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Le porte girevoli della guerra: Crosetto, Leonardo e il laboratorio ucraino

di Daniele
Iannello

Guido Crosetto arriva al Ministero della Difesa dopo avere trascorso quasi otto anni al vertice dell’organizzazione che rappresenta l’industria militare italiana. Leonardo, controllata dallo Stato, apre una società a Kiev per entrare direttamente nell’ecosistema ucraino dei droni e delle nuove tecnologie belliche. Poco dopo Crosetto chiama come proprio consulente Mykhailo Fedorov, l’ex ministro della Difesa ucraino rimosso da Zelensky al termine di uno scontro che riguardava proprio l’innovazione militare, gli acquisti di armamenti e i rapporti tra governo, imprese e vertici delle Forze armate.
Presi separatamente sono tre fatti diversi. Messi insieme descrivono qualcosa di più interessante e più profondo di un conflitto d’interessi individuale: un sistema nel quale politica della Difesa, industria delle armi e laboratorio ucraino della guerra tecnologica si avvicinano fino quasi a sovrapporsi.

Dalla lobby delle armi al ministero

Guido Crosetto arriva quindi al Ministero della Difesa con un background consolidato. Nel settembre 2014 diventa presidente dell’AIAD, la federazione di Confindustria che rappresenta le aziende italiane dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza: Leonardo, Fincantieri, MBDA Italia, Iveco Defence e buona parte del comparto militare nazionale.
Nello stesso periodo svolge attività di consulenza per Leonardo. Crosetto ha sempre precisato di non essere stato un dipendente della società, ma un advisor indicato nell’ambito del suo ruolo di presidente dell’AIAD. La distinzione formale è legittima. Non modifica però il dato politico: il futuro ministro veniva remunerato dalla maggiore industria militare italiana mentre rappresentava gli interessi complessivi del settore.
Secondo i documenti societari esaminati da Domani, tra il 2018 e il 2021 Leonardo avrebbe versato alle società di Crosetto circa 1,8 milioni di euro; nel solo 2021 i compensi sarebbero stati pari a 619 mila euro. Fu inoltre presidente di Orizzonte Sistemi Navali, società partecipata da Leonardo e Fincantieri.
Quando nell’ottobre 2022 diventa ministro, Crosetto lascia gli incarichi privati. Il ministero sostiene che, in base alla legge italiana, le precedenti funzioni non determinino automaticamente un conflitto d’interessi. Certamente vero. Resta il problema politico delle porte girevoli: chi fino al giorno prima rappresentava e consigliava l’industria militare diventa il responsabile dell’amministrazione che stabilisce priorità strategiche, programmi d’armamento e impiego delle risorse pubbliche.
La porta, peraltro, continua immediatamente a girare. Il 9 novembre 2022 alla presidenza dell’AIAD viene eletto Giuseppe Cossiga, già sottosegretario alla Difesa con responsabilità sugli approvvigionamenti militari e, dal 2017, direttore delle relazioni istituzionali di MBDA Italia, il gruppo missilistico partecipato per il 25 per cento da Leonardo. Crosetto passa dunque dalla rappresentanza delle imprese al ministero; Cossiga dalla politica all’industria missilistica e poi alla rappresentanza delle imprese che dialogano con quello stesso ministero.
È purtroppo qualcosa di straordinariamente ordinario: le competenze maturate nelle istituzioni diventano preziose per le aziende e quelle acquisite nelle aziende vengono presentate come requisito per governare le istituzioni. Formalmente i ruoli restano distinti. L’ambiente, le relazioni e gli obiettivi sono gli stessi.

