Teachers for Future nasce nel 2019, nel pieno delle mobilitazioni internazionali di ragazze e ragazzi per il clima. La domanda da cui siamo partiti era molto semplice: se i nostri studenti stanno scendendo in piazza per chiedere agli adulti di occuparsi del loro futuro, noi insegnanti possiamo limitarci a guardarli?
La risposta è stata naturalmente no. Abbiamo sentito la necessità di costruire una rete di docenti che non fosse soltanto un luogo di sensibilizzazione sui temi ambientali, ma uno spazio di confronto, ricerca e proposta. Un luogo in cui gli insegnanti potessero tornare a sentirsi parte attiva della società e non semplicemente esecutori di programmi e indicazioni.
Per me questo è un aspetto fondamentale. L’insegnante non è soltanto una persona che trasmette conoscenze. È una figura che ogni giorno entra in contatto con le trasformazioni della società, vede cambiare i ragazzi, le famiglie, i territori e intercetta spesso problemi che arrivano nelle istituzioni molto più tardi. Per questo credo che la categoria docente abbia una responsabilità sociale e civile enorme, che negli ultimi decenni è stata progressivamente indebolita anche dalla perdita di riconoscimento e di valore sociale della professione.
Teachers for Future nasce quindi dentro una crisi, quella climatica, ma anche dentro una riflessione più ampia sul ruolo della scuola e degli insegnanti.
In questi anni abbiamo lavorato sull’educazione ecologica, sulla giustizia climatica, sulla sostenibilità, sui cambiamenti necessari nei curricula e nella formazione. Ma abbiamo cercato soprattutto di tenere insieme educazione e trasformazione: non basta insegnare ai ragazzi a fare la raccolta differenziata o a consumare meno. Dobbiamo metterli nelle condizioni di comprendere le cause profonde della crisi climatica, le disuguaglianze che produce e il rapporto tra ambiente, economia, diritti e democrazia.
Nel frattempo, però, il cambiamento climatico ha smesso di essere qualcosa che raccontiamo sui libri ed è entrato fisicamente nelle scuole.
Le temperature sempre più elevate, le ondate di calore, gli edifici inadeguati, la qualità dell’aria e il problema del microclima ci hanno costretto a fare un passo ulteriore: non soltanto educare alla crisi climatica, ma chiedere che la scuola sia messa nelle condizioni di affrontarla.
Da qui nasce la campagna “Quanto fa caldo nella tua aula?”, con cui abbiamo iniziato a raccogliere temperature, dati e testimonianze direttamente dalle scuole. Volevamo trasformare una percezione individuale – “nella mia aula si muore di caldo” – in un problema documentato e quindi politicamente non più ignorabile.
E questo rappresenta bene l’evoluzione di Teachers for Future: partire dall’esperienza degli insegnanti, trasformarla in conoscenza, produrre dati e arrivare alla proposta politica.
Oggi chiediamo quindi un vero Piano nazionale di adattamento climatico delle scuole, perché non possiamo continuare a gestire il caldo come un’emergenza che si ripresenta ogni estate. Servono edifici più efficienti e climaticamente sicuri, ventilazione, schermature, verde, ombreggiamento, superfici permeabili, sistemi di raffrescamento dove necessari e produzione di energia rinnovabile.
Ma la nostra battaglia non riguarda soltanto gli edifici. Riguarda l’idea stessa di scuola. Noi pensiamo a una scuola capace di educare alla giustizia climatica, alla cura, alla cittadinanza e alla pedagogia della speranza, ma anche capace di rivendicare condizioni dignitose per chi la vive ogni giorno.
E forse è proprio questo il significato più profondo di “Teachers for Future”: non essere semplicemente insegnanti che parlano del futuro, ma insegnanti che decidono di prendere parte alla sua costruzione.
In un momento in cui la categoria è spesso stanca, frammentata e sfiduciata, io vedo invece un fermento importante. Ci sono tantissimi docenti che hanno ancora voglia di studiare, organizzarsi, confrontarsi e provare a cambiare le cose.
TFF vuole contribuire a dare una forma e una voce a questo fermento: una rete di insegnanti che non si rassegna a subire il cambiamento, ma vuole essere protagonista nel trasformarlo.
Guardiamo con particolare interesse alle esperienze di città come Parigi e Barcellona, dove alcune scuole sono state trasformate in vere infrastrutture climatiche: più alberi e ombra, superfici permeabili, ventilazione, gestione dell’acqua, riqualificazione degli edifici e spazi capaci, in alcuni casi, di diventare rifugi climatici per il quartiere.
