Un Calvario lungo trent’anni (II)

di Andrea
Amato

(Capitolo II) qui potete trovare la prima parte

La difficile gestione unipolare del dopoguerra del Golfo

di Andrea Amato – La vittoria di Bush padre in Iraq rafforzò indubbiamente l’euforia “unipolare” degli americani, la sensazione di poter imprimere ai destini del mondo qualunque direzione essi avessero voluto. Ma quella sensazione non durò molto. Già negli ultimi mesi della sua presidenza, lo stesso Bush non parlava più di modellare un “Nuovo Ordine Mondiale”, il suo cavallo di battaglia a partire dall’agosto 19901 .

Gli Stati Uniti dovettero confrontarsi con la necessità di far fronte ai danni provocati dalla Guerra del Golfo e dalla fine del blocco sovietico in tutta l’area oggetto del nostro interesse (WANA). Risposte puntuali2, autodirette e non sempre commendevoli, a una realtà puntiforme di crisi e di conflitti, presero il posto di un grande disegno strategico che avrebbe però comportato, da un lato, la rinuncia a qualche privilegio economico, dall’altra, una coraggiosa alleanza con Gorbaciov3. Coraggio che gli Stati Uniti non ebbero.

In effetti, ci si trovava davanti a un “nuovo disordine”, fatto dell’esplosione di nuove crisi e del riaccendersi di vecchi conflitti. Certo, niente di paragonabile ai conflitti che oggi caratterizzano la situazione ormai tragica di questa regione del mondo, ma di cui quelle sono in gran parte le origini e i prodromi.

In primo luogo per quanto riguarda lo stesso Iraq. I paesi arabi e la Turchia avevano avuto un certo peso nella decisione di Bush di non entrare in Baghdad. L’eventuale dissoluzione dell’Iraq, avrebbe rappresentato rischi per tutti. La costituzione di uno stato curdo al nord non sarebbe stata apprezzata dalla Turchia, mentre un’entità sciita faceva paventare il pericolo iraniano. Ciononostante, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, bisognava fare qualcosa per proteggere curdi e sciiti da nuove persecuzioni da parte di Saddam. Così il vincitore americano impone due no fly zones, al nord e al sud del paese. Ma queste non impediscono a Saddam di reprimere nel sangue le ribellioni curde e sciite avvenute lungo tutti gli anni ’90. Tutto ciò nell’assoluta indifferenza dell’Occidente. In fin dei conti, Saddam fa comodo agli Stati Uniti; evita una sparizione dell’Iraq tutta a favore dell’Iran. E poi impedisce una sua democratizzazione che sarebbe un esempio pericoloso per i vicini arabi e per gli interessi americani.

Non sono solo le popolazioni curde e sciite a subire le conseguenze nefaste della Guerra del Golfo ma tutto il popolo dell’Iraq affamato dalle sanzioni imposte al paese. Bisognerà attendere il 1996 perché l’embargo venga attenuato dal programma delle Nazioni Unite Oil for food (approvato obtorto collo dagli Stati Uniti) che permetterà all’Iraq di vendere petrolio in cambio di cibo e medicine per alleviare le sofferenze del popolo iracheno.

Un altro paese vittima delle conseguenze della Guerra del Golfo è il Libano. Uscito in rovina da una guerra civile4 durata 15 anni (dal 1975 al 1990), questo paese continua a non avere pace. Gli Stati Uniti debbono ricompensare la Siria per la partecipazione alla Coalizione contro l’Iraq, e favoriscono la sua occupazione militare del Libano, azzerando il tentativo di affrancamento, appena iniziato dal generale Michel Aoun, costretto all’esilio. Il “protettorato” siriano si protrarrà sino al 2005, sovrintendendo alla ricostruzione del paese, realizzata dal Primo Ministro Rafiq Hariri.