Leonardo entra nel laboratorio della guerra

Nel maggio 2026 Leonardo costituisce Leonardo Ukraine LLC, società di diritto ucraino con sede a Kiev, controllata al 100 per cento attraverso Leonardo International. Non è un’indiscrezione giornalistica: la società compare nella relazione finanziaria semestrale del gruppo al 30 giugno 2026.
Non si tratta semplicemente di aprire un ufficio commerciale in un mercato promettente. L’Ucraina è oggi il principale laboratorio mondiale della guerra tecnologica. Droni a basso costo, sistemi autonomi, guerra elettronica, intelligenza artificiale, difesa antiaerea e trattamento dei dati vengono sperimentati quotidianamente in condizioni operative reali.
Le imprese ucraine possiedono qualcosa che nessun grande gruppo occidentale può riprodurre integralmente nei poligoni né nel più avanzato centro di addestramento: l’esperienza accumulata durante anni di conflitto, il rapporto diretto con le unità combattenti e un’enorme quantità di dati provenienti dal campo di battaglia. I cicli di progettazione sono diventati rapidissimi: una tecnologia viene impiegata, il nemico sviluppa una contromisura, il prodotto viene modificato e rimandato al fronte.
Per Leonardo entrare in questo ecosistema significa accedere a competenze, imprese e informazioni operative; costruire accordi con produttori locali; conquistare una posizione nel futuro mercato europeo della difesa. Un mercato alimentato dall’aumento generalizzato delle spese militari, dai programmi di riarmo dell’Unione europea e NATO e dai fondi destinati alla ricostruzione e al rafforzamento dell’Ucraina.
La scelta è coerente con la trasformazione più generale di Leonardo. L’azienda pubblica viene sempre più presentata come campione nazionale della sicurezza, mentre la guerra e la preparazione della guerra diventano motore di crescita, innovazione e profitti. Lo Stato finanzia la domanda, sostiene la ricerca, promuove le esportazioni e apre relazioni diplomatiche; l’impresa trasforma tutto questo in commesse e posizionamento industriale.
È precisamente in questo passaggio che compare Mykhailo Fedorov.

Il ministro che voleva cambiare gli acquisti militari

Prima ministro della Trasformazione digitale e poi ministro della Difesa, Fedorov è stato uno degli artefici della modernizzazione tecnologica ucraina. Ha contribuito alla digitalizzazione dello Stato, allo sviluppo dell’ecosistema nazionale dei droni e all’impiego sistematico dei dati nella condotta della guerra.
Alla guida della Difesa rimane però soltanto sei mesi.
La spiegazione attribuita a Zelensky è lo scontro ormai insanabile tra Fedorov e il comandante in capo delle Forze armate, Oleksandr Syrskyi. Il ministro voleva accelerare la riorganizzazione dell’esercito, spostare risorse verso droni e sistemi autonomi, utilizzare maggiormente i dati per valutare l’efficacia delle unità e rivedere i processi di approvvigionamento. I vertici militari gli contestavano decisioni non sempre corrispondenti alle richieste operative e una riforma troppo rapida della macchina bellica.
Fedorov ha fornito una versione ancora più delicata. Dopo la rimozione ha sostenuto che il conflitto decisivo riguardasse la riorganizzazione delle gare e degli acquisti del ministero. Le sue riforme, ha detto, avevano colpito gli interessi di molte persone e aziende, producendo pressioni e una campagna negativa intorno a lui.
Non sappiamo quali interessi siano stati effettivamente toccati né quanto abbiano pesato sulla decisione di Zelensky. Ma il punto resta: Fedorov non è stato rimosso perché estraneo all’innovazione militare o incapace di comprenderla. È stato allontanato mentre cercava di modificare i criteri di spesa, le procedure di acquisto e i rapporti di forza tra ministero, apparato militare e imprese.
La sua estromissione ha provocato proteste e ne ha accresciuto il profilo politico. Da uomo cresciuto dentro il sistema di Zelensky, Fedorov è diventato progressivamente un critico del governo, arrivando a denunciare una crisi della governance ucraina e a chiedere il ritorno alle elezioni. Zelensky ha respinto questa prospettiva sostenendo che il voto durante la guerra dividerebbe e indebolirebbe il paese.

