intersezioni femministe

Soffiano venti di guerra ormai impetuosi

di P. Guazzo,
N. Pirotta

Il presidente del comitato militare della NATO, l’italiano Giuseppe Cavo Dragone, ha dichiarato in un’intervista al Financial Times che sarebbe tempo per l’alleanza atlantica di adottare un atteggiamento più aggressivo e deciso nei confronti della Russia.
L’italico ministro della difesa propone una leva volontaria, anticamera di quella obbligatoria, perché c’è bisogno di persone disposte a difendere la civiltà che abbiamo costruito, quella occidentale of course, anche impugnando le armi Del resto non fu Scurati, in un articolo pubblicato su Repubblica qualche mese fa, a domandarsi dove fossero finiti “i guerrieri dell’Europa”?
Il fascino discreto della guerra sa come promuovere afflati bipartisan, basta osservare come votano le differenti forze politiche a livello europeo quando si tratta di riarmo.
In tanto a Gaza il genocidio, ad opera del governo Netanyahu con la complicità di quasi tutto l’Occidente, continua imperturbabile, nonostante la finta tregua voluta da Trump.
Un genocidio che, come descrive bene Francesca Albanese, si alimenta non solo con le armi ma anche e spietatamente con la scarsità di viveri, la quasi assenza di acqua potabile, l’allagamento delle tendopoli che costringono il popolo palestinese ad una vita di stenti e fatiche.

Questa irrefrenabile voglia di guerra è patrimonio del genere maschile? Certamente, ma non solo.
Non è tanto l’essere donna dal punto di vista biologico che fa rifiutare la guerra. Semmai, sia per le donne che per gli uomini, è la posizione che si occupa nella società, il potere di cui si dispone, la classe a cui si appartiene, lo sguardo con cui si osserva, si analizza, si percepisce la realtà e si agisce in essa.
E infatti l’imperturbabile frau Ursula, presidente della Commissione UE, nell’auspicare la “trasformazione dell’Ucraina in un porcospino d’acciaio”, parole sue, invita l’Europa ad essere pronta alla guerra, indicando come improrogabile la necessità di un forte riarmo europeo entro il 2030. Le fa eco la commissaria UE per la politica estera, Kaja Kallas, che, qualche settimana fa, in un videomessaggio durante l’assemblea nazionale della Cisl ha dichiarato: «La verità è che se si inizia a investire nella difesa quando ne abbiamo veramente bisogno è già troppo tardi. E lo è anche oggi. Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra». 

Ormai, all’interno degli attuali conflitti intercapitalisti mirati a ridefinire poteri e confini, la democrazia diventa un orpello, la diplomazia un’inutile fatica e il diritto internazionale uno strumento obsoleto e quindi è la guerra che torna ad essere lo strumento principe per risolvere conflitti e controversie.
Non ci resta che piangere? Non crediamo.

Nella rubrica “intersezioni femministe” abbiamo pubblicato qualche settimana fa un’intervista a Francesca Lacaita, autrice insieme a Maria Grazia Suriano del libro Al di sopra dell’odio e del massacro, nel quale “vengono ricordate le idee e le pratiche di pace che furono elaborate dal femminismo pacifista durante e subito dopo la Prima guerra mondiale.” In particolare le autrici citano una proposta radicale e dimenticata: la mediazione continua, formulata nel 1915 dalla studiosa nordamericana Julia Grace Wales e sostenuta dal movimento femminista pacifista riunito al Congresso Internazionale delle Donne all’Aja.
A sostegno di questa prospettiva, e cioè che sia il femminismo ad essere contro la guerra più che il genere femminile in quanto tale, oggi pubblichiamo un articolo di Lea Melandri, scritto qualche anno fa ma ancora attualissimo, che ragiona sulle radici della guerra.
Radici che si situano nella cultura patriarcale laddove violenza si aggiunge a violenza in una spirale perversa e distruttrice.
Le analisi e le pratiche femministe potrebbero essere in grado di aiutare ad espellere la guerra dalla storia. A condizione che, per dirla con Angela Davis, si prenda coscienza di quel che è il capitalismo e al contempo si voglia mettere in discussione la cultura patriarcale, e cioè, come scrive Melandri, quella sedimentazione di dominio, gerarchie, privilegi, divisione di ruoli, che sta anche dentro di noi.

Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta

Le radici patriarcali della guerra – di Lea Melandri – Effimera

Articolo precedente
The beast in me
Articolo successivo
Il loro grido è la nostra voce

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.