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La definizione dell’IHRA non deve divenire legge. Una piazza unitaria a Roma il 9 settembre, per impedirlo

di Stefano
Galieni

Se i tempi saranno, come si teme, rispettati, entro il mese di settembre l’Italia diventerà il primo paese europeo a introdurre come legge la definizione di antisemitismo fatta propria dall’IHRA (International Holocaust Remebrance Alliance). Necessario, anche se superfluo, dire che l’antisemitismo, come e più di qualsiasi altra forma di discriminazione basata su motivi di religione, provenienza geografica, colore della pelle, orientamento sessuale eccetera non hanno nei nostri mondi alcun diritto di cittadinanza. Più osceno il fatto che, in nome dell’alleanza suprematista con lo Stato di Israele, quei partiti in cui i rigurgiti antisemiti dovuti a nostalgie da ventennio, ancora presenti persino in comunicazioni ufficiali, oggi si battano il petto per introdurre una normativa che nei fatti assimila ogni critica alle politiche di Tel Aviv come dimostrazione antisemita. La semplificazione delle nuove normative infatti sancisce che l’antisionismo, il rifiuto anche categorico verso una ideologia coloniale che ha distrutto ogni possibilità di convivenza in Asia Occidentale, giungendo al genocidio, all’apartheid, alla disumanizzazione di un popolo come quello palestinese, equivalgono ad una nuova persecuzione verso il mondo ebraico, infinitamente più vasto, articolato e ricco delle forze razziste che oggi praticano la pulizia etnica in Israele. L’IHRA è un’organizzazione intergovernativa, fondata nel 1998, su principi largamente, nella parte iniziale, condivisibili: Promuovere programmi educativi sulla Shoah a livello globale, sostenere l’apertura e la salvaguardia degli archivi storici, sviluppare linee guida per riconoscere e combattere la distorsione e la negazione dell’Olocausto. Nel suo programma non dimentica di considerare l’immane tragedia della Shoah, ma impone parimenti di ricordare lo sterminio subito, con gli stessi metodi e dagli stessi attori politici, delle popolazioni rom. L’Italia è uno dei 35 Paesi che fanno parte dell’IHRA – dal 1999 –, a cui vanno aggiunti 8 osservatori e riunisce formalmente esperti, diplomatici, educatori e rappresentanti di istituzioni internazionali. Fin qui nulla da eccepire, poi però si propone di fornire una definizione operativa condivisa di antisemitismo basata su 11 esempi concreti. Chiedere, sostenere o giustificare l’uccisione o il danneggiamento di persone ebraiche, spesso in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista; fare accuse mendaci, disumanizzanti o demonizzanti sugli ebrei come collettività, come il mito del complotto ebraico mondiale o il controllo di media, economia e governo; ritenere gli ebrei collettivamente responsabili di azioni o crimini commessi da singoli individui o gruppi ebraici; negare il genocidio del popolo ebraico perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati durante la Seconda guerra mondiale; sostenere che gli ebrei siano più fedeli a Israele (o a presunte priorità globali) rispetto agli interessi della propria nazione; affermare che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’espressione razzista; richiedere a Israele un comportamento non richiesto o non atteso a nessun altro paese democratico; usare paragoni tra le politiche israeliane contemporanee e quelle dei nazisti; usare stereotipi o immagini negative e sinistre per descrivere gli ebrei (nel linguaggio parlato, scritto o visivo); prendere di mira simboli, luoghi di culto, beni o istituzioni della comunità ebraica con atti vandalici o violenti; negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione (ad esempio sostenendo che l’esistenza di Israele sia illegittima). L’IHRA specifica, tuttavia alla fine, che le normali critiche politiche verso Israele, simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese, non sono considerate antisemite. Fa pensare il fatto che, assumendo tale approccio, negli Usa di Trump, si siano potuti sgomberare gli accampamenti degli studenti che protestavano contro i programmi di collaborazione e investimento dei propri atenei, con lo Stato e con il governo di Israele. E non si è trattato soltanto di violente pratiche repressive ma anche di provvedimenti disciplinari atti ad intimidire ogni manifestazione di spirito critico.

