Senza diritto d’asilo non c’è più l’Unione

di Stefano
Galieni

di Stefano Galieni –

In tempi di coronavirus anche organizzare mobilitazioni, suscitare e spostare l’attenzione rispetto a quanto si vive in casa propria non è facile. E questa volta non ci sono le virulenze sovraniste ad impedire o a limitare le spinte solidali, quanto il terrore sottile che ha preso buona parte del Paese e forse del continente e che diviene il principale motore politico ed emotivo. Ma, nonostante questo, in molti e molte, da mezza Europa, hanno deciso o stanno decidendo in queste ore di non lasciare da soli i profughi ammassati a Lesbos, dentro o ai margini del Campo di Moria.

Un luogo che in altre epoche è stato chiamato in maniera altisonante hotspot, in cui si doveva restare al massimo pochi giorni e invece, come recitava un vecchio brano di Guccini parlando dei lager “sono un posto in cui spesso la gente muore, sono un posto in cui, peggio, la gente nasce”, un luogo in cui oltre 30 mila persone sono bloccate da anni. Il motivo in sintesi: dopo gli accordi fra paesi U.E. e Turchia del 20 marzo 2016, (6 mld di euro) regalati al “sultano” per esercitare il ruolo di gendarme in grado di impedire la fuga a milioni di persone in fuga dal conflitto siriano, hanno trasformato la Turchia stessa nel primo paese al mondo per il numero rifugiati “ospitati”, oltre 3,5 milioni.

Una parte è riuscita a trovare spazio nelle nicchie economiche del paese, un’altra, ben più numerosa, vive ai margini, spesso poco accettata in un paese già alle prese con una povertà e una disoccupazione enorme, molti continuano a “forzare la frontiera del Mar Egeo per entrare, attraverso la Grecia in Europa. Lesbos, insieme a Chios sono fra le isole in cui più spesso questi sogni si infrangono. Gli accordi permettono di rimandare le persone in Turchia e a sua volta il regime di Erdogan li rimpatria nei paesi di provenienza, Siria compresa, non curandosi delle conseguenze, attuando rimpatri collettivi, (illegali), in un folle e crudele gioco dell’oca in cui in pali ci sono le vite umane. Ma i rimpatri non bastano. L’UE poteva intervenire per attuare, come promesso, pratiche di redistribuzione nei territori degli Stati membri, coloro che sono oggi nei centri greci. A Lesbos ci sono, costipate, fra le 20 mila e le 30 mila persone, molti i minori e le donne, ci vorrebbe pochissimo per un intervento europeo e certamente la Grecia poteva in passato e potrebbe anche ora – con governi diversi – fare di più. Ma questo non avviene e si è creato l’inferno.

Chi è stato a Lesbos e al campo di Moria, racconta di uno “stato di guerra”. Gruppi neonazisti, fino a poco tempo fa respinti dagli stessi abitanti dell’isola, oggi arrivano in gruppi organizzati, affittano automobili a noleggio e con queste organizzano raid contro i profughi che provano ad uscire cogliendoli isolati. Questo durante l’escalation che si è verificata: prima le riprese, certamente non uniche, di un gommone in avaria carico di profughi e spinto verso Lesbos dalla guardia costiera greca a bastonate, non nel porto di Mytilene ma verso un villaggio dove la popolazione viveva già con fastidio la vicinanza con i profughi.

Le riprese, che hanno fatto il giro del mondo, sono servite a costringere le autorità UE a prestare ascolto a richieste di aiuto che giungevano da anni. Con un risultato di mostrare, per l’ennesima volta il condensato di ipocrisia e violenza con cui agiscono dette istituzioni. Il presidente del Parlamento Sassoli, la presidente della Commissione Von Der Layen, il presidente del Consiglio Michel, si sono recati nei pressi del confine turco greco, hanno effettuato un volo in elicottero sopra la giungla del campo e hanno rilasciato dichiarazioni di facciata accomunati a scelte inequivocabili.

Da una parte parole di comprensione e solidarietà rivolte soprattutto alla Grecia che deve fare “lo scudo d’Europa”, promesse di sostegno ad Atene e di intervento su Erdogan che già minaccia di utilizzare la frontiera occidentale per premere con i profughi come arma di ricatto per l’UE, 700 milioni di euro per Frontex, l’agenzia incaricata di fermare gli ingressi considerati, come in questo caso, illegali e poi, contentino, la disponibilità ad occuparsi di 1500 persone nei prossimi mesi. Il tutto accompagnato dalla gelida affermazione per cui, in alcuni casi, è anche possibile utilizzare ogni mezzo, anche potenzialmente letale, per fermare i profughi.

Uno schiaffo in faccia ai diritti di chi fugge da una guerra, all’idea stessa di diritto d’asilo e alle convenzioni firmate dopo la Seconda guerra mondiale come alle basi strutturali su cui è nata l’UE. Nelle ultime settimane si sta però organizzando una catena di solidarietà internazionalista e che intende portare uomini e donne solidali a recarsi a Lesbo e a schierarsi a difesa dei profughi e si moltiplicano le iniziative pubbliche che fanno ben altra scelta di campo. Il 14 marzo, sabato, si terrà a Lesbos, una manifestazione antifascista che doveva avere e in parte avrà una partecipazione internazionale. Dall’Italia sarà difficile partire e questo mentre anche nell’isola greca sembra si sia registrato un primo caso di positività al virus. Con un appello firmato da una rete di associazioni e forze politiche e sociali italiane si afferma: «Da un lato non potevamo assumerci il rischio di portare il virus in un ambiente vulnerabile con una massiccia presenza italiana e, dall’altro, le restrizioni imposte dal governo rendono molto difficile qualsiasi movimento anche per gli individui.

