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Una M.A.R.E.A. di idee per il campo largo

di Giuseppe
D'Elia

Sabato 10 ottobre, nell’ambito del M.A.R.E.A. Village, festival di arte, cultura e politica promosso dai comitati di Bagnoli e dai movimenti sociali napoletani, nell’area ex NATO, autorevoli voci del mondo della giustizia internazionale, della ricerca economica, della politica e dell’attivismo hanno offerto spunti preziosi per un’alternativa politica nel panel intitolato “Contro militarismo e genocidio, per un manifesto di resistenza e libertà nel Mediterraneo”.
M.A.R.E.A. è l’acronimo scelto da chi si propone di far interagire Mediterraneo, Arte, Resistenza, Ecologia e Azione in un progetto collettivo di trasformazione sociale. Come la marea «rivela ciò che è sommerso e al suo passaggio produce cambiamento», questo movimento vuole essere «il ritmo di chi resiste, la forza di chi non si arrende e il respiro collettivo di chi continua a restare umano». In rigoroso ordine alfabetico, qui saranno ricostruiti in particolar modo gli interventi di Albanese, Brancaccio, Daniele e Thunberg, con l’intento dichiarato di mostrare al c.d. Campo Largo ciò che maggiormente sta a cuore a quelle piazze di protesta che andrebbero innanzi tutto capite e ascoltate.
Queste piazze infatti non cercano figurine mediatiche da incoronare leader, ma risposte concrete ai problemi epocali con cui ogni giorno devono fare i conti. In altri termini, se davvero si vuole allargare il campo del consenso elettorale e costruire un credibile progetto politico di cambiamento, per evitare di ripetere all’infinito gli errori del passato, a chi continua a riproporre il dogma centrista, per neutralizzare le istanze politiche e sociali della sinistra, occorre dare risposte chiare, credibili e coerenti. Occorre dare sostanza e forza, per intenderci, all’argomento con cui Tomaso Montanari ha replicato alla solita retorica centrista fatta da Lilli Gruber nel suo programma, andato in onda la settimana scorsa su La7, evidenziando – a suo dire – come i sondaggi mostrerebbero chiaramente che senza i voti di Renzi e dei centristi il Campo Largo non potrebbe mai vincere. Sul punto, la ferma risposta del rettore dell’Università per Stranieri di Siena è stata perfetta: «Questi sondaggi danno per scontato che votino le stesse persone che hanno votato l’ultima volta. La sinistra vince se porta a votare i milioni di persone che hanno bisogno dello Stato sociale e che non votano. C’è un’enorme eclissi di popolo della sinistra che però si è manifestato in piazza per Gaza e alle urne per il referendum. Allora: queste non vengono considerate dai sondaggi. E, con Renzi, non ci vanno a votare».
Chiaramente il punto non è personalistico. Questa sorta di “effetto Renzi” con immediata repulsione – «se dicono tutti le stesse cose e sono tutti uguali, a questo punto, a votare non ci vado proprio» – è il risultato di una collaudata macchina di propaganda costruita per avere il cosiddetto win-win: chiunque vinca le elezioni, in estrema sintesi, dovrà dare in ogni caso continuità a una agenda economica “centrista” che non ammette alcuna possibilità di deviazione rispetto al percorso già tracciato.
