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La feroce razionalità di Trump & Co.

di Antonio
Zucaro

La rivoluzione portata da Trump, coi suoi cambiamenti radicali nella forma e nella sostanza della politica americana e mondiale, ha sconvolto le élites politico-intellettuali dell’“Occidente”. Rivoluzione inaspettata, nonostante la virulenza della campagna elettorale. Di fronte alle prime sconcertanti dichiarazioni, mosse, provvedimenti esecutivi, nomine di collaboratori la reazione di queste élite, sia conservatrici che moderate o progressiste, è apparsa incredula, ispirata dall’impressione che lo sconvolgimento derivasse da fattori irrazionali. Invece, al di là degli aspetti caratteriali e dei limiti intellettuali di Trump, impiegando le categorie del pensiero critico sembra possibile individuare una razionalità feroce nella direzione e nella profondità di questi cambiamenti. Proviamo qui a fissarne alcuni punti, semplificando per ragioni di brevità. 

In sintesi: la globalizzazione a guida occidentale è andata in crisi perché la crescita continua di tutte le attività economiche da un lato è rimbalzata sui limiti fisici del pianeta, provocando in particolare il riscaldamento globale con le relative conseguenze, e dall’altro ha cambiato i rapporti di forza tra le diverse economie. La concorrenza tra grandi imprese, grandi capitali, grandi sistemi paese è diventata sempre più conflittuale anche militarmente, dando luogo all’attuale situazione di guerra mondiale a episodi. Con il grande sviluppo degli altri grandi paesi indicati dall’acronimo BRICS, poi collegati a molti altri sempre esterni all’“Occidente“, è andata in crisi la dominanza di questo e, dentro questo, degli USA sul resto del mondo. Con la creazione di grandi reti di flussi di big data, capitali, merci, centrate sulla Cina e alternative a quelle occidentali, fino alla messa in discussione del dollaro come valuta di riferimento per gli scambi mondiali. 

In questo quadro la reazione dei potentati economici high tech e finanziari, radicati negli USA ma finora aperti alle dinamiche della globalizzazione li ha allineati alla chiusura dei capitali nazionali, impegnati sul territorio nordamericano, nei confronti di quelle dinamiche, soprattutto dei flussi di materie prime, merci e persone. E, conseguentemente, ad appoggiare Trump nella campagna elettorale e nell’avvio dell’attività di governo.

Il brutalismo di Trump e dei suoi sodali, a partire da Musk, è la risposta esasperata a questa crisi di egemonia in termini che portano a compimento il definitivo prevalere dell’economia (privata) sulla politica (pubblica), evidenziata dall’assunzione diretta della leadership politico-istituzionale da parte di miliardari. La cattiva novità sta  nell’esercizio della forza bruta rispetto ai sistemi di relazione fondati sul diritto e sulle buone regole della diplomazia, finora cornice formalmente equa e razionale dei rapporti tra Stati, imprese, persone.  Cornice ispirata ai “valori occidentali”, in realtà incompleta e spesso falsata dal prevalere degli interessi forti. Nella nuova fase Trump e i suoi vanno ad affermare immediatamente i propri interessi, come sistema USA e come singole grandi imprese, mossa dopo mossa, nella logica padronale del guadagno diretto. Lungo linee spesso già riconoscibili in passato, sotto il velo più o meno ipocrita dei predetti valori e regole, ma oggi affermate a colpi d’accetta. 

Come politica interna, l’accetta – o la motosega – cala sulle funzioni dello Stato, con l’obiettivo di azzerare la regolazione di tutte le attività economiche e di ridurre la spesa pubblica, quella sociale ma anche quella militare, per poter abbassare ancora di più le tasse. Affidando a un miliardario privato il compito di sfasciare lo Stato, violando leggi e principi costituzionali, aggredendo gli apparati pubblici, compromettendo lo Stato di diritto prima ancora che la democrazia. Ma di questo tratteremo in altra sede.

In politica estera si è scatenata innanzitutto la minaccia dell’aumento generalizzato dei dazi nei confronti degli altri paesi. Tuttavia questo tradizionale strumento protezionista, teso a tutelare i prodotti nazionali dalla concorrenza estera, in un mondo dove comunque le catene della produzione di valore sono fortemente interconnesse al dI là delle frontiere, crea seri problemi a tutta l’economia. Perciò Trump utilizza questa minaccia per premere sui singoli paesi, caso per caso, producendo un’altalena di messaggi contraddittori ed un’incertezza dei mercati che si ripercuote sulla Borsa.   In generale, la ripresa della dottrina Monroe sul controllo delle due Americhe porta alle singolari pretese di annessione del Canada e della Groenlandia, nonché di rioccupazione del canale di Panama. Alla base, rispetto al resto del mondo, emerge un mix tra l’antico isolazionismo, ovvero il rifiuto di intervenire dove non c’è un interesse diretto, e l’impegno nella partita globale, innanzitutto economica, contro il “competitor” cinese, il fronte dei BRICS, la concorrenza degli altri paesi occidentali.

