durante questa assemblea: dalla partita del Maccabi a Bologna il 21 novembre, al 22 novembre, agli scioperi dell’autunno.
E con la promessa di trovarci fianco a fianco il 29 di novembre a Roma nella giornata internazionale in solidarietà al popolo palestinese, che renda visibile con uno spezzone sociale il percorso che parte oggi e si riconosca in parole d’ordine chiare, portando la solidarietà al popolo palestinese, la richiesta della fine dell’occupazione, il rafforzamento delle iniziative di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, e una battaglia che ci accomuna tutti, la lotta per la liberazione di tutti i prigionieri politici e di Marwan Barghouti.
Vogliamo costruire un percorso di liberazione da tutti i re a partire dall’attraversamento di tutti i territori e tutte le città.
A chi ci chiede di essere suddite e sudditi rispondiamo che non abbiamo bisogno del loro permesso per essere liberi e libere.

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