Abbiamo concordato che cercheremo comunque di supportare il 14 marzo organizzando azioni in Italia compatibilmente con le circostanze che affronteremo nelle prossime ore. Ci impegniamo a venire a supportarvi non appena la condizione ci consentirà di farlo e cercheremo di mantenere alta l’attenzione su ciò che accade a Lesbo con tutti i nostri mezzi». Da altri paesi, dove ad oggi la situazione sanitaria sembra meno problematica, partiranno comunque delegazioni e aumenteranno i volontari che supporteranno le difficoltà affrontate dai profughi anche per ripararsi dal freddo o per evitare i rimpatri. Vorremmo poter chiamare questa Europa. Un Europa che mantiene i nervi saldi ed è capace, in questi giorni di isolamento e di barriere che risorgono alla faccia anche di Schengen

Un tessuto in grado anche di raccogliere seriamente le grida che giungono dalle mille Lesbos dei confini e che per esempio si è raccolta attorno ad un appello rivolto alle istituzioni europee, pubblicato su Repubblica, Le Monde e altre testate importanti dal titolo “Noi, cittadini d’Europa. Senza diritto d’asilo non c’è più l’Unione”. Un testo in cui si chiede di agire e subito: «Non c’è bisogno alcuno di aspettare un’illusoria unanimità sulla protezione temporanea, che altro non è che un atto di elementare decenza. Basta un solo Stato membro dell’UE per attivare tale procedura, prevista dal diritto europeo. – si legge nel testo – Se nessuno di essi agisce in tal senso, spetta al Presidente della Commissione, in quanto custode dei Trattati, di assumersi gli obblighi del proprio mandato e, se necessario, spetta al Parlamento europeo di mettere la Commissione di fronte alle sue responsabilità». E ancora: «L’Unione Europea, dopo essersi sbarazzata delle proprie responsabilità scaricandole sulla Turchia, elogia il ruolo di “baluardo” (secondo l’espressione di Ursula von der Leyen) svolto da un proprio Stato membro, la Grecia, contro il flusso di migranti: rendendo impossibile in tal modo il compito di accogliere coloro che fuggono l’orrore di una guerra condotta contro di essi da uno Stato criminale».

Si parla di “strategia del terrore”, citando Jean Ziegler, per dissuadere i rifugiati a chiedere il rispetto dei propri diritti, di fallimento collettivo in cui, rinunciando all’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si liquida come nulla fosse, il diritto d’asilo. E ci si domanda: «Che vale l’Europa, se si rende nemica di questo diritto primario e fondamentale? A che servono le istituzioni europee, se agli Stati membri viene permesso di rifiutare gli obblighi imposti loro dal diritto europeo, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, dalla Convenzione europea dei diritti umani e dalla Convenzione di Ginevra del 1951? Cosa vuol dire “Unione”, se tra i paesi che la compongono alcuni possono sospendere l’esame delle domande di asilo – esame obbligatorio secondo la Convenzione di Ginevra – e sottrarsi ai doveri della solidarietà nell’accoglienza e la ripartizione delle vittime di persecuzioni?

La costruzione europea, nata dalle catastrofi identitarie del XX secolo e dalle lezioni che esse hanno impartito, ha come unica legittimità il rispetto del diritto su cui si fonda. Immaginare che la si possa proteggere dall’ascesa del nazional-populismo calpestando i diritti fondamentali è il peggiore dei calcoli che si possa fare».

Su questa base le firmatarie e i firmatari richiamano alle loro responsabilità gli Stati membri, la Commissione, il Parlamento europeo.

Tante le persone, provenienti da diversi paesi che hanno ritenuto doveroso sottoscriverlo, da Etienne Balibar a Jürgen Habermas a Gabi Zimmer, alle firme italiane di Barbara Spinelli, Roberto Saviano, Giacomo Marramao, Sandro Mezzadra, Luciana Castellina, Gustavo Zagrebelsky, Paolo e Massimo Cacciari al segretario del PRC-S.E. Maurizio Acerbo. Tante altre le firme illustri che intendono con tale testo prendere e mantenere un impegno verso i profughi, spesso donne e bambini che patiscono anche il freddo, le attiviste e gli attivisti che si continuano, come scrivevamo all’inizio, malgrado tutto, a mobilitare. Ma di tempo ce ne è poco e servono urgentemente segnali concreti.

Se davvero il covid 19 si propagasse anche a Moria e in quelle zone di “contenimento” o peggio ancora di esternalizzazione delle frontiere in cui sono impossibili cure, garanzie di interventi sanitari immediati e dove la fragilità delle persone diminuisce le difese immunitarie, l’assenza di azione politica del passato e del presente sarebbe causa di una vera e propria ulteriore catastrofe. E se saranno in poche/i dall’Europa a potersi recare subito a Lesbos, si vanno organizzando in queste ore iniziative simboliche in molte città dell’Unione. Rispettando le restrizioni ma riuscendo a far sentire la propria voce

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