intersezioni femministe

Senza consenso è stupro. La mobilitazione contro il disegno di legge Bongiorno continua

di P. Guazzo,
N. Pirotta

Ieri, 4 maggio, in molte piazze, Roma e Milano in particolare, le attiviste di Non Una Di Meno (NUDM) e dei Centri anti-violenza hanno dato vita a manifestazioni e presidi per ribadire il “NO” al ddl.
L’essere scese in piazza proprio ieri non è casuale perché, come scrive NUDM, la senatrice Giulia Bongiorno (Lega) ha imposto la data del 6 maggio come termine per la presentazione di emendamenti e proposte alternative al testo da lei presentato.
La stessa Bongiorno ha mirato, almeno ufficialmente, a trovare una mediazione con le opposizioni e a questo scopo, all’inizio del mese di aprile, si era creato un comitato ristretto.
Comitato molto contestato dal movimento femminista e transfemminista e dai Centri anti-violenza che l’8 aprile scorso erano di nuovo scesi in piazza per ribadire che sul consenso nessuna mediazione era possibile.

Per fare chiarezza è bene ripercorrere tutta la vicenda.
Nel settembre dello scorso anno la Camera, dopo un accordo fra Meloni e Schlein, ha  approvato una proposta di legge sulla violenza sessuale che aveva lo scopo di riscrivere integralmente l’articolo 609-bis del codice penale.
La proposta era composta da un unico articolo attraverso il quale si esplicitava chiaramente che sono da considerarsi reato comportamenti quali:

  • compiere atti sessuali su un’altra persona senza il suo consenso libero e attuale
  • far compiere atti sessuali ad un’altra persona senza consenso
  • far subire atti sessuali contro la volontà della persona coinvolta.

Queste precisazioni allargavano le situazioni perseguibili rispetto alla normativa in vigore, che si concentrava soprattutto sulla costrizione fisica lasciando molto nel vago forme di coercizione psicologica, manipolazione e abuso di potere.
Il testo approvato alla Camera affrontava anche la durata delle pene ma era del tutto evidente che il cuore della proposta riguardava l’importanza del consenso che per essere tale non poteva che essere libero e attuale.
Dopo l’approvazione alla Camera il testo è passato al Senato, dove la maggioranza ha chiesto ulteriori approfondimenti.
Non c’è stato nessun approfondimento ma un vero e proprio colpo di mano!

Con sprezzo degli accordi raggiunti alla Camera, la senatrice e presidente della Commissione Giustizia ha introdotto modifiche che hanno stravolto la ratio della proposta.
Dal testo sparisce la parola “consenso” sostituita da “volontà contraria” e si introduce la parola “dissenso”. Si tratta di un totale cambio di paradigma: nel testo approvato a Montecitorio si parlava della necessità, in un rapporto sessuale, di un “consenso libero e attuale” senza il quale scattava il reato di violenza, in quello riformulato d Bongiorno il focus diventa la  “volontà contraria all’atto sessuale” che “deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”. Tradotto: l’onere della prova spetta a chi ha subito violenza e non a chi la commette!
Singolare che nelle modifiche avanzate in Commissione Giustizia si siano abbassate anche le pene previste nella prima stesura.
“Sostituire la parola consenso con dissenso significa mettere il corpo delle donne a disposizione fino a prova contraria – spiega al Fatto Quotidiano Simona Ammerata, di Di.Re, rete che raggruppa 88 organizzazioni in Italia che gestiscono Centri antiviolenza e Case rifugio – significa spostare la responsabilità della violenza sulla vittima e non sul colpevole”.

Un completo ribaltamento di senso che tradisce la Convenzione di Istanbul e allontana l’Italia da quella riforma delle legislazioni che hanno portato Spagna, Francia e Svezia a varare leggi che definiscono la violenza sessuale attraverso la mancanza di consenso.
Evidentemente la cultura reazionaria e misogina che si vuole imporre al Paese ha avuto, in questo caso, la meglio su qualsiasi accordo politico. A farne le spese sono prima di tutto le donne che subiscono violenza ma è evidente che se il ddl Bongiorno venisse approvato sarebbe tutto il Paese a subire un arretramento di civiltà.
Proprio per questo il movimento femminista e transfemminista insieme ai Centri anti-violenza si dichiarano contrari a qualsiasi mediazione politica: piuttosto che un testo peggiorativo, è meglio lasciare l’articolo che punisce la violenza sessuale, il 609 bis, così com’è.
Accettare una mediazione, dicono le attiviste di NUDM, sarebbe un arretramento pericolosissimo perché rischia di portare l’Italia indietro a prima della legge del 1996, quando la violenza sessuale era un reato contro la morale e non contro la persona.

La mobilitazione dunque non può che continuare, con determinazione e tenacia.
Non va permesso alle forze reazionarie di  rimettere in discussione un principio fondamentale non solo per le donne ma per la democrazia stessa: la violenza sessuale è una violazione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne, non un episodio da interpretare. 

 

Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta

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