Ciò spiega la posizione assunta sull’Ucraina. Per Trump la guerra finora è stata una partita dove gli USA come Stato hanno speso senza guadagnare, pur di mantenere attraverso la NATO l’egemonia sull’ Europa e riaffermarla verso la Russia. Ora, scaricata l’Europa vista come insieme di paesi concorrenti con gli USA, l’obiettivo è ristabilire un rapporto positivo con Putin, per staccarlo alla Cina e riprendere la ricerca di affari comuni, confessabili e non. Per l’industria militare USA, la cessazione delle forniture di armi all’Ucraina e dell’impegno a difesa dell’Europa verrebbe compensata dall’aumento della spesa militare dei paesi europei, impostogli come un must inevitabile per difendersi da Putin. Inoltre, a pace fatta, ci sarebbe il big business della ricostruzione, in concorrenza con gli europei. È emersa, infine, la partita dei minerali rari come corrispettivo dovuto dall’Ucraina per gli aiuti ricevuti finora dagli USA. Partita – come la ricostruzione – che interesserebbe in primo luogo le grandi imprese, minerarie e high tech.

In Medio oriente, va ricordata preliminarmente la forte connessIone tra le grandi concentrazioni di capitale finanziario radicate negli USA ed impegnate nell’area, che fonda da decenni il sostegno americano a Israele, con Israele che pone il proprio rafforzamento anche come proiezione degli interessi geostrategici di Washington. Su questo Trump investe ancora di più, fino all’identificazione della sua politica con lo sforzo del governo di Tel Aviv per edificare la “grande Israele” cancellando il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania. E il tentativo di rilancio del Patto di Abramo con le monarchie sunnite del Golfo, per l’accettazione della “grande Israele” da parte della maggioranza del mondo arabo e l’isolamento della posizione di resistenza dell’Iran e dei suoi alleati sciiti, oltre che delle organizzazioni palestinesi. Patto che serve sul piano globale ad agganciare le monarchie del Golfo, con le loro immense risorse finanziarie e petrolifere, al carro USA-Israele, staccando anche queste, come nell’intenzione trumpiana la Russia, dai BRICS. Aggancio reso assai difficile dall’opinione pubblica in tutti i paesi dell’Islam eppure ancora perseguito. Infine la ciliegia sulla torta: la proposta di realizzare a Gaza una gigantesca speculazione immobiliare passando dalle rovine al turismo di lusso, esplicitata dallo scandaloso video con Trump Towers, soldi dal cielo e statua d’oro del Grande Padrone.

Così si arriva alla forma degli interventi, allo stile – o alla mancanza di stile – della comunicazione, al modo di relazionarsi al di là delle regole della buona creanza. In realtà anche questa rivoluzione non dipende dalle caratteristiche negative del soggetto Trump, che pure pesano, ma è una scelta dell’intera squadra di governo. Non solo dei personaggi selezionati dal Presidente, ma anche di personalità come Musk o Vance, e della maggioranza dei repubblicani. È l’esibizione della leadership nei confronti dei sottoposti, o degli interlocutori deboli, come esercizio della forza bruta per realizzare i propri interessi mostrando di stare comunque dalla parte della ragione, come evidenziato dalla bastonatura in diretta TV dello sprovveduto Zelensky. È l’attacco violento in ogni sede pubblica con l’insulto, il sarcasmo, la minaccia all’avversario purché debole, riservando maggior cautela nei confronti dei soggetti forti, avversari o potenziali alleati.

Si incrociano qui le dinamiche in atto nella dimensione strutturale, obiettiva, degli interessi del grande capitale finanziario, high tech, industriale, con la rivoluzione nella dimensione soggettiva, culturale, della politica relazionale e comunicativa di Trump & Co. Con la crisi della globalizzazione i grandi capitali hanno necessità di spazio, territoriale, commerciale, virtuale, da conquistare anche con forzature ed aggressioni alla concorrenza di altri paesi ed altri capitali. Perciò, gli spiriti animali del capitalismo vengono liberati anche negli spazi finora preclusi dalle regole internazionali e nazionali a guardia degli interessi altrui, connettendosi con l’esasperazione dell’individualismo tradizionale USA, riproposto all’elettore medio dalla violenta narrazione trumpiana. L’aggressività prodotta dalle conseguenze economiche e sociali della crisi sulla propria vita, la propria famiglia, la propria impresa è stimolata e indirizzata nei confronti dei “nemici”, i migranti, i diversi, le élite, altri grandi paesi, la diplomazia, la burocrazia, le regole, indicati come responsabili della crisi stessa.

La violenza delle dichiarazioni e dei provvedimenti serve, così, a garantire il consenso della maggioranza del popolo americano verso la leadership politica che li produce, ma non solo. L’identificazione diretta dell’elettore col Capo, immediata perché emotiva, attraverso l’adesione alla aggressività di questo diventa condivisione più o meno consapevole degli spiriti animali del grande capitale, dei suoi interessi, delle sue pratiche. Questa riformulazione dell’individualismo aggressivo e padronale e la sua proiezione a livello di Paese con la formula del MAGA tiene insieme contadini e miliardari, analfabeti e intellettuali, gente di colore e bianchi. E lega personaggI diversi come Trump, Musk, Vance, come classe dirigente di questo fascismo del Terzo millennio.

Antonio Zucaro

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