L’8 e il 9 giugno possiamo cambiare il futuro del lavoro e della cittadinanza in Italia. Ma perché questi referendum sono così importanti? Non si tratta solo di un’iniziativa della CGIL, ma di una battaglia decisiva per tutto il movimento dei lavoratori, delle lavoratrici, dei migranti e delle migranti. Il risultato avrà conseguenze profonde: una sconfitta rischia di indebolire ulteriormente chi lotta per i diritti, mentre una vittoria potrebbe ridare forza a una mobilitazione più ampia, riportando il tema del lavoro al centro del dibattito politico.
Varie sono state le declinazioni dei 4 referendum sul lavoro e quello sulla cittadinanza, ma aggiungere anche un punto di vista giovanile può promuovere una maggiore conoscenza e coscienza anche tra le fasce più giovani della nostra popolazione.
Un referendum dentro un percorso più ampio di lotta
Non vediamo il voto come un atto isolato, ma come un tassello di un percorso di mobilitazione più ampio. Negli ultimi anni, la CGIL ha dato segnali importanti con scioperi generali e iniziative come “La Via Maestra”, ma ora serve un salto di qualità. Il referendum può diventare un trampolino di lancio per nuove lotte e nuove conquiste, evitando gli errori del passato, come l’assenza di un seguito politico concreto al referendum sull’acqua pubblica.
Per chi oggi conosce solo lavori precari, contratti a termine e stipendi bassi, il referendum non è un dettaglio: è la possibilità concreta di cambiare rotta. Dobbiamo rivolgerci direttamente ai giovani lavoratori, ai precari, ai disoccupati, a chi ha visto il mondo del lavoro sgretolarsi sotto il Jobs Act e altre riforme che hanno tolto diritti invece di garantirli. Per loro, questa battaglia rappresenta un’occasione reale di riconquistare dignità e tutele.
Sappiamo che dovremo affrontare molte difficoltà, ma pensiamo di non poterne fare a meno. La CISL si è apertamente schierata contro il referendum con argomentazioni che riflettono una visione conservatrice e distante dalla realtà dei lavoratori e delle lavoratrici. I media tacciono, e questo rende tutto ancora più difficile: dovremo trovare modi efficaci per diffondere il nostro messaggio, uscendo dalle nostre bolle e raggiungendo quante più persone possibile.
Uno degli ostacoli principali è la falsa convinzione che questi referendum interessino solo i lavoratori e le lavoratrici dipendenti. In realtà, i loro effetti riguardano l’intero mondo del lavoro, offrendo una prospettiva di cambiamento a chiunque sia stato colpito da anni di precarizzazione e perdita di diritti. Inoltre, la CGIL deve fare i conti con il peso di alcune scelte passate, che hanno lasciato delusione tra molti lavoratori: la scarsa opposizione alla riforma Fornero e la sconfitta sulla battaglia per l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sono ancora ferite aperte. A tutto questo si aggiunge la sfida dell’affluenza: in un Paese dove, alle elezioni europee del 2024, l’astensione ha superato il 50%, mobilitare la partecipazione sarà fondamentale per superare il quorum.
Parallelamente, non possiamo ignorare il contesto politico in cui si svolge questa battaglia. Mentre si chiede ai cittadini di accettare anni di precarietà e tagli ai servizi pubblici, l’Unione Europea lancia progetti come ReArm Europe, che destina miliardi di euro al riarmo invece di investire in politiche sociali, istruzione e sanità. È inaccettabile che mentre si tolgono diritti ai lavoratori, si trovino sempre risorse per le spese militari. Il referendum è anche un’occasione per affermare un’altra priorità politica: il lavoro e la giustizia sociale devono venire prima della corsa al riarmo.
Il precariato come orizzonte obbligato delle nuove generazioni
17 anni di crisi economica internazionale hanno prodotto, oltre agli effetti nell’ambito macroeconomico, una stabilizzazione del precariato, per usare una locuzione ossimorica.
Le giovani generazioni, sia nel settore privato che nel settore pubblico, vivono una costante situazione di insicurezza, tra contratti a tempo determinato, usati ad hoc anche come strumento di ricatto per impedire attività sindacali di alcun tipo, contratti a chiamata, concorsi pubblici che vengono rimandati di anno in anno e molte altre situazioni gravose.
Questo, senza scendere in un’analisi puntuale delle singole fattispecie, crea una difficoltà nella creazione di una stabilità nella propria vita, anche in casi di costruzione di un nucleo famigliare; con la costrizione di dover dipendere dai propri genitori fino al raggiungimento dell’anelato contratto a tempo indeterminato.
Il mercato del lavoro è spesso ostile verso i giovani anche ad alta specializzazione. I notiziari ci bombardano di notizie sull’immigrazione ma menzionano assai di rado il fenomeno emigratorio, la cosiddetta fuga di cervelli.
Il terzo referendum sulla reintroduzione dell’obbligo delle causalità in ogni tipologia di contratto, permettendo quindi una maggiore protezione del lavoratore e della lavoratrice precaria, potrà, certo solo in parte, scardinare questo ricorso continuativo e sovrabbondante ai contratti a tempo determinato e dare respiro ad una generazione che sta perdendo il proprio orizzonte.
Italiani senza cittadinanza
In Italia sta avvenendo quello che in altri paesi europei e non è avvenuto nei decenni passati: la creazione di un melting pot di culture e provenienze. Il fenomeno dell’immigrazione ha ovviamente portato ad un cambiamento di alcuni connotati della nostra società e come comunisti/comuniste ed internazionalisti non possiamo che sostenere questo diverso modello.
Il quinto quesito referendario permetterebbe di dimezzare il tempo necessario per vedersi concessa la cittadinanza italiana. E siccome la cittadinanza italiana si trasmette ius sanguinis ciò permetterebbe a centinaia di migliaia di minorenni di divenire cittadini e cittadine italiane, completando un percorso di integrazione che spesso e volentieri parte alla nascita.
Nella situazione attuale troppi italiani per lingua e cultura, spesso e volentieri giovani e giovanissimi, si vedono negata la possibilità che una cittadinanza italiana può dare, con conseguenze e ricadute anche economiche. Si pensi solo alla possibilità di partecipazione ai concorsi pubblici, che invece ad oggi è impedita, impedendo a queste persone uno sbocco di carriera e una seria possibilità di impiego.
Tanti sono i fattori e le chiavi, ma una nuova “classe” giovanile sta nascendo, una classe meticcia, che si arricchisce con le culture altrui.
Superare il quorum e vincere: una sfida di tutti e tutte
Per vincere, dobbiamo convincere il maggior numero possibile di persone a votare e far capire che questa non è una battaglia di parte, ma una questione che riguarda tutti: lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, indipendentemente dall’orientamento politico.
Il nostro impegno non deve fermarsi a una semplice chiamata alle urne. Dobbiamo essere presenti ovunque: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mercati, nei bar. Serve uno sforzo militante costante per trasformare questi referendum in un’opportunità di lotta reale. Vogliamo non solo vincere, ma anche costruire su questa vittoria un nuovo ciclo di mobilitazione sociale e politica, per garantire che il risultato referendario non resti lettera morta.
Non limitiamoci a sperare: costruiamo insieme questa vittoria, portiamo chiunque conosciamo a votare. L’8 e il 9 giugno non scegliamo solo un Sì, scegliamo un futuro migliore per tutti.
Paolo Bertolozzi, coordinatore nazionale dei Giovani Comunisti/e
Auro Bizzoni, responsabile nazionale Lavoro dei Giovani Comunisti/e
