Stagioni antiparlamentari nell’Europa inter-governativa

di Tommaso
Chiti

di Tommaso Chiti – Un terremoto politico scuote negli ultimi anni la culla della democrazia liberale, cioè quell’Europa dove la crisi economico-finanziaria arriva ad incrinare anche gli equilibri istituzionali e soprattutto i rapporti fra gli apparati statali di certi Paesi membri e i rispettivi corpi sociali.

Capita così che uno dei Parlamenti più antichi della storia, se non addirittura il primo dell’epoca contemporanea, come quello di Westminster, venga sospeso in modo prolungato (prorogation) dal governo britannico di larga minoranza a guida Boris Johnson, che ha fatto ricorso a questa prerogativa della casa reale, per arginare le contestazioni al suo piano sulla BrExit, dopo numerose sconfitte delle mozioni di governo proprio in sede parlamentare. Nessuna legge può essere approvata in queste circostanze, nemmeno per arginare le ricadute di un’uscita senza accordi (no deal) della Gran Bretagna dall’UE*.

A stretto giro si registra un caso analogo a Varsavia, dove la maggioranza sovranista del PiS ha varato una mozione di sospensione dei lavori del Parlamento, anziché procedere al regolare iter di scioglimento in vista delle elezioni politiche previste probabilmente per il 13 ottobre. Nel Paese membro dell’UE più rilevante in Europa centro-orientale, sia dal punto di vista demografico che economico (con una crescita annua del +4,5%) non sembra del resto che la compressione degli istituti democratici, in primis quello di rappresentanza sia dettata da motivi emergenziali o di crisi.

Il ridimensionamento della centralità dei Parlamenti come massima espressione della rappresentanza della volontà popolare è un processo di lungo corso in Europa. Già nel 1997 lo studioso americano Zakaria definiva “democazie Illiberali” quegli Stati il cui sistema politico era basato su maggioranze di governo selezionate mediante elezioni, senza però poi rispettare lo stato di diritto o la separazione dei poteri statali.

Un caso emblematico in proposito è quello dell’Ungheria del premier Orban, dove negli ultimi anni si sono susseguiti attacchi al pluralismo dei media e all’indipendenza della Corte costituzionale, con ricadute pesanti sulla libertà di espressione e sui diritti delle minoranze.

Budapest come Varsavia almeno dal 2015 continua a promuovere provvedimenti privi di dialettica politica, a colpi di maggioranze serrate e in assenza di contropoteri tangibili dal punto di vista giuridico o costituzionale. Se da un lato però la tendenza in questi Paesi può essere spiegata con il retaggio della pluriennale esperienza di socialismo reale e di modernizzazione a prescindere dall’assetto istituzionale; ben diverso è appunto il caso britannico.

Inoltre, la stessa adesione all’Unione Europea come comunità di valori democratici e di tutela dei diritti fondamentali dovrebbe avere un qualche riflesso sul piano politico-istituzionale, prima ancora che su quello diplomatico, per il quale sono state di recente approvate varie sanzioni contro governi protagonisti di provvedimenti liberticidi.

Per provare a spiegare queste apparenti anomalie, dal carattere alquanto strutturale, vanno considerati altri due fenomeni di livello invece sovranazionale e prettamente europeo. Il primo riguarda il cosiddetto deficit democratico, ovvero la distanza fra il Parlamento Europeo (PE) e la base del suo elettorato, dovuta non solo all’estensione potenziale della rappresentanza, ma all’assenza di poteri di iniziativa degli stessi eurodeputati, che di fatto esautorano il loro ruolo agli occhi della popolazione.

Questa tendenza però proprio alle scorse elezioni per il rinnovamento del PE ha prodotto un riflesso politico interessante, ovvero la nascita di liste transnazionali, con un programma di respiro continentale e più sezioni sparse fra i vari Stati membri, con l’esperienza di DIEM25 guidato dall’ex ministro greco Varoufakis e del più giovane partito VOLT.

