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Sì alle diversità, no alle divisioni

di Roberto
Musacchio

Cerchiamo ancora, nella nostra storia per il nostro futuro, ci chiede transform. A me pare tutt’altro che un esercizio retorico ed autoreferenziale. Penso infatti che troppo della nostra storia, la storia di quelli che vogliono il socialismo, sia stata rimossa, ripudiata, manomessa. E che, nel frattempo, sia andato avanti quel rovesciamento del caso italiano che, come in un contrappasso dantesco, lo ha reso il più arretrato, socialmente e politicamente. A fronte di ciò, si rischia di replicare con quella che più che una pratica “montaliana” (“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…” scriveva il poeta) appare una sequela di anatemi e scomuniche, spesso reciproci, che più che “spirito di scissione” liberatorio appaiono grida senza suono. Come se si abbia bisogno, si auspichi, che “fuori di te” ci sia il peggio perché solo così “le masse” capiranno che hanno bisogno di stare con te. L’esatto contrario di ciò che insegnava l’idea di egemonia per cui più fai sì che gli altri ti somigliano più sei forte.  E infatti così si è del tutto inefficaci, di fronte alle grida dei dominanti. Il potere può semplificare. Il comunismo, come spiegava Brecht, è quella cosa semplice che però è difficile a farsi. Per dirla con un detto popolare, la pazienza è rivoluzionaria. E i rivoluzionari prima di dire sanno ascoltare. Solo così si può essere sferzanti come lo sono stati i rivoluzionari, che hanno fatto le rivoluzioni, e non esternatori di frasi scarlatte.

Questo mio contributo alla riflessione proposta lo voglio dare a partire da Rifondazione Comunista come spartiacque. Ho già scritto su questo, in particolare un testo di qualche anno fa pubblicato da Alternative per il socialismo e ripreso da Transform. Tesi centrale quella di una sconfitta e non (solo) di errori o (tantomeno) di tradimenti.

Voglio tornarci perché penso che Rifondazione Comunista, le centinaia di migliaia di persone che vi hanno militato e i milioni che l’hanno votata, abbia prodotto materiale che sia ancora prezioso “riattraversare”

Se dovessi trarre una lezione fondamentale dalla storia di Rifondazione Comunista è che tutte le separazioni ci hanno non solo indebolito e resi via via più inefficaci ma hanno prodotto l’effetto di dare sempre più spazio alle “guerre a sinistra” piuttosto che al conflitto contro gli avversari.

Naturalmente le scissioni sono responsabilità di chi le fa. Eppure non possono non interrogare anche chi non è riuscito ad evitarle. E, soprattutto, devono farci chiedere a noi stessi se abbiamo indugiato nell’idea che forse è meglio che qualcuno si allontani per “preservare” il partito.

Questo richiede di affrontare il tema di cosa sia un partito. Io lo definirei “un pezzo di Storia in movimento”. Intendo dire che un partito non è né solo proiezione sociale, né solo proiezione intellettuale. È “fare Storia”. In particolare ciò vale per chi dalla Storia rischia di essere escluso, come i soggetti più deboli. La borghesia ha fatto rivoluzioni e Storia anche con le sole élites. Il movimento operaio ha dovuto inventarsi come soggetto di massa e concepire partiti che lo fossero. L’unità dei soggetti deboli è una condizione magari non sufficiente ma sicuramente necessaria.

Il PCI, che pure nasceva da una scissione e dal confluire di correnti diversamente radicali come l’Ordine Nuovo e il Bordighismo, nel farsi Storia assume l’unità e la complessità come valori. Poggiando sulla grande capacità di lettura del Paese (ma anche del Mondo) di Gramsci e poi sulla guida “rigorosa ma includente” di Togliatti. Analisi differenziata e articolata; risposte concrete alle situazioni concrete; centralismo democratico non come imperio ma come direzione complessa; ricerca di egemonia. Questa la cassetta degli attrezzi di un Partito in cui convivevano le anime più diverse grazie a rigore e disciplina e al mantenimento comunque della prospettiva socialista.

Quando il PCI si scioglie succedono due fatti. Uno è la dinamica di trasformazione (del prevalente della sinistra ma anche in genere dei partiti di massa) in altro e cioè sostanzialmente in strumenti funzionali alla gestione della globalizzazione neo liberale. L’altro è il percorso della Sinistra che prova a resistere e a rifondarsi. I due processi hanno dinamiche proprie ma anche correlazioni. Il primo infatti preme inevitabilmente sul secondo.