La telefonata di Crosetto

Crosetto ha raccontato di avere telefonato a Fedorov il giorno successivo alla sua rimozione e di avergli proposto di lavorare con lui come advisor.
Il 28 agosto Fedorov ha accettato di diventare consulente del ministro italiano per l’innovazione della Difesa. Il comunicato ufficiale indica come terreni del confronto i droni, i sistemi unmanned, la difesa aerea e lo sviluppo dell’ecosistema tecnologico: esattamente i settori sui quali Leonardo intende rafforzare la propria presenza in Ucraina.
La coincidenza non dimostra che l’incarico sia stato suggerito da Leonardo o costruito per favorirla. Nessun documento pubblico permette di sostenerlo. Descrive però una convergenza oggettiva: l’azienda italiana entra nell’ecosistema militare ucraino e, quasi contemporaneamente, il ministero acquisisce come consulente uno dei suoi principali costruttori.
L’incarico presenta inoltre caratteristiche particolari. Fedorov non entra stabilmente nell’organico del ministero e non si trasferisce a Roma. Secondo il suo ufficio stampa, lavorerà su base esterna, resterà a Kiev e continuerà a dedicarsi principalmente ai propri progetti ucraini nel campo della digitalizzazione e della difesa. Ha presentato il viaggio in Italia come la prima tappa di una missione internazionale finalizzata a sviluppare nuovi progetti defense-tech e a reperire risorse.
Fedorov non sembra quindi un tecnico che abbandona l’Ucraina per mettersi al servizio esclusivo di un altro governo. Può diventare qualcosa di più interessante: una figura di collegamento tra l’ecosistema tecnologico ucraino, i governi occidentali e le rispettive industrie militari.

Il silenzio di Kiev

Ci si potrebbe aspettare che il reclutamento di un ex ministro appena rimosso, ormai in contrasto con Zelensky e depositario di informazioni sensibili, produca almeno qualche tensione diplomatica. Finora non è accaduto.
Non risulta una protesta ufficiale del governo ucraino. Non sappiamo se Kiev sia stata preventivamente informata, se abbia approvato informalmente l’operazione oppure abbia semplicemente deciso di non reagire. Il silenzio, da solo, non dimostra un accordo. Ma aiuta a capire che la consulenza può non essere considerata contraria agli interessi ucraini.
L’Italia resta un partner politico e militare dal quale Kiev attende sistemi di difesa, finanziamenti e sostegno in Europa. Uno scontro pubblico con Roma sarebbe controproducente. Inoltre Zelensky, dopo la rimozione, aveva offerto a Fedorov altri incarichi legati all’innovazione militare, segnalando la volontà di allontanarlo dal controllo del ministero senza necessariamente disperderne le competenze.
Soprattutto, il nuovo ruolo può portare risorse all’Ucraina. Se la consulenza favorirà investimenti europei, accordi con aziende di Kiev, trasferimenti tecnologici o joint venture, Fedorov continuerà a rafforzare il sistema industriale ucraino pur operando come consigliere di Crosetto. La sua permanenza a Kiev e la ricerca dichiarata di finanziamenti per nuovi progetti rendono questa ipotesi plausibile.
È qui che Leonardo Ukraine acquista un significato ulteriore. Da una parte c’è una società italiana alla ricerca di tecnologie, dati operativi e imprese ucraine. Dall’altra c’è l’uomo che ha contribuito a costruire quell’ecosistema, ne conosce aziende, tecnici e programmi e può ora consigliare il ministro italiano sui settori nei quali investire.