Per i primi dieci anni la presenza siriana si estende a tutto il paese ad eccezione della regione del Libano del Sud. Questa è occupata, dal 1982, da Israele che vi rimane sino al 2000, non senza averla prima bombardata ben due volte: nel 1993 (“Operazione Responsabilità) e nel 1996 (“Operazione Uva dell’ira). Naturalmente con il benevolo consenso degli Stati Uniti. Anche Israele deve essere ricompensata, non per aver partecipato alla Guerra del Golfo ma per la sua assenza dalla Coalizione, dalla quale era stata tenuta lontana per garantire le presenze arabe. Ciò doveva servire anche a fargli riconquistare il prestigio a livello regionale che la Guerra del Golfo aveva offuscato.

Il disordine si estende anche di là della zona centrale del Medio Oriente; per esempio nel Maghreb, dove, le conseguenze della Guerra del Golfo si sommano a cause derivanti direttamente dalla dissoluzione del blocco sovietico. Infatti, da un lato, la frustrazione per la sconfitta ha rafforzato la contestazione islamista, dall’altro, il ritorno dei Mujaheddin Afghani ha ingrossato le fila delle organizzazioni dell’islamismo radicale. L’Algeria è il paese dove il fenomeno è più eclatante, perché, contrariamente alla Tunisia dove le elites integraliste vengono, senza mezzi termini, imprigionate, lì, essendo fallito nel 1991 il tentativo di normalizzazione dell’islamismo politico, con la partecipazione del FIS alle elezioni, prende avvio un conflitto interno (impropriamente chiamato guerra civile)5 che durerà un intero decennio.

Non si può quindi che concordare con quanto affermava George Corm nel 2007: “La scomparsa dell’URSS nel 1989-1990 non ha affatto facilitato il ritorno del Medio Oriente alla stabilità. I regimi arabi clienti dell’Unione Sovietica o vicini a essa (Siria, Libia, Iraq) sopravvivranno alla sua scomparsa. E, contrariamente a ciò che affermano gli Stati Uniti e molti commentatori occidentali, la scomparsa del gigante sovietico non porta con sé quella dei roventi problemi del Medio Oriente, tutti generati dallo smembramento dell’Impero Ottomano, dalle ambizioni petroliere delle potenze occidentali e dall’occupazione da parte di Israele dei territori non solo in Cisgiordania e Gaza ma anche in Siria e Libano”6.

I limiti e il declino del soft power di Bill Clinton

Fin dall’inizio del suo mandato presidenziale nel 1993, Bill Clinton fa capire chiaramente che, da un lato, avrebbe privilegiato le questioni interne, dall’altro avrebbe dato alla sua politica estera una curvatura opposta a quella del suo predecessore. Non più interventi militari diretti, ma esercizio della leadership americana con gli strumenti del multilateralismo. Ciò non significava un’assenza o una fuga dalla regione del West Asia e Nord Africa ma piuttosto l’assunzione di un ruolo di facilitatore di accordi. In realtà in nessun caso questo ha prodotto risultati duraturi tali da eliminare i conflitti.

Il caso più importante è quello degli Accordi di Oslo del 1993, che avrebbero dovuto gettare le basi per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Dopo la storica stretta di mano tra Arafat e Rabin, benedetta da Bill Clinton sul prato di Camp David, l’attuazione degli Accordi prende l’impervia strada d’interminabili negoziati sullo statuto di Gerusalemme Est e sul diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. E mentre si realizza una ripartizione dei Territori Occupati in tre zone, ripartizione che non garantisce la piena autonomia palestinese, lo stesso Rabin7 promuove una massiccia espansione degli insediamenti di coloni nei Territori, attuando un piano predisposto dal suo predecessore Sharon. Da lì inizia la deriva che riaccende il conflitto. Dagli attentati palestinesi causati dall’incremento degli insediamenti, alla passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee, al conseguente scoppio della Seconda Intifada, alle risposte militari israeliane e al muro, all’apartheid e agli eccidi di palestinesi dei giorni nostri. Ci vollero anni perché si capisse che l’insuccesso di Oslo era già scritto negli Accordi e soprattutto in ciò che non c’era scritto. Ma nonostante la sua fallacità, l’operazione di Oslo era riuscita ad accreditare la leadership etica degli Stati Uniti.