Da un lato entrambi questi fenomeni chiariscono un punto essenziale della svolta antiparlamentare di molti Stati, ovvero il tentativo di identificazione – in senso anche populista – del partito di maggioranza con il proprio elettorato e in particolare con una comunità politica che, nel quadro nazionale, risponde sempre più a caratteri culturali omogenei a scapito di pluralismo e di minoranze. Nel quadro europeo invece l’esito è quello di provare a sintetizzare in esperienze continentali le ambizioni di generazioni più abituate alla mobilità intraeuropea e con un orizzonte appunto transnazionale.

Su entrambi i piani poi – sia quello nazionale siaquello europeo – però è evidente la tendenza allo svuotamento dei poteri e della funzione pubblica dei parlamentari, che di conseguenza ricade come deficit istituzionale anche sulla tutela dei diritti fondamentali e dello stato di diritto, proprio in coincidenza con un incremento dell’astensione dal voto e quindi della mancanza di fiducia dei cittadini verso i loro potenziali rappresentanti.

Un simile corollario può arrivare a giustificare proposte di riforma costituzionale come in Italia, nel senso della riduzione del numero di parlamentari per l’abbattimento dei costi istituzionali (!).

Del resto, lo scarso legame con i collegi di provenienza, margini di incidenza pubblica sempre più scarsi e una certa opacità nella gestione della vita parlamentare generano disaffezione crescente verso l’istituto della delega democratica.

Se tuttavia alle elezioni europee del 2014 si era innescata un certo sistema di politicizzazione, mediante l’espressione del candidato leader alla Commissione Europea da parte di ogni famiglia politica in lizza, l’ultima tornata di maggio non ha riproposto un simile schema, pagando anche in termini di affluenza che – malgrado le aspirazioni del blocco sovranista che aveva chiamato alle urne contro l’euroburocrazia – da una media di circa l’61,8% alle prime elezioni del 1979, tocca adesso il 51% (con unica eccezione in Belgio).

Il modello prettamenteo burocratico-governativo dell’UE sembra influenzare davvero anche i sistemi dei Paesi membri.

Alcune fondazioni europee si sono interrogate sugli strumenti per affrontare la questione delle derive antiparlamentari, provando a rafforzare il monitoraggio su situazioni critiche, o la condizionalità di accesso ai fondi, oppure ancora la tutela dei diritti universali attraverso enti nazionali, o ancora la maggiore influenza delle famiglie politiche europee sui vari partiti nazionali membri, onde evitare derive sovraniste.

Tuttavia, un simile armamentario di carattere meramente verticistico sembra più ricalcare la natura del problema di scarsa rappresentanza, piuttosto che una vera soluzione per l’espressione della volontà popolare.

In definitiva, fino a che la dottrina neoliberista non consentirà vere alternative al modello di condivisione e sviluppo europeo (TINA – there is no alternative) e il potere di giudizio dei mercati finanziari sulla stabilità istituzionale dei Paesi avrà preminenza negli assetti politici nazionali, oltre alla mancata incidenza del PE nella proposte di una politica economica europea effettiva e condivisa, mancheranno comunque le premesse per convincere larga parte della popolazione che il proprio voto e i propri rappresentanti saranno davvero forieri di un mandato pienamente democratico.

Fonti:

https://www.theguardian.com/politics/2019/sep/09/uk-parliaments-prorogation-all-your-questions-answered

https://www.repubblica.it/esteri/2019/09/12/news/alta_tensione_in_polonia_tra_la_maggioranza_sovranista_pis_dirittto_e_giustizia_favoritissima_nei_sondaggi_e_le_opposizi-235803663/

https://www.journalofdemocracy.org/articles/illiberal-democracy-and-the-struggle-on-the-right/

https://me.eui.eu/gabor-halmai/wp-content/uploads/sites/385/2018/05/Making_of_illiberal_constitutionalism_Halmai_final.pdf

https://www.fes-europe.eu/news-list/e/the-other-democratic-deficit/

[*] Il 24 settembre il Tribunale supremo del Regno Unito ha deciso che la decisione di Boris Johnson di sospendere i lavori del Parlamento per cinque settimane è illegittima.

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