intersezioni femministe

Al di sopra dell’odio e del massacro

di P. Guazzo,
N. Pirotta

Un libro quanto mai attuale di Francesca Lacaita e Maria Grazia Suriano.
Intervista a Francesca Lacaita

Viviamo un tempo nel quale sembra che una delle frontiere del capitalismo, specie in Occidente, sia un prepotente riarmo, una forte escalation militare, con tutta l’enfasi sulle forze armate che porta con sé, e il ricorso alla guerra come unico mezzo di soluzione dei conflitti.
Tutto ciò all’interno di un contesto nel quale, non a caso, la democrazia, anche formale, sembra essere un orpello e il diritto internazionale un fastidio del quale liberarsi.
Enti come l’ACLED, un’organizzazione indipendente specializzata nella collezione di dati, analisi e mappature dei conflitti nel mondo, testimoniano che attualmente sono in corso 56 conflitti – il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale – nei quali sono coinvolti, più o meno direttamente, 92 Paesi, Italia compresa.
In particolare giova ricordare il genocidio in atto in Palestina l’ultima tragica fase di un’occupazione coloniale che dura da oltre 70 anni e la guerra in Ucraina, scatenata dall’invasione russa e alimentata, a ovest come a est, da ragioni economiche e di potere.
Sembra dunque che la violenza abbia preso il sopravvento sulla possibilità di dialogo indebolendo una cultura di pace che sembrava ormai radicata nelle coscienze collettive.

C’è da dire che, anche in Italia, le grandi manifestazioni a favore della Palestina e, in particolare, la grandissima partecipazione alla Marcia Perugia-Assisi consentono di aprire qualche spiraglio di speranza.
Per questo abbiamo pensato utile intervistare, per la rubrica  “intersezioni femministe”, Francesca Lacaita, che insieme a Maria Grazia Suriano, è autrice del libro Al di sopra dell’odio e del massacro, edizioni Biblion, 2025.
Il volume ricorda le idee e le pratiche di pace che furono elaborate dal femminismo pacifista durante e subito dopo la prima guerra mondiale. In particolare viene citata una proposta radicale e dimenticata: la mediazione continua, formulata nel 1915 dalla studiosa nordamericana Julia Grace Wales e sostenuta dal movimento femminista pacifista riunito al Congresso internazionale delle donne all’Aja.
Le autrici del libro hanno tradotto testi originali e saggi di approfondimento storico e politico per sostenere una visione del mondo che mette al centro la vita e la cura delle persone, l’importanza della diplomazia dal basso e il rifiuto della guerra come strumento di soluzione dei conflitti.
Un libro denso di spunti per riflettere e per agire, la cui lettura vivamente consigliamo.
Ci piace ricordare  che con Francesca Lacaita condividiamo  il lavoro di redazione della rivista online di transform!Italia.

Le curatrici della rubrica

Qual è stata l’idea di fondo che vi ha indotto a scrivere Al di sopra dell’odio e del massacro? E quanto ha inciso sulla vostra scelta il contesto di guerra e di violenze nel quale siamo immerse?
Ha inciso moltissimo. Abbiamo scritto questo libro proprio per reagire all’accettazione generalizzata e alla banalizzazione della guerra, che sembrava diffondersi nelle nostre società dopo l’aggressione russa all’Ucraina il 24 febbraio 2022, e che non risparmiava nemmeno alcuni settori del femminismo. E pensare che il filone pacifista aveva sempre avuto un ruolo importante, ancorché minoritario, nei vari momenti del movimento femminista, e ora quell’eredità pareva (e pare) dimenticata anche nelle rievocazioni del femminismo delle varie ondate.
Quanto si sa ad esempio dello stesso Congresso internazionale delle donne tenutosi all’Aja nella primavera del 1915, in piena guerra mondiale? Oltre mille donne provenienti da Paesi neutrali e belligeranti di ambo le parti, che non avevano nemmeno il diritto di voto, si riunirono nella capitale olandese per fermare la guerra, fare proposte concrete e politiche per prevenire future guerre e, naturalmente, ribadire la rivendicazione dei pieni diritti civili e politici per riappropriarsi così della politica estera, oltre che di quella nazionale, da donne.
L’assenza di memoria storica è deleteria, non solo fa sempre ripartire da zero, ma dà corpo e conferisce verità ai più vieti luoghi comuni dell’ideologia dominante – come quello che è futile opporsi alle guerre o che “si devono vincere le guerre giuste per avere la pace”.
C’è poi da aggiungere che paradossalmente, mentre da decenni si identifica la pace con il “femminile” (cosa non sempre o del tutto vera), le memorie storiche del pacifismo sono prevalentemente declinate al maschile.
Proviamo a chiedere chi siano i grandi “maestri di pace”: dopo quanti nomi maschili si giunge al primo nome femminile, se pure?
In quanto socia della WILPF (Women’s International League for Peace and Freedom, l’organizzazione sorta dal Congresso dell’Aja), sapevo ovviamente di questo congresso, ma la lettura del pamphlet di Julia Grace Wales sulla mediazione continua (una proposta che fu accolta e adottata dal Congresso dell’Aja), nella primavera del 2023, è stata come una rivelazione.
Bisognava assolutamente farlo conoscere!
Maria Grazia Suriano aveva scritto la tesi di dottorato sulla WILPF dalle origini alla seconda guerra mondiale, e poi tante pubblicazioni su questi temi. Ci siamo ritrovate l’8 giugno 2023 alla presentazione di un libro a cui avevamo contribuito entrambe, e da lì è partita l’idea di «restituire visibilità al contributo teorico delle donne nel contesto delle riflessioni sulla guerra, la pace e la costruzione di relazioni internazionali positive», come scriviamo nell’introduzione. Un contributo che ha al centro il dialogo, la cura, la salvaguardia delle vite.