In almeno 7 degli “esempi concreti” si notano due punti estremamente pericolosi: l’utilizzo disinvolto, quasi fossero sinonimi, di “ebraismo” e “Israele” e la definizione di limiti alla critica politica che nessun Paese oggi pretende di avere. Far divenire legge l’approccio dell’IHRA espone nei fatti chiunque osi attuare politiche di critica, anche radicali, come le manifestazioni di solidarietà contro il genocidio a Gaza, per il diritto all’autodeterminazione e ad all’esistenza dello Stato di Palestina, sancito da innumerevoli risoluzioni ONU mai osservate, lo stesso diritto alla resistenza, in forme pacifiche come il boicottaggio economico, la fine degli investimenti militari verso uno Stato responsabile di crimini contro l’umanità, tanto è sancito dalla Corte Penale Internazionale, come azione antisemita. Basti un esempio fra gli 11per comprendere la gravità di tale normativa: è antisemita “richiedere a Israele un comportamento non richiesto o non atteso a nessun altro paese democratico”. Distruggere ospedali e scuole, ammazzare bambini deliberatamente e consapevolmente, considerare un bersaglio i giornalisti, vietare l’accesso a osservatori internazionali affamare una popolazione, non far entrare medicinali, sradicare le piante, sequestrare i terreni per occuparli illegalmente, arrestare indiscriminatamente uomini, donne e bambini, spesso senza processo è insomma normale negli Stati “come Israele” e non si possono per questo rivolgere critiche o minacciare di rompere le relazioni diplomatiche. Tutti così diventano antisemiti, da Sanchez a Francesca Albanese, da Medici Senza Frontiere alla Caritas, insieme a tutte le ong che denunciano l’operato terrorista dell’Idf, arrivando persino ad accusare il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres.

Quello che sta accadendo in Italia è esemplare quanto assurdo: i nipotini di uno dei teorici della “Difesa della Razza”, Giorgio Almirante, che nel 1938 rendeva questo paese definitivamente complice di Hitler, si apprestano a far diventare tale normativa legge dello Stato. Il disegno di legge “Gasparri”, approvato con lievissime modifiche per renderlo apparentemente meno esposto ad attacchi di dubbia costituzionalità, approda in Commissione affari costituzionali alla Camera il 9 settembre prossimo. Non è casuale. Accade esattamente un anno dopo i giorni in cui l’opposizione al genocidio diveniva da noi terreno comune di forti mobilitazioni, le più ampie d’Europa, bisognava correre ai ripari, ovviamente con mezzi repressivi, anche per scoraggiare tanto la ripresa delle mobilitazioni nell’autunno che si avvicina quanto che prosegua un dibattito libero nelle scuole e nelle università in cui i valori che vengono portati sono quelli della solidarietà internazionalista e del rifiuto di qualsiasi forma di razzismo. Quando il testo sarà legge e fa paura come anche settori dell’opposizione parlamentare abbiano fatto proprie proposte meno crude ma simili e che, come fatto al Senato, non rifiuteranno tale obbrobrio giuridico si rischi di giungere ad un punto di non ritorno. Saranno tacciate o tacciabili di “odio razziale”, le denunce delle politiche coloniali israeliane, di ogni violazione dei diritti umani e di quanto già ampiamente scritto. E si coglie quasi un paradosso, la definizione dell’IHRA nata come giuridicamente non vincolante si farà legge. Il testo del ddl Gasparri1 diverrà non solo uno strumento per reprimere il dissenso politico e scoraggiare la ricerca, la diffusione, la documentazione relativa ai crimini commessi dal governo italiano ma di fatta istituzionalizzerà l’autocensura. Il nostro sarebbe, insieme alla Romania, il primo Paese a far divenire questo legge dello Stato, con elementi che definire inquietanti è poco. Al di là del fatto che tanto al Senato quanto, si presuppone, alla Camera, non si è voluto trovare nemmeno il tempo per svolgere audizioni di soggetti indipendenti, tali da intervenire sulla proposta, dopo la sua entrata in vigore diventerà ancora più difficile, per fare un esempio fra i tanti, svolgere momenti di formazione per studentesse e studenti su tali tematiche. Ci saranno organismi di autorità, meglio dire di vigilanza, che decideranno se tale incontro si potrà tenere o meno, se le persone invitate saranno considerate adeguate o no, potranno imporre un contraddittorio imponendo esponenti di dichiarato orientamento sionista. C’è persino il rischio che campagne di boicottaggio, come quella legittimamente promossa da BDS, vengano considerate azioni antisemite. Ciò che in parte sta già avvenendo grazie alle disposizioni del ministro Valditara, in scuole e università e che magari incontrano il sostegno zelante di alcune – solo alcune – autorità scolastiche, in cui sono stati emessi provvedimenti disciplinari nei confronti di docenti accusati di antisemitismo, diventerà norma. La normativa vincolerà ancora di più l’operato dei giornalisti già messo a dura prova. Il 13 ottobre 2025, durante una conferenza stampa a Bruxelles, il giornalista Gabriele Nunziati aveva chiesto se, analogamente a quanto previsto per far pagare la Russia per la ricostruzione dell’Ucraina, anche Israele avrebbe dovuto coprire i costi per la ricostruzione di Gaza. Per aver rivolto tale domanda, l’Agenzia Nova, per cui operava, ha sospeso il rapporto di lavoro con il giornalista che oggi sta cercando di far rivalere in tribunale i propri diritti, in nome dell’Articolo 21 della Costituzione. Sarà ancora possibile farlo quando anche simili domande verranno considerate antisemite? E cosa accadrà ai lavoratori portuali che nei mesi scorsi hanno impedito, in alcuni porti italiani, di far partire ordigni di morte destinati a riempire gli arsenali dell’esercito israeliano? La nuova legge andrà a colpire persino quei gruppi ebraici, anche internazionali che, partendo dalla memoria dell’Olocausto e ben consapevoli di dove si annidino i reali pregiudizi antisemiti, si oppongono concretamente al genocidio di Gaza come all’annessione della Cisgiordania. Diventa difficile non considerare l’introduzione di questa nuova normativa, come un regalo ed un atto di puro vassallaggio al governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu in un Paese che ad ottobre dovrebbe andare alle urne e che necessita di consenso internazionale.