Ed è proprio questo cortocircuito sistemico, di un modello economico che ha trasformato le istituzioni democratiche in meri gusci vuoti, privi di un reale contenuto, che emerge con plastica evidenza dagli interventi, già segnalati, del panel del 10 ottobre scorso. In ognuno di essi, vi è infatti  una sostanziale convergenza nel dimostrare come la questione economica – la logica del capitale da accumulare all’infinito, perseguendo senza alcuno scrupolo sempre e comunque il massimo del profitto – sia la chiave di lettura dell’attuale crisi globale. Genocidio palestinese, devastazione ambientale, militarismo conclamato ed erosione dei diritti non sono pertanto eventi da trattare isolatamente, ma manifestazioni di un’unica matrice comune, espressione del carattere sempre più parassitario e autoritario dei gruppi dirigenti che finanziano, senza soluzione di continuità, le macchine di propaganda che servono a garantire il win-win elettorale e il conseguente perenne mantenimento della propria condizione di privilegio, a danno di tutto e tutti. Difesa dei diritti umani, del decimato popolo palestinese e lotta alla criminale speculazione fossile che ha causato e alimenta la devastazione ambientale richiedono dunque il superamento della logica delle singole rivendicazioni settoriali per provare a costruire una prospettiva politica unitaria che sappia intervenire, alla radice, sulle questioni di natura sistemica che hanno priorità assoluta per la portata epocale delle loro conseguenze.
In tal senso, la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha evidenziato appunto l’urgenza di un approccio interdisciplinare che possa dare, in primo luogo, massima centralità alla questione economica. Il suo lavoro di analisi dei flussi economico-finanziari che alimentano le politiche di occupazione dei territori che legalmente spetterebbero allo Stato palestinese (Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio), nella misura in cui è andato anche solo potenzialmente a intaccare i margini di profitto del sistema, ha generato le dure reazioni e ritorsioni sanzionatorie che l’hanno colpita, mettendola in estrema difficoltà prima dell’intervento cautelare in suo favore da parte del giudice competente. Sotto questo profilo, Albanese evidenzia il rischio tangibile di una vera e propria “israelizzazione” delle democrazie occidentali, dove le politiche di sicurezza si stanno già trasformando in politiche securitarie che, dopo aver criminalizzato ogni forma di solidarietà sociale, ora puntano a fare lo stesso anche con le manifestazioni di dissenso politico, restringendo, così, i diritti di tutti i cittadini. E non deve sorprendere dunque il moto spontaneo di solidarietà globale verso il popolo palestinese che è cresciuto in maniera esponenziale, parallelamente al genocidio e alla mole di prove che si sono affastellate nei tribunali, nei centri di ricerca, nel web e nei social media: se le proteste che ne sono conseguite nelle nostre piazze “democratiche”, per i governi occidentali, diventano «occasione per usare il manganello, vuol dire che anche noi siamo già i palestinesi di queste democrazie». Del resto, il doppio standard e il sistematico capovolgimento delle categorie del diritto internazionale, non riguardano solo la tragedia di Gaza, essendo piuttosto il risultato di oltre vent’anni di erosione delle tutele giurisdizionali, a cominciare dalla cosiddetta “guerra al terrorismo” avviata a seguito dei fatti dell’11 settembre del 2001. Già allora si è assistito a questo vero e proprio capovolgimento della realtà che potremmo definire “camouflage umanitario”. E così come gli USA, «affastellando menzogne e creando delle categorie legali che non esistevano, hanno cominciato a dichiarare guerra e invadere paesi sovrani come l’Afghanistan e l’Iraq», allo stesso modo, il governo israeliano in carica, dopo il 7 ottobre 2023, a Gaza, «ha preso ogni categoria del diritto internazionale preposto ad impedire che si facesse la guerra ai civili, che si uccidessero i giornalisti, i bambini, i medici, che si distruggessero gli ospedali, e ha preso tutte le norme che c’erano per giustificare questi atti».
