Mancano le risorse per la contrattazione decentrata 2025 e 2026, o meglio il contratto non aggiunge risorse ma fa gravare gli aumenti di alcuni istituti sul fondo della produttività attuale. È questa una delle verità taciute negli ultimi giorni, da quando Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto il contratto nazionale delle funzioni locali. Ne abbiamo già parlato1 ma torniamo sull’argomento con alcuni ragionamenti forse per addetti ai lavori ma comunque utili a comprendere una situazione non solo paradossale ma assai complicata agli occhi di chi non conosce i perfidi meccanismi della contrattazione decentrata.
Abbiamo atteso qualche giorno prima di entrare nel merito del contratto nazionale siglato, una volta tanto nel triennio di riferimento 2025-2027. Era nostra intenzione evitare reciproche accuse o il classico atteggiamento sindacale diviso tra chi esalta, anche acriticamente, i risultati raggiunti e quanti invece bocciano a prescindere i risultati di una intesa.
La domanda da porci è una sola: ci sono elementi sufficienti per firmare una intesa che non recuperi potere di acquisto e di contrattazione?
Per noi la risposta è negativa, il contratto fotocopia di quello precedente con una tendenza assodata, quella di accordare aumenti inferiori al reale aumento del costo della vita.
Leggere un contratto è impresa difficile e soprattutto comprendere quali siano i nessi tra il contratto nazionale e la contrattazione di secondo livello. Il vero problema della PA è non avere una quattordicesima mensilità e meccanismi di progressione di carriera automatici, la retorica della valutazione, gli interventi della magistratura contabile hanno costruito dei meccanismi iniqui che alla fine tendono ad escludere dai pochi benefici porzioni sempre maggiori di personale. E questa tendenza sarà accentuata dall’arrivo della nuova valutazione fortemente voluta dal ministro Zangrillo2. Vorremmo portare un esempio pratico di come un contratto negativo sotto il profilo economico e normativo produca alla fine anche risultati nefasti nella contrattazione di secondo livello.
Prendiamo ad esempio un Comune X: con le aspre critiche dal personale per la riduzione della produttività annuale, hanno confrontato la cifra di un anno fa con quella odierna trovando meno soldi nell’ultima busta paga. Colpa del sindacato, di accordi a perdere o di iniqui meccanismi? Il personale dimentica ad esempio che un certo numero di colleghi ha effettuato le progressioni orizzontali che sono state finanziate con la parte fissa della produttività generale, ergo il fondo della produttività si è ristretto e la quota percepita risulta inferiore a un anno fa. Ma allo stesso tempo chi prende la progressione si terrà quei soldi fino alla pensione e varranno anche a fini previdenziali, soldi insomma che resteranno stabilmente nella retribuzione del dipendente.
Il vero problema è rappresentato dal fatto che un tempo le progressioni venivano fatte da oltre il 90 per cento del personale mentre oggi è possibile solo per il 50 per cento degli aventi diritto e, di conseguenza, anche ripetendo le progressioni per più anni il numero degli esclusi è decisamente maggiore del passato.
Come avviene con le progressioni o i differenziali economici, qualcosa di analogo ritroviamo con gli incrementi stipendiali che si portano dietro aumenti nei valori orari di alcune voci del salario accessorio, che, a loro volta, incideranno sul fondo per le risorse decentrate. Se alcuni istituti contrattuali gravano sul fondo, accrescerne l’importo dopo tanti anni rende felici i beneficiari ma non gli altri con l’impoverimento del Fondo.
Chi ha sottoscritto questo contratto avrebbe dovuto prevedere risorse maggiori nella costituzione del fondo per gli anni 2025 e 2026, avendo appurato che già per il 2027 gli incrementi potrebbero non essere sufficienti. E a chi, sul modello cislino, invoca maggiore spazio per la contrattazione di secondo livello ricordiamo che quanto accaduto potrebbe essere non casuale ma il risultato di una scelta ben ponderata: dare qualche spicciolo subito per poi indebolire la capacità di spesa per il personale e il salario accessorio. Chi pensava di portare a casa nella contrattazione di secondo livello si sbagliava, sottoscrivere un brutto contratto nazionale comporta anche una contrattazione nazionale e decentrata a dir poco opaca.
Nel Ccnl troviamo aumenti del tabellare con decorrenza fissata nel 1° gennaio di ciascun anno del triennio.
Facciamo un esempio: l’aumento dello stipendio base previsto per gli istruttori dal 1° gennaio 2026, pari a 91,40 euro mensili si porta dietro l’incremento dell’indennità di turno di euro 0,05859 orario. Si può obiettare che si tratta di cifre risibili ma se in un giorno le ore di turno sono mediamente sette, moltiplicate per i 20 giorni lavorativi nel mese si arriva ad un importo mensile di arretrati di 8,20 euro, che corrispondono ad un valore annuo di quasi 100 euro a dipendente. In un Comune con un corpo di Polizia municipale nutrito o in una casa di riposo di medie/grandi dimensioni, i numeri diventano significativi (fonte: Sole 24 ore enti locali).
Il nuovo contratto non ha previsto incrementi del fondo per le risorse decentrate per l’anno 2026 e per l’anno 2025. Quindi se vogliamo gli arretrati delle voci di salario accessorio calcolate ai nuovi importi dovremo pagarli con il fondo della contrattazione decentrata di quest’anno con la riduzione dei premi legati alla performance (la produttività del mese di luglio). Ad oggi non è dato sapere se le risorse del 2027 sono sufficienti oppure no come si evince da alcuni articoli pubblicati sulle riviste specialistiche.
Detto in altri termini se non si dispongono risorse per la contrattazione decentrata, senza incrementare le risorse nazionali, il rischio che corriamo è di perdere potere di acquisto e di vedere ridotta la produttività. Sarebbe sufficiente raccontare questa storia per spiegare la furbizia del Governo e l’arrendevolezza dei sindacati firmatari di contratto.
Federico Giusti