Ma, tornando al mondo del giornalismo e dell’informazione, si pensi che l’Ordine dei Giornalisti ha da tempo accettato la Dichiarazione di Gerusalemme del 20212 nata in aperta critica alle posizioni espresse dall’IHRA, non vincolante dal punto di vista giuridico ma utile a identificare, monitorare e combattere l’antisemitismo reale, definendo linee guida e contrapponendo a tale forma di odio razziale, la protezione dei diritti umani e della libertà di critica. Chi opera nell’informazione pur riconoscendosi in questa Dichiarazione, dovrebbe adeguarsi a quella dell’IHRA.

Alcune associazioni, forze sociali, politiche, del mondo dell’informazione, della solidarietà, hanno promosso una prima mobilitazione, un presidio, da tenersi il 9 settembre, a partire dal primo pomeriggio, davanti a Montecitorio, per “fermare una norma che confonde deliberatamente critica politica e discriminazione, e per far rispettare le leggi già esistenti in modo che combattano davvero ogni forma di razzismo senza diventare un bavaglio contro chi denuncia il genocidio e le politiche disumane del governo israeliano”. I promotori, Transform!Italia è fra questi, chiamano il mondo della cultura, scuola, università, ricerca, informazione, arte, sport, le realtà sociali, culturali, sindacali, politiche realmente democratiche a fare fronte comune per impedire questo nuovo scempio alla democrazia. Chiedono (chiediamo) “una normativa che: difenda la memoria della Shoah senza trasformarla in arma politica; protegga davvero le persone ebree da ogni forma di odio; impedisca che l’antisemitismo venga manipolato per giustificare l’oppressione di un altro popolo e mettere in campo forme di repressione e derive autoritarie; garantisca che la lotta al razzismo sia una lotta unica, indivisibile, senza gerarchie né eccezioni”. Nell’appello lanciato si ricorda che gli strumenti normativi per prevenire e punire i crimini d’odio già ci sono, come la legge 205/1993 (Legge Mancino) e basterebbe applicarla senza creare ulteriori norme particolari e per di più apertamente liberticide. Secondo i promotori del presidio, che permetterà ad ognuna/o di esprimersi e il cui elenco cresce di ora in ora, dimostrando che nel Paese esistono forti anticorpi all’autoritarismo, intende essere l’inizio di un percorso che contemporaneamente fermi l’ennesima spinta autoritaria, mascherata da lotta all’antisemitismo ma che contemporaneamente rilanci il movimento di solidarietà con la Palestina, quello che leggi e comportamenti repressivi in ogni ambito della società italiana, vorrebbero annullare.

Stefano Galieni

  1. https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=59493.[]
  2. https://jerusalemdeclaration.org/.[]
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I teorici della sconfitta preventiva

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