Emiliano Brancaccio, professore di Economia politica presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli “Federico II”, in maniera ancora più esplicita sottolinea come le connessioni tra economia e politica richiedono una risposta incentrata sul “tout se tient“, come dicono i francesi, ovvero «ogni cosa è collegata all’altra, ogni cosa è connessa all’altra, ogni terrificante mobilitazione delle forze del capitale è collegata a tutte le altre cose della vita su questa Terra. E quindi evidentemente, se ogni cosa si tiene, se tutto si tiene dal lato del capitale, beh allora tutto deve tenersi dal lato della lotta contro il capitale». In tal senso, il genocidio a Gaza è direttamente legato alle vie del petrolio e al cosiddetto sfruttamento additivo delle risorse fossili. Cosa si intende con questa espressione? Decisamente si tratta di «un modo molto ipocrita per poter dire che anche nell’epoca della cosiddetta transizione ecologica noi possiamo aggiungere altro petrolio, altro consumo di inquinanti, e insomma possiamo rendere tutto compatibile mettendo un po’ da parte la transizione ecologica e continuando a sfruttare le risorse energetiche che creano danni fenomenali e catastrofici a livello ambientale e climatico». Ed è così che il genocidio di Gaza diventa letteralmente «sangue per il petrolio», nella misura in cui il governo e l’esercito israeliano agiscono come “gendarmi” del corridoio tra India, Medio Oriente ed Europa (inquadrato negli Accordi di Abramo), per garantire i flussi finanziari e commerciali del capitalismo filo-occidentale in contrapposizione alla Via della Seta cinese. E, parallelamente, la scelta di radere al suolo Gaza e di estendere questo livello di distruzione anche al resto dei territori occupati risponde alla massimizzazione dell’accumulazione capitalistica. La vera urgenza politica è quindi nominare senza esitazioni il problema – la logica del profitto di un capitale ormai senza più regole –  per provare finalmente a costruire davvero un’alternativa di sistema.
L’intervento di Luigi Daniele, professore associato di Diritto internazionale presso il dipartimento giuridico dell’Università degli Studi del Molise, è forse quello che più di tutti rende chiara l’assoluta impellenza di una risposta politica senza tentennamenti, stante la posta in gioco e l’accelerazione degli eventi di questi ultimi anni. Daniele mette in diretta correlazione il genocidio di Gaza con l’apocalisse climatica. Siamo probabilmente di fronte a una manifestazione del male che è senza precedenti nella storia umana conosciuta per la portata dei suoi effetti. Per l’internazionalista siamo di fronte a una devastazione climatica che è causata dalle élite fossili, che si possono definire come necropolitiche, essendo le conseguenze prospettiche delle loro scelte politiche un vero e proprio “genocidio incrementale globale” che, di fatto, scommette sulla fine della civiltà umana. Gaza rappresenterebbe altresì, sotto il profilo delle nuove forme di sorveglianza tecnologica sviluppate e praticate, una sorta di mostruoso laboratorio di estrazione dati, profilazione e sperimentazione di tecniche di confinamento e annullamento della vita. Tecnologie e modelli repressivi, testati direttamente sulla pelle delle cavie umane palestinesi, promettono nuovi business milionari, nei prossimi decenni di crisi climatica, quando i cittadini europei rischieranno essi stessi di diventare migranti climatici, con noi italiani, purtroppo, senz’altro in prima fila per collocazione geografica. Da ultimo, Daniele evidenzia come lo smantellamento e le sanzioni contro preziose istituzioni come la Corte Penale Internazionale dimostrano la volontà delle forze neofasciste e imperialiste di distruggere completamente lo Stato di Diritto e la stessa cultura egalitaria e solidaristica, centrale nella nostra Carta Costituzionale, pur di proteggere questa spaventosa convergenza che si sta realizzando sotto i nostri occhi tra interessi economici e militarismo spinto.
