editoriali

Tifosi di chi?

di Franco
Ferrari

Le elezioni politiche ungheresi si sono concluse con la sconfitta di Orban e la vittoria di un politico che fino a non molto tempo fa stava nel suo stesso partito e ne condivideva, e ancora condivide, molte delle idee. Ci saranno sicuramente dei cambiamenti, ma quali e quanti e in che direzione avverranno è ancora difficile prevedere.
Ma non mi pongo l’obbiettivo di analizzare nel dettaglio questo evento politico, sul quale altri intervengono nel numero di Transform! di questa settimana, bensì di affrontarlo da un punto di vista diverso. Il risultato ha aperto l’ennesimo dibattito sui social, in particolare tra coloro che si collocano a sinistra (e a volte anche a sinistra della sinistra) su quale atteggiamento assumere di fronte alla svolta ungherese. Intristirsi per la sconfitta di Orban? Festeggiare per la vittoria dell’oppositore? Rallegrarsi ma non troppo, perché in fondo il subentrante non è così diverso dall’uscente?
Naturalmente queste diverse valutazioni sono influenzate soprattutto dalla politica estera di Orban che, almeno nell’ultima fase, si è opposto ad alcune decisioni dell’Unione Europea di sostegno economico e militare all’Ucraina. Tutta la sua campagna elettorale è stata impostata sulla difesa della “pace”. Sul pacifismo di Orban, acceso sostenitore di Israele e delle politiche anti-palestinesi, non ci si dovrebbe fare troppo conto. Molto spesso il suo gioco, più che da un reale desiderio di contribuire ad una soluzione pacifica del conflitto, è stato ispirato da opportunismo e dalla speranza di ricavare benefici sia dall’Europa che dalla Russia per mantenere in piedi il suo sistema di potere. Come succede a tutti gli incantatori di serpenti prima o poi il gioco smette di funzionare.
Una parte di coloro che più o meno apertamente parteggiavano per Orban erano anche stati sostenitori più o meno dichiarati di Trump nelle elezioni statunitensi. L’attesa era che, come auspicava una parte importante del suo elettorato e del movimento MAGA, scegliesse di non impegnarsi in nuove guerre. Erano i democratici, espressione del fantomatico “Deep State” (formula di derivazione cospirazionista), ad essere i protagonisti di tutte le guerre ed il vero pericolo per il mondo. Ora dopo il Venezuela, l’Iran e le minacce a Cuba, difficile sostenere che Trump fosse il portatore di pace. Non è nemmeno riuscito a risolvere l’unico conflitto nel quale si era proposto realmente in quella funzione, ovvero l’Ucraina.
Anche su Trump, come su Orban, il dibattito nei social, che per loro natura tendono a polarizzare e semplificare, si è diviso. Un terzo esempio è quello sull’Iran. Non sorprende troppo che una parte di coloro che sono per la difesa integrale dell’Iran, in quanto baluardo antimperialista, rifiutando ogni critica del sistema interno, siano gli stessi che guardavano con speranzosa simpatia al Presidente degli Stati Uniti.

In questa fase complessa delle dinamiche sociali, politiche, economiche ed ideologiche gli schemi binari e manichei non funzionano. Tutti i tentativi di riprodurre lo schema bipolare della guerra fredda si dimostra inconsistente sul piano analitico e spesso produttore di posizioni politiche regressive. Lo stesso rischio corrono naturalmente anche quelli che applicano la stessa logica bipolare a parti inverse. L’entusiasmo smodato per l’elezione di Magyar dimentica che ci può essere un illiberalismo anti-europeista, tanto quanto un illiberalismo filo-europeista.
Dobbiamo considerare il cambiamento profondo che è intercorso nella storia europea e globale tra la seconda metà dell’800 e i primi due decenni del nuovo millennio. Con la nascita del movimento operaio e con esso dei movimenti anticapitalistici (anarchici, socialisti, comunisti) il mondo si è andato polarizzandosi attorno a due visioni di società: capitalismo contro socialismo.

Nessuno dei due campi è mai stato omogeneo. Soprattutto lo stesso capitalismo, sistema dominante dal punto di vista economico, si è articolato in capitalismo liberale e capitalismo reazionario. Entrambe le forme socio-politiche del capitalismo hanno reagito e interagito con il nemico esterno: il movimento operaio e i movimenti di liberazione ed emancipazione ad esso collegati.
Il capitalismo liberale ha dovuto accettare di democratizzarsi, rafforzando il lato del consenso nel processo di affermazione della propria egemonia. Il capitalismo reazionario ha puntato invece sul lato del dominio (senza del tutto abbandonare il terreno del consenso) e quindi della violenza e della repressione.
Il movimento operaio e socialista si è posto nel tempo il tema della costruzione di alleanze e interazioni, privilegiando evidentemente il capitalismo liberale, se non altro per una ragione di fondo, che questo offriva più spazi all’organizzazione della propria soggettività politica, sindacale, culturale ecc.
Il crollo del blocco socialista ha indebolito tutta la sinistra e questo si è aggiunto alla frammentazione della soggettività sociale (la classe, il movimento operaio) legata ai mutamenti tecnologici e organizzativi del capitalismo. Contrariamente alle illusioni che si sono fatti socialdemocratici e settori di estrema sinistra (ad esempio i trotskisti, molti “antitogliattiani” in Italia) la caduta della componente comunista non ha affatto aperto loro la via del successo.