La sinistra che resiste, il Partito della Rifondazione Comunista, ha una prima fase capace addirittura di tematizzare non solo la resistenza ma, appunto, la rifondazione. Ed è una fase che porta a riaggregare forze. Una parte significativa degli oppositori allo scioglimento del PCI (ma molti purtroppo abbandonano la politica organizzata); ma anche forze minori delle altre sinistre. Penso ai trotzkisti, alla nuova sinistra di DP, anche a settori socialisti. In più incontra nuovi movimenti come quelli alterglobalisti. Il prevalente è dato dagli ex PCI ma gli sforzi di amalgama sono veri anche se, purtroppo, non saranno sufficienti. Il Prc è una forza che ha dimensioni tali da poter tentare di incidere sui processi e di non potersi sottrarre dal farlo. Ma non sufficiente a reggere l’impatto con la dimensione più grande dell’omologazione del sistema politico ai diktat neoliberali. Cerca un difficile equilibrio tra il “mettere il piede nella porta perché non si chiuda” e il costruire una nuova dimensione politica. Il tentativo è sconfitto. Di certo però le separazioni hanno favorito la sconfitta. Pensare di essere più forti essendo più determinati nel decidere anche a costo di separazioni non funziona. Tanto meno se non hai dietro la Rivoluzione d’ottobre e anzi hai contro la Restaurazione neoliberale. A quel punto hai da un lato che il processo di omologazione del sistema politico va ancora più avanti ed anzi sono le destre storiche ora ad avere più filo rispetto alle “sinistre americanizzate”. Sia per aver riannodato i fili col Paese dove si è prodotto un vuoto di memoria grazie al revisionismo. Sia perché la guerra offre loro una collocazione di punta nei nuovi assetti. D’altra parte le sinistre resistenti scisse hanno come ricasco alla loro complessiva perdita di efficacia il “combattersi tra di loro”. Con atteggiamenti più che estremisti settari e subalterni insieme. Settari nell’essere autoreferenziali e sterili. Subalterni nel poggiarsi su altri (PD o Cinquestelle). L’ambizione del dipendere dalle proprie forze viene meno. Vengono meno le forze. La cosa, purtroppo, riguarda anche i “movimenti” schiacciati nella subalternità, come il sindacato. Frammentati e senza capacità di impatto come quelli sociali. In molti cercano puramente una sponda di rappresentanza qual che sia.

Senza forze i ceti più deboli guardano altrove o smettono di pensare politicamente in modo collettivo restando singoli o piccoli gruppi.

Naturalmente il tema necessario è la politica. Che proposta per l’Italia, l’Europa, il Mondo nell’epoca di una guerra orwelliana in cui non ci sono buoni ma solo “cattivi” cui dare una risposta complessa perché semplificazioni schematiche non esistono. Ma il non dividersi è la precondizione senza cui non si va da nessuna parte.

Se penso alla Germania penso alla Linke come “l’altra unificazione tedesca”. Cioè il soggetto dell'”altra storia possibile”. Ora anche una certa storia della Germania fa i conti con la nuova guerra orwelliana. Probabilmente servono anche nuove risposte. Ma, se ci si divide, darle diventa probabilmente impossibile. Interpretare i punti di verità che ci sono nelle varie posizioni è il tema ineludibile per la sinistra. Pensare che sia meglio che qualcuno di essi ci abbandoni non ci rafforza ma ci rende più ciechi e deboli.

Torno all’Italia. Anche qui un ciclo si va chiudendo, con un doppio esito.

Una destra che governa conquistando una sintonia col nuovo assetto di guerra orwelliano e con i poteri neo atlantici (togliendo il monopolio del “franchising” della governance al centrosinistra) e dall’altro riaffondandando le radici in una storia nazionale che riemerge e trova spazio nella Europa delle Nazioni, presidenzialista e revisionista, che si va delineando.

Dall’altra parte un PD che riemerge in una versione che potrà essere compiutamente liberal americana, terminando la lunga transizione. Cosa che deve dimostrare tenuta ed efficacia ma comunque muove interessi, bisogni ed anche attenzioni. D’altronde negli USA Sanders sta con i Democratici.

Definirsi in negativo rispetto ad entrambi non basta e non articola. Comunque la relazione della destra con la sua antica storia chiede e chiama a una sensibilità, a un ripudio. Il completamento della metamorfosi liberal pretende un’altrettanta rifondazione anticapitalista, complessa e comprensibile.

Di tutte le esperienze che ho conosciuto e conosco Rifondazione Comunista ha nella sua storia ancora materiali per l’oggi. Sarebbe bene che li impieghi.

di Roberto Musacchio

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