Come avete impostato e gestito il lavoro di ricerca storica e politica? Avete incontrato difficoltà a reperire testi e documenti?
In realtà no: i documenti che abbiamo tradotto sono facilmente reperibili in Internet; e poi entrambe avevamo raccolto testi e documenti nel corso degli anni. Quello che ci proponevamo era portare a conoscenza eventi, nomi e tematiche al di fuori dei ristretti ambienti accademici che li hanno studiati. Inizialmente volevamo concentrarci sul testo di Julia Grace Wales sulla mediazione continua, introdurlo e commentarlo, e tutt’al più includere il Congresso dell’Aja. Poi, come sempre accade in questi casi, il discorso si è allargato e abbiamo deciso di considerare l’intero periodo attorno alla prima guerra mondiale, comprendendo quindi il Congresso dell’Aja e il Congresso di Zurigo del 1919, che diede all’organizzazione il nome attuale di WILPF. Si tratta di un congresso molto importante perché da un lato approfondisce le tematiche trattate al Congresso dell’Aja, dall’altro le ripropone in un contesto nuovo, dopo la firma dell’armistizio, in cui l’urgenza è costruire un assetto che prevenga guerre future – e un ruolo centrale ha ovviamente il perseguimento della giustizia sociale. Quindi, oltre al pamphlet di Wales, abbiamo tradotto le risoluzioni dei congressi dell’Aja e di Zurigo. E abbiamo scritto, insieme o separatamente, quattro capitoli in cui indaghiamo vari aspetti del femminismo pacifista del tempo.

Quali sono a tuo avviso le idee e le pratiche di pace elaborate dal femminismo pacifista dei primi del ’900 che potrebbero essere ancora attuali, praticabili e capaci di creare consenso?
In realtà tanto del patrimonio pacifista di oggi si può ricondurre alle donne che organizzarono i congressi dell’Aja e di Zurigo! Per esempio, l’idea, elaborata da Johann Galtung, che non basta una pace solo “negativa”, intesa come assenza di guerra, e che occorre attivarsi per creare le condizioni per una pace “positiva”, basata sulla relazione, l’integrazione, la cooperazione, la giustizia, viene anticipata da queste donne, così come le loro proposte anticipano ciò che noi oggi intendiamo come “Costituzione della Terra”, di cui parla Luigi Ferrajoli. Allo stesso modo, loro consideravano la pace come il punto di partenza, un bene da preservare con cura, non il punto di arrivo, “dopo la vittoria” – e questo approccio anticipa quello avanzato ultimamente da Tommaso Greco in Critica della ragione bellica (Laterza).
Se invece intendiamo cosa varrebbe la pena riprendere da loro, che è stato dimenticato, risponderei senz’altro come prima cosa la mediazione. Mediazione intesa come ascolto e opera quotidiana e paziente di avvicinamento, come la intendeva Julia Grace Wales nel suo pamphlet.
Invece la mediazione viene oggi spesso articolata in termini che prevedono e anticipano il suo fallimento, per poter sostenere che sono le guerre “giuste” a essere risolutive.
A livello di pratiche, una pratica che probabilmente ha contribuito molto alla riuscita – non scontata – del Congresso dell’Aja in piena guerra mondiale è stata quella di rifiutarsi programmaticamente di discutere delle responsabilità dello scatenamento della guerra, e di concentrarsi invece sulla sua conclusione e sulla prevenzione delle guerre future: se la si riscoprisse, quante energie positive si libererebbero, anche e soprattutto nella società civile?
Sarebbe poi necessario rilanciare il doppio principio del ripudio del diritto di conquista e dell’affermazione dell’autodeterminazione dei popoli – un doppio principio che sembra ora sostanzialmente dimenticato. Ancora una volta, è l’assenza di memoria storica a renderci più vulnerabili; è quindi fondamentale recuperare l’eredità del femminismo pacifista, che ambiva a cambiare la politica dal punto di vista di chi la guerra l’aveva sempre subita.

Perché a tuo avviso, stenta a manifestarsi un movimento pacifista, internazionale e organizzato, come fu quello dei primi anni del 2000? Anche a te sembra però che qualcosa si stia muovendo in tal senso?
Certamente qualcosa si sta muovendo, soprattutto dopo che il genocidio in Palestina e l’ignavia, o la complicità, dell’Occidente hanno infranto per sempre l’autopercezione di quest’ultimo quale paladino e garante del diritto internazionale, dei diritti umani, della stessa “civiltà”.
Al tempo stesso, rispetto ai primi anni 2000, c’è una più netta divisione in blocchi; questo rende le opinioni dominanti meno articolate (pensiamo al contrario al ruolo che ebbe l’opposizione di Francia e Germania alla guerra in Iraq nell’incoraggiare e promuovere le manifestazioni di piazza; oggi siamo tutti la “nuova Europa” di Rumsfeld), isola gli oppositori, li fa sentire più deboli, meno capaci di incidere e contare. Poi, per quanto riguarda l’organizzazione, dobbiamo ancora metabolizzare le conseguenze dell’avvento dei social network, che prometteva molto in termini di diffusione del messaggio e di coinvolgimento di massa, ma che ha in realtà parecchio complicato le cose.

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