In questi giorni ci siamo imbattuti nuovamente nel sistema degli appalti e delle filiere degli appalti, di gare bandite da enti pubblici e aggiudicate con il 30 per cento di ribasso, con il ricorso sistematico al subappalto.
E’ bene sapere che numerosi eventi nascondono una realtà non edificante con gare che affidano i servizi a ditte disposte ad abbassare i costi anche di un quarto rivalendosi sul costo del lavoro ridotto ai minimi termini. Se poi parliamo di eventi culturali, storici, di pubbliche manifestazioni dovremmo pensare ai lavoratori e alle lavoratrici in appalto e subappalto, spesso con partite iva farlocche.
Le scintillanti carriere di tanti dirigenti pubblici e privati sono costruite sulla farsa degli appalti, sulle spalle di lavoratrici e lavoratori stretti tra salari iniqui e condizioni di precarietà e ricattabilità estreme. E sono questi i settori nei quali gli infortuni sul lavoro si presentano con maggiore frequenza. E oggi avere un rapporto di lavoro stabile a tempo indeterminato non salva il lavoratore da una paga oraria da fame, al di sotto del livello di povertà.
L’internalizzazione delle attività è una sorte di tabù, il sistema di appalti e subappalti all’ombra del pubblico conviene ai governi di centro sinistra e di centro destra, è in questi contesti che si annida il lavoro povero e precario ma anche la convenienza dei processi di privatizzazione ed esternalizzazione.
Sono anni che assistiamo poi inerti alle politiche di riduzione del welfare, uno stato sociale fermo a decenni or sono e calibrato su famiglie monoreddito quando ormai due stipendi non bastano a salvarsi dalla miseria. Le croniche carenze del sistema educativo e di quello sanitario sono la prova eloquente che il nostro welfare non funziona, per farlo avrebbe bisogno di risorse ben maggiori di quelle attribuite dai vari governi succedutisi. E la tendenza generale è dividere in compartimenti stagni le questioni, è impossibile parlare di lavoro senza welfare e viceversa, basterebbe ricordare che senza servizi all’infanzia adeguati diventa impossibile per un familiare cercare una occupazione.
Manca quindi una visione di insieme, come sono carenti gli strumenti di controllo sugli appalti e sui subappalti, ci si limita al rispetto dei capitolati di appalto evitando di guardare alle condizioni di vita e di lavoro materiali.
Da un anno è in corso un dibattito serrato tra associazioni, pezzi di sindacati di base e no attorno alle tematiche della cultura. Siamo partiti dalla denuncia del volontariato nei musei e nelle mostre per sostituire personale specializzato e formato per approdare alla denuncia dei luoghi culturali come ambito privilegiato per ambientare pubblicità, sfilate di moda, matrimoni e altro ancora. La condizione di sfruttamento e quasi di invisibilità del personale culturale ci ha spinto a proclamare uno sciopero generale della cultura per il 12 giugno.
Federico Giusti
