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Una spintarella al birillo rosso di rabbia?

di Marcello
Pesarini

Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio dei ministri, s’è presentata in aula per le comunicazioni sulle politiche governative giovedì 9, e come scrive il manifesto del 10 aprile “Cominciamo a perderla”, nel senso che i segnali di collegamento con la realtà sono vaghi.
Ma non basta affatto.
Un governo di destra che difende il capitalismo nelle sue espressioni finanziarie ma anche semi-statalizzate, come era per la FIAT e ora è per ILVA e Stellantis, ha scelto come impatto di comunicare attraverso una percezione amplificata del disagio, in realtà simbolo di mancanza di Stato (pubblica istruzione, sanità, vuoti d’aggregazione, impacchettamento di attività remunerative come lo spaccio, e l’immigrazione clandestina) governando coi decreti Rave, Caivano, Cutro, fino ai decreti sicurezza che contengono un’altra volta i luoghi dolenti, cioé i CPR, le carceri, gli istituti penali minorili, e “scudano” le forze dell’ordine.. 

Alla prima prova, evidentemente collegata a questa politica, il Governo perde. Il no alla separazione delle carriere per i magistrati va al di là del quesito, è netto, 54% contro 46%, con un ritorno alle urne di quasi il 60% degli aventi diritto. E’ collegato agli spazi limitati per gli studenti, alla caccia a chi sostiene la Palestina e la libertà d’espressione, mentre sull’altro piatto delle bilancia si trova il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro socio d’affari con la figlia del prestanome del boss camorrista Michele Senese. Poi si trova sullo stesso piatto Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero (caso al-Maṣrī, ne parleremo dopo). I due si dovranno dimettere dopo il voto del 22 e 23 marzo. Restano in carica Lina di Domenico, a lungo magistrato di sorveglianza a Novara e Aosta, Massimo Parisi, vice capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e Rita Monica Russo, capo del personale della stessa amministrazione. Elena Chiorino (FDI) si dimette sempre in Piemonte per permettere all’indagine di andare avanti.
Tutto il sistema detentivo del Piemonte sotto accusa, non fossero bastati morti, suicidi e inchieste.

Viene una domanda immediata per chi fa politica ed è stato eletto per rappresentare parti di popolazione: come si fa a continuare a chiedere che si applichi l’articolo 27 della Costituzione, che si faccia luce sulla sanità in carcere, che si sciolgano i nodi di accoglienza, di organico, se chi è tenuto a presiedere, indirizzare, tutto ciò, viene condannato, neanche tutte le volte necessarie, per motivazioni così gravi?

Non c’è il popolo dei No Kings a chiederlo in prima persona, ma anche se lo si pensa assieme a quello di Libera sì, e abbiamo visto come il Governo sia stato assente ai ricordi di morti di mafia, di nuovo giustizia.
C’è un mondo di sofferenza al quale, ormai, chi opera nelle carceri come attivista, volontario, agente di polizia penitenziaria, non riesce più a rispondere col solo suo esempio, con la sola sua volontà, e neanche con i tentativi in corso di unificare gli sforzi in maniera politica.

Torniamo alla Bartolozzi.
Lam Magok, proveniente dall’Africa sub-sahariana, vuole costituirsi nel procedimento costituzionale: «È l’ultima possibilità». Torturato a Mitiga e testimone all’Aja, il 33enne contesta la mancata consegna del carnefice. Intanto la Camera solleva il conflitto di attribuzione per evitare a Bartolozzi (nel frattempo rientrata nei ruoli della magistratura come giudice distrettuale presso la Corte d’Appello di Roma) di andare a processo per aver mentito nel caso della mancata consegna del torturatore libico alla Corte penale internazionale.
Il racconto toccante di Lam, scappato più volte dai campi di concentramento libici, che ha costruito un movimento di Refugees in Lybia, che ha protestato davanti alla sede dell’UNCHR per spingere l’organizzazione ONU a fare il proprio dovere verso i profughi e contro i governi e gli organismi non riconosciuti che trattengono i profughi per non farli arrivare in Europa. Questo racconto si è ripetuto più volte grazie a organizzazioni come Fornelli Resistenti, Mediterranea e Baobab a cui se ne aggiungevano via via altre.
Lam ha denunciato il governo italiano per avere fatto fuggire e riaccompagnare in Libia con volo di Stato il capo torturatore al-Maṣrī. La sua posizione è delicata perché dall’esistenza di un procedimento che condanna l’Italia a non avere collaborato con la Corte penale internazionale sulla vicenda dipende sia il suo status di “persona danneggiata” sia l’eventuale attivazione della via giudiziaria in sede civile. «Lunedì è stato un giorno importante: la CPI ha ufficializzato il deferimento dell’Italia deciso il coinvolgimento dell’Italia per non avere eseguito e applicato la richiesta di arresto e consegna del generale libico internazionale e di averlo riaccompagnato in Libia con volo di Stato. La resa dei conti sarà a dicembre, quando l’ONU avrà esaminato il caso. Lam, emblema delle vittime può sperare ancora che gli sia riconosciuto il diritto di ottenere giustizia, anche quando i suoi carnefici sono molto più potenti di lui». Questa la posizione di Baobab Experience, che ha accompagnato Lam Magok da anni.

Non lo chiediamo ai partiti: chiediamolo a chi è in piazza per StopRearmWar, per Sumud Flotilla, per l’antifascismo.
I singoli, le associazioni, i sindacati raccolgano appelli come questo nel quale si ribatte nero su bianco al governo in cosa lui manca e vuole mancare, di certo, e vuole continuare a governarci contro il voto popolare.
Saranno i singoli, le associazioni, i sindacati, a decidere a chi e come rivolgersi a chi può e deve fare cadere il governo dove lui non c’è al di là dei proclami: l’amore e la dignità dell’Italia. 

Marcello Pesarini

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