Il complesso militare-industriale non ha bisogno di complotti

La sequenza è ormai completa. Un ex rappresentante dell’industria militare e consulente di Leonardo diventa ministro della Difesa. Alla guida della federazione delle imprese gli succede un ex sottosegretario proveniente da un produttore di missili partecipato da Leonardo. Leonardo apre a Kiev una società dedicata alle tecnologie maturate nella guerra. L’ex ministro ucraino che ha contribuito a costruire quell’ecosistema – e che è stato rimosso mentre cercava di modificarne appalti e rapporti di potere – diventa consulente del ministro italiano, pur restando in Ucraina e continuando a cercare risorse per progetti ucraini.
A questo punto diventa naturale domandarsi se esista ancora una separazione effettiva tra l’indirizzo pubblico della Difesa e la strategia commerciale della maggiore industria militare nazionale.
Il ministero individua le minacce e definisce i fabbisogni. Leonardo produce le tecnologie destinate a soddisfarli. L’Ucraina offre il campo di sperimentazione, le imprese innovative e i dati della guerra. Fedorov può diventare il punto di collegamento fra questi livelli.
La guerra viene presentata come un’emergenza alla quale adattarsi. Intanto diventa un modello economico permanente. Produce nuovi mercati, orienta la ricerca, determina gli investimenti pubblici e costruisce carriere politiche e industriali. Ogni innovazione sperimentata sul campo genera una nuova esigenza militare; ogni esigenza giustifica altri stanziamenti; ogni stanziamento rafforza imprese che avranno interesse a rendere strutturale quella domanda.
È il complesso militare-industriale aggiornato all’epoca dei droni, dei dati e dell’intelligenza artificiale. Non più soltanto generali e fabbriche di cannoni, ma ministri, società partecipate, start-up tecnologiche, fondi europei, consulenti internazionali e informazioni raccolte direttamente sul campo di battaglia.

La pace come conflitto politico

Per i movimenti denunciare questo sistema non significa ignorare l’invasione russa, negare agli ucraini il diritto di difendersi o sostituire alla propaganda occidentale quella di Mosca. Significa rifiutare l’idea che la guerra debba diventare l’orizzonte permanente dell’Europa e che la sicurezza possa essere affidata alle imprese che guadagnano dalla moltiplicazione delle minacce.
Significa anzitutto tornare a domandare chi decide. Perché mentre per ospedali, scuole, salari, politiche climatiche, casa, trasporto pubblico ci viene spiegato che le risorse sono limitate, per gli armamenti la spesa diventa improvvisamente inevitabile e potenzialmente infinita. Mentre alle persone si impongono sacrifici, l’industria militare riceve commesse, fondi per la ricerca, sostegno diplomatico e accesso diretto ai luoghi nei quali si forma la decisione politica.
Leonardo è controllata dallo Stato. Dovrebbe quindi rispondere a un interesse collettivo definito democraticamente, non usare la partecipazione pubblica come garanzia finanziaria mentre agisce come una multinazionale alla ricerca di nuovi mercati di guerra. La sua strategia in Ucraina, gli eventuali rapporti con Fedorov e l’accesso a tecnologie e dati militari non possono essere considerati affari riservati ai consigli di amministrazione e agli uffici ministeriali.
Occorre spezzare le porte girevoli tra imprese militari e istituzioni, rendere pubblici incarichi e relazioni, sottoporre i grandi programmi d’armamento a una discussione parlamentare reale e riportare sotto controllo democratico le aziende partecipate. Ma la trasparenza, da sola, non basta. Un complesso militare-industriale perfettamente trasparente rimarrebbe comunque un complesso militare-industriale.
Serve rovesciare la direzione presa dall’Europa: dalla preparazione di una guerra permanente alla costruzione di una sicurezza comune, fondata sulla diplomazia, sul disarmo negoziato, sulla cooperazione e sull’autonomia dei popoli dai blocchi militari. La riconversione dell’industria bellica, la destinazione civile della ricerca e la sottrazione delle scelte strategiche al mercato non sono appendici morali della politica economica. Sono terreno concreto della lotta per la pace.
Il caso Crosetto-Leonardo-Fedorov non racconta soltanto possibili conflitti d’interesse. Mostra il potere che si sta costruendo intorno alla guerra come dispositivo di riproduzione del capitale: un potere capace di trasformare il conflitto in mercato, il mercato in strategia nazionale e la strategia industriale in una scelta politica presentata come inevitabile.
Il nostro compito è rompere questa inevitabilità. Dire che la sicurezza non appartiene ai produttori di armi, che la politica estera non può essere scritta nei consigli di amministrazione e che il futuro dell’Europa non può essere deciso da chi considera ogni guerra anche un’opportunità industriale.
La pace non è l’attesa passiva che i conflitti finiscano. È il conflitto politico contro le strutture economiche e di potere che hanno bisogno di renderli permanenti.

Daniele Iannello

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