Un altro caso è quello del Nagorno-Karabakh, regione caucasica contesa da Armenia e Azerbaijan. Dopo il primo conflitto armato scoppiato nel 1992 tra questi due stati appena diventati indipendenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’OSCE8 costituisce un organismo di mediazione, il Gruppo di Minsk, composto da 13 paesi e co-presieduto da Stati Uniti, Francia e Russia, il quale perviene ad un accordo per il cessate il fuoco nel 1994. Il conflitto è stato temporaneamente congelato, ma da allora vari scontri si sono susseguiti; l’ultimo è del 2016 e il Gruppo di Minsk è ancora in funzione. Nonostante l’inanità di questo sforzo di pacificazione che li vede ufficialmente coinvolti, gli Stati Uniti sono ben presenti nel Caucaso Meridionale, con un uso accorto dei loro aiuti finanziari a tutte e tre le Repubbliche Caucasiche (Georgia, Armenia e Azerbaijan), sì da tutelare i propri interessi in un’area tra le più dotate di risorse di idrocarburi.

Nonostante tenesse a presentarsi al mondo con il profilo del mediatore, Clinton smentì più volte questa rappresentazione, ricorrendo all’intervento militare americano, seppure sotto l’insegna della NATO. Il primo fu quello in Somalia nel 1993, con l’invio di un contingente speciale con lo scopo di catturare Aidid, il “signore della guerra” che aveva attaccato ripetutamente le forze ONU. Operazione che si concluse con un imbarazzante insuccesso, costato la vita di 18 soldati statunitensi.

L’anno dopo intervenne in Haiti per riportare al potere il presidente Aristide, spodestato da un colpo di stato. Nella guerra nei Balcani intervenne due volte per mezzo della NATO: nel 1995 in Bosnia (dopo il massacro di Sebrenica) e nel 1999 bombardando la Serbia e devastando Belgrado. Infine, per rappresaglia nei confronti di Al Qaida che aveva rivendicato gli attentati del World Trade Center di New York del 1993 e quelli delle Ambasciate americane in Kenia e Tanzania, del 1998, Clinton ordinò il bombardamento di basi di Al Qaida in Afghanistan e in Sudan.

(continua)

  1. Discorso pronunciato il 2 agosto 1990 da George H. W. Bush all’Aspen Institute, in presenza di Margaret Tatcher.[]
  2. Talvolta si trattava anche di non risposte, come nel caso della dissoluzione della Iugoslavia, vicenda dalla quale gli Stati Uniti si tennero sostanzialmente in disparte, fino alle sue fasi finali. Ma anche questa era una conseguenza della Guerra del Golfo; sebbene questa fosse andata bene, l’opinione pubblica americana non avrebbe gradito un’altra avventura militare.[]
  3. In realtà erano state proprio le aperture di Gorbaciov a favorire le ambizioni geostrategiche di Bush.[]
  4. È stata chiamata anche “Guerra civile per procura”, innanzi tutto perché accanto agli attori libanesi, contrapposti su basi confessionali (cristiani contro musulmani), sono intervenuti direttamente la Siria e l’OLP, da un lato, e Israele, dall’altro. Per questo quella de Libano è stata definita sia “guerra imperialistica siriana” sia “spostamento in Libano del conflitto arabo-israeliano. Ma guerra per procura anche perché dietro le componenti libanesi e i loro fiancheggiatori espliciti, vi sono i grandi burattinai che tirano le fila da lontano, e cioè: Stati Uniti e Francia, da un lato, e Russia e Iran dall’altro.[]
  5. Quella degli jihadisti algerini, in effetti, non è solo guerra contro lo Stato ma anche contro la società civile.[]
  6. George Corm, Histoire du Moyen Orient. De l’Antiquité à nos jours. La Decouverte, Paris, 2007.[]
  7. Itzhak Rabin fu assassinato nel 1995.[]
  8. Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, riunisce tutti i paesi europei più Stati Uniti e Canada insieme a quelli dell’ex URSS.[]
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