intersezioni femministe

The beast in me

di P. Guazzo,
N. Pirotta

 “Scriviamo qualcosa insieme sulla serie?” la domanda. “Perchè no, ci stavo pensando anch’io” la risposta.
In effetti la serie The Beast in me, una delle migliori novità Netflix di quest’anno, è un intreccio fra aspetti psicologi, sociali e politici, colmo di colpi di scena inaspettati che coinvolgono fin dalle prime scene dei suoi otto episodi e dimostrano che anche una serie televisiva può far da stimolo a riflessioni non banali su noi stess3 e sulla realtà che ci circonda.
Tutto ciò ci è sembrato fortemente cool e in sintonia con le scelte redazionali di “Intersezioni femministe”.
I protagonisti della serie, interpretati da Claire Danes e Matthew Rhys, sono una scrittrice lesbica di mezza età ancora profondamente scossa dalla morte del figlioletto avvenuta 4 anni prima e dal divorzio che ne è seguito e un miliardario maschio alfa – uno psicotico alla Musk e al contempo alla Trump – che si muovono fra i sobborghi ricchi e il centro di New York dove vanno in scena intrighi politici, violenze, corruzione con sfondo storico anche sulla Corte Suprema e uno attuale sulle lotte contro la speculazione immobiliare e per il diritto la casa.
L’ intensa relazione fra i due, fondata sul fatto che lei gli propone di scrivere un libro su di lui che lo possa rappresentare senza filtri, si dipana fra attrazione psicologica, paura, sospetti, ossessioni che non smettono mai di coinvolgere lo spettatore e rendono la serie uno psyco-thriller noir notevole e denso. Giustizia e vendetta si confondono mentre i due protagonisti si sfidano in un duello psicologico mozzafiato, gettato sugli abissi più profondi e indicibili dell’umano essere.
I lati più oscuri della natura umana, la bestia che è in noi appunto, vengono lucidamente indagati senza fare sconti, scadere nel banale o nel sensazionale.
Si scava nel disagio interiore, nella tensione emotiva, nell’istinto di morte che è in tuttə noi. Un istinto che, per inciso, in questi tempi feroci che ci tocca vivere, sembra essere particolarmente diffuso. Così come il bisogno di costruire il nemico perché come sostiene la protagonista in un passaggio del libro che sta scrivendo, “se non avessimo e non alimentassimo avversari e nemici saremmo costretti a fare i conti con gli aspetti più crudeli, violenti e contraddittori di noi stessə”.
Molto interessante e non scontato il modo con cui si affronta il rapporto tra una donna emancipata, anche sessualmente, e le “astuzie della ragione” del cosiddetto maschio alfa, il dominatore economico. Un teatro stucchevole e ripetitivo ma sempre attuale. Non solo Epstein e metoo, la scena è percorsa di abusi psicofisici molto articolati.
In un perverso gioco ad alta e reciproca capacità manipolatoria la protagonista tiene molto bene testa al miliardario. La nevrosi femminile sa essere produttiva, pur passando da un rischio di involuzione all’Alice Weidel – leader del partito di estrema destra tedesco –, quella patriarcale risulta qui essere solo distruttiva.
Non è da ritenersi secondaria la figura del padre del miliardario, che, rimasto orfano con un fratello più piccolo, si è fatto da sé (ci ricorda qualcuno?) anche accettando, come dice il figlio, di “spalare merda in una fattoria prima di andare a scuola” quando è stato necessario. La trinità padre, figlio, zio è un concentrato di testosterone giocato nella logica machista secondo la quale non può che vincere il più forte o meglio il più spietato. Narrazioni di patriarco-capitalismo si intrecciano su vari e disperanti piani.
Un serie ben recitata e ben diretta, grazie anche all’ottima la scelta dei volti: quello di Matthew Rhys ha un che di qualche personaggio di Pasolini in Salò, mentre Claire Danes incanta con espressioni del viso che parlano e con un modo superlativo di far vibrare il volto.
Vale la pena di essere vista perché dannatamente seduttiva nell’obbligarci a riflettere su cosa significhi e su cosa possa renderci mostruosi. Forse un intero sistema di vita? 

Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta

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