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Suggestioni sul voto scorso

di Nicoletta
Pirotta

Quelle che seguono non hanno la pretesa di essere riflessioni vere e proprie sul voto amministrativo del 3 e 4 ottobre scorso, anche perché in alcune grandi città si terranno i ballottaggi e dunque valutazioni più serie potranno essere fatte dopo che si conosceranno i risultati.

Mi permetto solo di condividere alcune suggestioni che ho maturato seguendo le dirette televisive sul voto, leggendo alcuni articoli e commenti al voto e visitando il sito dell’Istituto Cattaneo per avere un quadro ancora più completo dei risultati.

Parto con una oggettiva constatazione: le elezioni del 3 e 4 ottobre sono avvenute dentro una pandemia che benché mitigata non è ancora finita.

Non credo che questo fatto sia stato ininfluente sugli esiti del voto perché gli effetti pandemici possono avere avuto un qualche peso sulle scelte elettorali delle singole persone.

L’aver dovuto fare i conti con la vulnerabilità dei nostri corpi e l’aver constatato quanto siano necessarie solidarietà ed interdipendenza forse ha reso evidente quanto sono inadeguate le proposte politiche che si fondano sulla ricerca di un nemico (il migrante ovviamente), perché tutto ciò non offre alcun rimedio ai mali dell’oggi. Anzi li acuisce.

Così come le proposte politiche sul governo delle città sono apparse lontane dalla realtà e dalle condizioni materiali di vita a partire dalle trasformazioni che la pandemia ha introdotto ( l’aumento della povertà e la diffusione di pratiche di neo-mutualismo e solidarietà, lo smart-working e la solitudine casalinga, l’isolamento sociale e l’aumento esponenziale del commercio on line…)

Ed infatti il dato più significativo di questa tornata elettorale è stato l’astensionismo : in particolare nelle grandi città la maggioranza delle cittadine e dei cittadini non è andata a votare!

Per me che considero il voto un diritto prima ancora che un dovere, questo dato inquieta sopratutto in un contesto sociale e politico nel quale i diritti vengono facilmente scippati e la democrazia , anche quella rappresentativa, è sempre più sotto scacco.

Ho ascoltato con interesse un “microfono aperto” di Radio popolare sui perché del “non voto” e devo dire che è stato istruttivo. A parte una fetta di persone che non vota da anni considerando inadeguate le proposte politiche in campo, molte e molti di quelli che hanno telefonato diceva di non aver votato perché ormai le città erano divenute ingovernabili, i pochi servizi servizi pubblici rimasti non sono in grado di rispondere ai bisogni reali ( anche perché, aggiungo io, ridotti al lumicino da anni di grevi politiche neo-liberiste fondate sulla perniciosa logica del debito) e sottolineava quanto poco influissero le scelte elettorali di ciascuno sulle logiche di palazzo e sugli equilibri interni agli organi di governo (che di fatto sono le giunte più che i consigli comunali, come qualcuno ha sottolineato).

Motivazioni quindi altamente condivisibili che dovrebbero invitare le forze politiche, in particolare, a riflettere seriamente sulla crisi della politica rappresentativa. Un fenomeno attuale di cui tanto si parla ma sul quale nulla si fa.

Accanto a questi due fatti oggettivi, la pandemia e l’astensione, vi sono poi due aspetti, legati comunque ai precedenti,che mi sembra utile sottolineare.

Il primo riguarda la natura del governo Draghi che oltre a avere una connotazione di classe ben precisa legata all’utilizzo delle risorse economiche a disposizione del PNRR, ha altresì una funzione, come hanno scritto alcuni, di ” addomesticamento” delle posizioni (sovranismo e populismo in primis) considerate poco utili al ritorno a quella “normalità” del prima pandemia tanto auspicata dal mainstream liberista europeo e non solo.

Dentro questo clima di “normalizzazione” il PD tiene bene ed invece 5stelle e Lega pagano pegno.

Anche se per quanto riguarda la Lega la perdita di voti è riferita alle grandi città e non ai centri minori dove sostanzialmente conferma i suoi voti. Così come aumenta i consensi Fratelli d’Italia. Fatti, quest’ultimi, che dimostrano quanto il populismo di destra sia ancora vivo e vegeto. Converrebbe averne coscienza per evitare tristi risvegli…

Il secondo, sempre riferito in particolare alle grandi città, riguarda i deludenti, per usare un termine soft, risultati della Sinistra.

Sia di quella in coalizione con il PD sia di quella con proposte alternative al centrosinistra.

Un risultato che, forse positivamente, fa carta straccia di ogni alibi: comunque si posizioni la sinistra non ha appeal elettorale.

Sono risultati deludenti che dovrebbero indurre a far riflettere sulla capacità di lettura dei bisogni e della realtà nel suo complesso.

Forse è tempo di evitare la riproposizione di vuoti appelli all’unità o di proposta di altri cartelli elettorali senz’anima per chiedersi con la dovuta umiltà la natura e la funzione di una sinistra del XXI secolo. A partire, forse dalla consapevolezza, che nessuna proposta politica può essere praticata senza la ricostruzione di un orizzonte di senso condiviso , fondato sulla conoscenza e su un pensiero critico, e soprattutto di una ricomposizione sociale che provi a dare vita ad un soggetto collettivo capace di agire conflitto.

Sarò antica ma io non credo ci sia un’altra strada.

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