Nelle argomentazioni di Greta Thunberg, infine, ci sono tutti gli elementi che più direttamente ricollegano questa policrisi alle continue e crescenti proteste di piazza che dovranno continuare fino al raggiungimento dell’obiettivo politico prefissato. Giustizia climatica, ecologica e sociale sono infatti questioni legate in maniera inscindibile. Non si può avere una seria difesa dell’ambiente senza combattere con fermezza ogni forma di oppressione. Il militarismo e le guerre, purtroppo tornate prepotentemente nell’agenda del sedicente “Occidente democratico”, rappresentano il più grande nemico dell’umanità, sia in termini di emissioni inquinanti, sia per la portata incrementale delle devastazioni, con crescente perdita diretta di vite umane. Spostando le già assai ridotte risorse economiche dai sistemi di welfare pubblico all’acquisto di bombe e armi non si avrà una maggiore protezione delle popolazioni, tanto più ora che le catene alimentari e le infrastrutture stanno già crollando sotto il peso della crisi ecologica e climatica. Chi distrugge il pianeta ha lo stesso volto e gli stessi nomi di chi è complice del genocidio e ne trae profitto a breve termine: «noi giovani siamo cresciuti in un mondo in cui ci siamo visti rubare il futuro giorno dopo giorno dalle stesse persone che affermavano di amarci. Dovremmo essere arrabbiati, dovremmo sentire una profonda frustrazione e questo enorme tradimento: dobbiamo incanalare questi sentimenti nell’azione, per riprenderci ciò che è di diritto nostro. E anche se la popolazione ha dimostrato di essere dalla parte della Palestina, sappiamo bene che i governi continuano a essere complici, a lasciare morire le persone nel Mediterraneo e a rinchiudere i migranti nei campi di concentramento. I livelli di disumanizzazione che abbiamo raggiunto sono così estremi che questo non fa nemmeno più notizia né suscita indignazione». Contro questa perversa forma di speculazione fondata sull’incremento delle forme di oppressione, la risposta politica deve essere pertanto una mobilitazione di massa, guidata da studenti e lavoratori, per rompere la complicità dei governi occidentali col genocidio e rimettere in piedi una nuova forma di società che sia realmente democratica, egalitaria e solidale.
Tutti questi fattori, magistralmente individuati negli interventi fin qui sintetizzati, sono il propellente di un vasto movimento di ribellione su scala globale che, proprio per le sue specificità (guerra, collasso climatico e impoverimento diffuso e generalizzato), caratterizza questa fase come potenzialmente pre-rivoluzionaria. La crisi del sedicente “Occidente democratico” è da decenni crisi sociale ed economica che ha eroso e continua a erodere la democrazia, svuotandola dal di dentro. Se si vogliono comprendere a fondo le ragioni della protesta tuttora in corso anche nelle piazze italiane, va detto con estrema nettezza che il caro vita è effetto diretto delle politiche di guerra e della crisi climatica in atto; ma con altrettanta chiarezza bisogna ammettere che l’insostenibilità del caro vita è effetto diretto delle politiche di moderazione salariale e di precarizzazione del lavoro che sono state perseguite, con variazioni minimali, da tutti i governi che si sono succeduti in questi decenni. In particolare, bisognerà fare una volta per tutte i conti con quella responsabilità politica che è il peccato originale delle sinistre di governo post-1989: abbandonare la critica del capitalismo è stata una risposta sbagliata e suicida al crollo del modello sovietico, che – in una prospettiva storicistica – è stato solo uno dei tanti modelli possibili di alternativa sociale e non certo il meglio riuscito. Nel secolo scorso, socialisti e comunisti si sono scontrati e divisi sui mezzi per raggiungere lo stesso scopo (Riforma Sociale o Rivoluzione?), ovvero il superamento del capitalismo e la realizzazione di una società non più rigidamente divisa in classi e non più fondata sullo sfruttamento dell’uomo, determinato dal ricatto occupazionale dei padroni dei mezzi di produzione nei confronti delle masse proletarie. In Europa occidentale – e in Italia in particolar modo – uno Stato costituzionale di diritto, fondato sul Welfare universalistico e sull’economia mista, ha permesso alla classe lavoratrice una vita più che dignitosa con posti di lavoro stabili e alla portata di tutti e salari che permettevano non solo la mera sussistenza, ma anche il risparmio, l’accesso alla casa di proprietà e un