Solo per una breve fase, il capitalismo liberale si è pensato come definitivamente trionfante (“la fine della storia”) e la socialdemocrazia ha ritenuto di potersi avvalere di questa onda per affermarsi come il suo miglior gestore (la “terza via” blairiana). Una parte della sinistra di derivazione comunista ha cercato di mantenere in vita la logica bipolare affidandosi alle contraddizioni interne al capitalismo globalizzato. Questo ha prodotto a volte il passaggio dal “campismo socialista” (politicamente sbagliato ma comunque interno al campo “progressivo”) ad un “campismo reazionario”.
La sinistra, largamente intesa, si è trovata ad essere largamente subalterna subendo un doppio effetto negativo. Le tendenze moderate si sono sempre più adattate al paradigma liberista, quelle radicali hanno subito la disarticolazione di un’alternativa statuale al capitalismo. La Cina, esprime elementi di alternativa, ma il suo socialismo non è presentato con i caratteri di una proposta universalista, come nonostante tutto facevano i sovietici, quanto una soluzione cinese a problemi cinesi. Con un approccio globale che è, come ho scritto in un’altra occasione, westfaliano (gli Stati nazionali sono interamente sovrani sul proprio territorio), ma in una certa misura anche “huntingtoniano” (esiste una civiltà cinese millenaria che è in corso di “ringionvanimento”).
Ci sono stati, in questi trent’anni e più, seguiti alla fine dell’Unione Sovietica, tentativi di aprire nuove strade e trovare nuove prospettive ideologiche. È il caso del Venezuela (fino ad un certo momento della sua vicenda politica) e di altre esperienze latinoamericane e di qualche tentativo europeo, in parte ispirato dalle teorizzazioni latinoamericane sul populismo di sinistra. È sembrato anche che la nuova soggettività alternativa potesse essere non-statuale come il caso del movimento contro la guerra (“seconda potenza mondiale”) o l’altermondialismo dei primi anni 2.000. C’è stato anche chi ha teorizzato una nuova ipotesi di trasformazione sociale partendo dall’esperienza zapatista (“fare la rivoluzione senza prendere il potere”).
Tutti tentativi che offrono esperienze importanti ma nessuno finora si è rivelato come decisamente vincente.

Lo scenario mondiale, come quello interno di molti paesi, è attraversato largamente da contraddizioni interne al mondo capitalista. Essendo il capitalismo sistema dinamico e quindi permanente soggetto a produrre crisi più o meno profonde, si sono determinate delle crisi di egemonia delle classi dominanti in larga parte sostenitrici dell’idea del capitalismo liberale.
Il capitalismo liberale si è trasformato in liberista, la crisi di egemonia, in presenza della crisi del soggetto politico e sociale anticapitalista, si è giocata in larga parte all’interno del capitalismo. Sotto la duplice spinta di due fattori essenziali, la tendenza oligarchica prodotta dal neoliberalismo e il permanere della crisi del campo socialista e anticapitalista, si è determinata l’ascesa di una destra reazionaria ed aggressiva.
Questa ha assunto la forma dell’islamismo politico in Medio Oriente (che ha colto l’opportunità della crisi del nazionalismo arabo di ispirazione socialista), della destra xenofoba in molti paesi europei e asiatici, del fondamentalismo religioso evangelico in USA e da altre parti, del suprematismo ebraico in Israele.
Il rapporto tra capitalismo liberale e capitalismo reazionario ha in gran parte occupato la scena con un processo che è in parte di scontro e in parte di collaborazione. Ad esempio Israele sta svolgendo un ruolo primario nel rafforzare le tendenze xenofobe e suprematiste in molti paesi.

La guerra come “nuova normalità” e l’autoritarismo come tendenza di fondo globale sono l’esito prevalente, ma per fortuna non privo di controtendenze, della situazione attuale. Chi separa nell’analisi (per dirla molto schematicamente) guerra e fascismo, avrà sia la guerra, sia il fascismo. In questo la vicenda Trump insegna.
La sinistra, nelle sue varie anime, deve sottrarsi alla tentazione di diventare subalterna ai due poli, del capitalismo liberale e del capitalismo reazionario e provare a ricostruire una propria soggettività e una propria visione di società. Per sottrarsi al destino di diventare ininfluenti tifosi (prevalentemente sui social) delle azioni altrui.
Ma questa ricostruzione di una soggettività globale anticapitalista non può che avvenire a due condizioni. Considerare che nessuna tendenza politica o ideologica della sinistra è autosufficiente e quindi dall’angolo si esce tutti insieme (anche se questo non annulla il dibattito e il confronto interno anche polemico o la conflittualità politica) e che non si possono annullare le differenze esistenti tra i vari settori del campo capitalistico. Soprattutto per quanto riguarda la distinzione tra quei poteri, pur capitalistici che lasciano possibilità di autorganizzazione e di azione conflittuale e quelli che invece queste possibilità le negano. Di questo errore si finisce sempre per il pagare il conto, in genere salato. E questo impone il tema dell’articolazione delle alleanze.

Comunque, con tutte le complicazioni della situazione, è sempre meglio essere tifosi di noi stessi.

Franco Ferrari

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