Sei donne uccise in quattro giorni. Dal 15 al 18 agosto, una scia di sangue di donne che ha portato il numero dei femminicidi dall’inizio dell’anno ad almeno 46. L’Osservatorio nazionale di Non Una Di Meno, aggiornato all’8 agosto, registrava già 40 femminicidi e almeno 79 tentati femminicidi. Poi, in pochi giorni, se ne sono aggiunti altri sei.
Proprio il 15 agosto, mentre la strage cominciava, il ministro dell’Interno si felicitava per una riduzione del 37% degli omicidi con vittime di sesso femminile rispetto al primo semestre 2025. Un dato che si ferma al 30 giugno e che non racconta la dimensione strutturale del fenomeno. Il silenzio del governo sui femminicidi di agosto è stato definito “assoluto” e “insopportabile” dalle associazioni. D’altronde la statistica esibita come un “successo” ( di chi? ) e la vanità governativa espansa su tutto l’orbe mediatico parlavano già da sole.
Teresa Mattei, partigiana e Costituente, lottò perché l’articolo 3 della Costituzione contenesse le parole su un’uguaglianza “senza distinzione di sesso” e volle l’aggiunta “di fatto” per impegnare lo Stato a rimuovere gli ostacoli che la limitano. Oggi la Costituzione viene calpestata da chi nega il femminicidio e da chi lo giustifica.
Roberto Vannacci ripete che il femminicidio “non esiste”, che è un'”aberrazione giuridica”. Il patriarcato? Da proteggere, perché garantirebbe “maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne”. Si chiama negazionismo. E mentre le donne muoiono, lui parla di “deriva gramsciana” e “lavaggio del cervello”. Non è “cultura woke” o “politicamente corretto”, dimensioni che comunque chi scrive rivendica: è la Costituzione. Ed è il riconoscimento che uccidere una donna in quanto donna è un atto radicato in una struttura di potere.
Javier Milei ha dichiarato che la crisi economica argentina e il crollo della natalità sono colpa del femminismo e dell’aborto legale. “Quella passione per assassinare i bambini nel ventre della madre ci sta costando in termini di crescita”. La solita retorica: le donne che scelgono sono un problema economico, non esseri umani con diritti.
I femminicidi, va detto in modo forte, megafonato e woke, sono l’ultimo esito di una cultura della violenza. I femminicidi sono guerra alle donne.
E non è vero quel che scrisse Sylvia Plath prima di suicidarsi, nella poesia Daddy, ovvero “every woman loves a fascist”. La paura e il silenzio, che pure esistono dopo secoli di oppressione, possono essere spezzati. Il diritto alla felicità non è uno dei tanti assunti liberisti e non deve riguardare solo maschi bianchi e milionari. La politica ha il dovere di aiutare in ogni modo possibile le donne ad uscire dalla violenza privata e pubblica. Whatever it takes non sia più l’insulso motto di Mario Draghi o dei luridi patriarchi promotori del warfare mondiale, ma diventi un impegno per la politica di sinistra. Il femminismo deve diventare centrale nel dibattito sugli assetti sociali ed economici del paese.
Purtroppo questa è la fase in cui il megafono mediatico è di chi nega il femminicidio, lo chiama “passione”, lo giustifica con il “patriarcato mediterraneo”, di chi dà la colpa al femminismo per i propri fallimenti economici.
L’articolo 3 deve tornare al centro: uguaglianza sostanziale, non formale. Il femminicidio esiste eccome. E non si combatte con le parole di chi lo nega, ma con la cultura, la prevenzione, l’educazione al consenso. E con la memoria di chi – come Teresa Mattei – ha scritto la Costituzione perché nessuna donna fosse più marginalizzata, oppressa, violentata e uccisa.
Paola Guazzo