libero godimento di una quota rilevante di tempo libero. Parafrasando Thunberg, bisogna ammettere che, in larga misura, è stato proprio chi da giovane ha goduto di tutto questo benessere diffuso, per mezzo delle lotte operaie e sindacali, che poi, con le proprie scelte politiche reazionarie, ha tradito i propri figli e nipoti, condannandoli a un presente senza futuro, fatto di lavoro povero e precario, senza nessuna possibilità di accesso alla casa di proprietà, salari che vengono consumati in larga misura per pagare l’affitto di una stanza, in appartamenti da condividere con persone estranee, per permettere al proprietario di turno di massimizzare la propria rendita ereditaria, moltiplicando per tre, quattro o cinque un canone di affitto già indecentemente elevato. Ed è qui che si vede e si tocca la falsità ideologica del dogma del mercato che si autoregola, generando sempre e comunque equilibri di benessere. Il mercato diventa il luogo del trionfo del privilegio tutte le volte in cui c’è squilibrio tra la domanda e l’offerta, come nel mercato immobiliare delle grandi città, trasformate in mete turistiche in cui i lavoratori non possono più vivere ma, al massimo, brevemente soggiornare, pagando prezzi insostenibili nel medio-lungo periodo. Esattamente come il mercato è il luogo del trionfo dello sfruttamento in ambiti come quello del lavoro dove – salvo rarissime eccezioni – qualunque lavoratore è facilmente sostituibile da chi accetta di lavorare al prezzo minore e dove, ad ogni salto tecnologico, milioni di posti di lavoro svaniscono, essendo soppiantati da macchine che costano molto meno e rendono molto di più, oltre a non reclamare diritti.
Le piazze e i movimenti di lotta, qui e ora, stanno dicendo parole molto chiare alle forze politiche che si candidano alla guida del Paese. E chi oggi è all’opposizione non può illudersi di andare al governo semplicemente agitando lo spauracchio dei fallimenti dei governi in carica. Servono invece risposte politiche che segnino una vera discontinuità. Serve capire la rabbia e la paura delle generazioni più giovani che pretendono risposte serie ed efficaci, realmente all’altezza delle sfide epocali con le quali tutti ci dovremo confrontare (e già ci stiamo confrontando, in realtà). Se è vero che i sindaci delle grandi città italiane a guida PD hanno preso coscienza del fatto che «il patto sociale e quello generazionale si stanno rompendo», se credono davvero che «è dunque necessario intervenire sulle garanzie essenziali per la popolazione italiana: il diritto all’abitare, le tutele per chi lavora, il trasporto pubblico efficiente», piuttosto che preoccuparsi di fare una morale ipocrita e pelosa per la violenza sulle cose di alcuni dei manifestanti, dessero garanzie concrete ai popoli in sofferenza e ascoltassero questi giovani e questi movimenti che hanno ragione da vendere e un futuro migliore da costruire, su nuove e diverse basi. Elly Schlein è diventata segretaria del PD, grazie al voto dei non tesserati, parlando di critica del neoliberismo e degli errori del suo partito quando ha governato. Se il cosiddetto Campo Largo vuole davvero ascoltare, capire e fare da sponda politica a questi movimenti e a queste piazze non può ignorare le sue contraddizioni, già presenti in una forte componente del PD, e addirittura amplificarle, facendo accordi politici con partiti centristi puramente mediatici, che servono solo ed esclusivamente a garantire il win-win all’establishment economico che li finanzia e che renderebbero impossibile anche solo la più blanda riforma del mercato del lavoro e di quello immobiliare, ovvero di quel minimo di decenza che sarebbe necessario per fronteggiare seriamente il caro vita. Affrontare poi le sfide epocali richieste dal collasso climatico e dalla deriva militarista e bellicista già in atto sarebbe semplicemente impossibile, andando al governo con queste pesanti e ben note contraddizioni irrisolte. Ma queste sfide epocali vanno necessariamente affrontate e queste piazze hanno tremendamente bisogno di una sponda politica seria, coerente, onesta e non di mera facciata. Ed è questo il risicato spazio di manovra in cui potrebbe agire una forza politica che sappia fare da cerniera tra il parlamento e i movimenti di piazza, come già seppe fare, a suo tempo, il Partito della Rifondazione Comunista, prima di implodere per le troppe divisioni interne e le numerose scissioni. 

Giuseppe D’Elia

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