La cosa interessante è il cambio di paradigma: la scuola non viene più considerata soltanto un edificio da rendere efficiente, ma un luogo da adattare al clima presente e futuro e una risorsa per tutta la comunità.
Per l’Italia proponiamo un Piano nazionale di adattamento climatico delle scuole, che parta dalla conoscenza della situazione reale. Bisogna mappare gli edifici, misurare temperature e qualità dell’aria, individuare le scuole più vulnerabili e stabilire priorità di intervento.
E non basta installare condizionatori. Servono isolamento, schermature solari, ventilazione, alberature, de-pavimentazione, gestione dell’acqua, efficientamento energetico e fotovoltaico. Il raffrescamento può essere necessario, ma deve essere inserito in una strategia complessiva.
Dobbiamo smettere di progettare le scuole pensando al clima di sessant’anni fa e cominciare a progettare quelle del futuro.
Per questo proponiamo una mappa nazionale della vulnerabilità climatica delle scuole, che permetta di stabilire le priorità sulla base del rischio e non della capacità economica del singolo Comune.
La modalità per noi è molto semplice: misurare, mappare, stabilire le priorità, finanziare e verificare.
Gli interventi devono essere strutturali: isolamento, schermature solari, ventilazione, alberature, de-pavimentazione, efficientamento energetico e, dove necessario, sistemi di raffrescamento.
Dobbiamo inoltre prestare particolare attenzione alle scuole dell’infanzia e agli ambienti dove lavorano quotidianamente gli insegnanti e il personale scolastico.
Non possiamo continuare a mettere un condizionatore dentro un edificio che rimane un forno. Dobbiamo adattare gli edifici scolastici al clima che abbiamo già e a quello che avremo nei prossimi decenni.
Teachers for Future può svolgere proprio questa funzione: essere come dicevi un enzima di cambiamento, capace di mettere in relazione studenti, famiglie, associazioni, realtà culturali e artistiche, comunità religiose, sindacati, istituzioni e politica.Dialogare con partiti e istituzioni non significa diventare il braccio culturale di qualcuno. Significa portare le nostre proposte nei luoghi dove si prendono le decisioni, mantenendo la nostra autonomia e la nostra capacità critica.La crisi climatica e le trasformazioni sociali non possono essere affrontate da un singolo soggetto. Dobbiamo quindi passare dalla semplice denuncia alla costruzione di alleanze.Gli insegnanti, del resto, sono un osservatorio privilegiato su ciò che sta cambiando nella società. Vediamo ogni giorno nelle aule disuguaglianze, fragilità, trasformazioni culturali e problemi nuovi. Questa conoscenza deve uscire dalla scuola, diventare ricerca e dati e arrivare nei luoghi delle decisioni.
In una società sempre più frammentata, costruire connessioni è già una forma concreta di politica.
La forza di Teachers for Future è stata finora quella di essere una rete libera, agile e capace di muoversi rapidamente. Ma se vogliamo incidere davvero sulle politiche scolastiche e ambientali dobbiamo diventare anche un interlocutore stabile, capace di produrre ricerca, elaborare proposte, raccogliere dati e confrontarsi costantemente con istituzioni, sindacati e politica.
Strutturarsi non deve però significare burocratizzarsi o perdere la nostra natura di rete. La struttura deve servire a rendere più forte quello che già facciamo: seguire i dossier, valorizzare le competenze presenti nella rete, costruire campagne e dare continuità al lavoro.
Credo inoltre che possiamo svolgere una funzione importante per aiutare la politica e il sindacato a decifrare ciò che sta succedendo dentro le scuole. Gli insegnanti sono un osservatorio permanente della società, ma questa enorme quantità di esperienza viene ancora troppo poco raccolta e trasformata in conoscenza e proposte.
Il salto di qualità, quindi, è passare da una rete che denuncia a una comunità organizzata che ricerca, propone e agisce, mantenendo autonomia e capacità critica.
In fondo, possiamo diventare un ponte tra ciò che accade ogni giorno nelle aule e le decisioni che determineranno il futuro della scuola e del Paese.
Leonardo Ragozzino
Ecco il link per firmare la petizione https://www.change.org/p/basta-studiare-a-35-c-serve-un-piano-nazionale-per-adattare-le-scuole-al-climate-change?
