La Germania non finisce di stupire rompendo un tabù dietro l’altro, facendosi protagonista di un militarismo senza precedenti e aspirando a diventare la prima potenza militare d’Europa. La maniera aggressiva e senza scrupoli con cui lo fa mal si accompagna alla pretesa di far parte come membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, clamorosamente bocciata dal sonoro schiaffo ricevuto dall’Assemblea generale il 3 giugno scorso. Una figuraccia penosa a livello internazionale che la Germania si è del tutto meritata. Sia detto per inciso, in questo come in altri casi, appare sempre più inspiegabile la discrezione degli organi di informazione italiani su quel che si muove minacciosamente nella terza economia mondiale, e ormai quarto Paese per spese militari.
Il fallimento all’Onu, che non ha stupito più tanto chi segue la politica estera della Germania, la dice lunga soprattutto sulla sprovvedutezza mista a arroganza della classe dirigente di questo Paese. A stupire, invece, è prima l’ottimismo con cui il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul pensava di avere già il seggio in tasca e poi la sua incredulità di fronte all’esito del voto dell’Assemblea dell’Onu, molto al di sotto della necessaria maggioranza dei due terzi, con la Germania surclassata da Portogallo e Austria (che ha fatto campagna affermando “noi non siamo la Germania”, anche se persegue le stesse politiche), che si sono conquistati un posto nel Consiglio di sicurezza. Fa davvero specie l’ingenuità della diplomazia tedesca che nella persona del ministro degli esteri si era trattenuta una settimana a New York per promuovere in prima persona il proprio Paese in quanto “avvocato del diritto internazionale”. A motivare la candidatura vi era l’intenzione della Germania di “contribuire alla costruzione dell’architettura della sicurezza internazionale – per la pace e la sicurezza, nel rispetto e nella giustizia”, precisando addirittura, di fronte alla chiusura dello stretto di Hormuz, che “il consiglio di sicurezza debba essere all’altezza del suo ruolo”, per il rinnovamento delle Nazioni unite in quanto a capacità di intervento “per restare credibili e risolvere i conflitti presenti e futuri”. Un bell’ardire per il Paese guidato da un cancelliere secondo il quale, a proposito dell’attacco di un anno fa contro l’Iran, “Israele fa il lavoro sporco per noi” e che non ha mai condannato la violazione dei diritto internazionale da parte degli Usa come nell’aggressione contro il Venezuela e nel rapimento di Maduro (definite una situazione “complessa”), né per la guerra di Israele e Usa contro l’Iran, dichiarando anzi di condividerne gli obiettivi (quali?) salvo poi dire che “non è chiara la strategia perseguita” – a dimostrazione che la Germania antepone i suoi interessi di potere al diritto internazionale.
Solo poche ore prima del voto, Wadephul si era mostrato, nonostante i segnali degli osservatori, assolutamente fiducioso: “in base ai nostri colloqui con i rappresentanti di altri Paesi vedo una simpatia di fondo nei confronti della Repubblica federale”. Forse pensava che se era stata eletta la verde tedesca Annalena Baerbock a presidente dell’Assemblea l’anno scorso, una che aveva detto che “lo status di protezione per i civili decade se Hamas se ne fa scudo”, poteva portare bene per l’aggiudicazione del seggio. Poi, all’annuncio degli appena 104 voti sui 128 necessari, la reazione del ministro, visibilmente piccata, è stata quella di dare la colpa alla Russia che, con la sua “campagna di disinformazione”, ha agitato gli animi contro la Germania per la sua irremovibile difesa dell’Ucraina. Certo, il ministro confessa che forse il legame con Israele avrà pesato nell’esito del voto, ma del resto, annotava, è altrettanto nota la “responsabilità speciale” per motivi storici che ha la Germania nei confronti di quello stato. Già, ma questa responsabilità sicuramente non assolve, anzi aggrava, la politica del doppio standard che la Germania pratica in maniera sempre più sfacciata condonando a Israele qualsiasi nefandezza e rendendo assolutamente assurda agli occhi del mondo intero la sua pretesa di “difendere equamente l’ordine basato sulle regole”. Insomma per la prima volta dall’unificazione alla Germania le viene negato il seggio non permanente del consiglio di sicurezza dell’Onu, una decisione sacrosanta quanto incredibilmente incompresa dal governo tedesco, che, a quanto pare in modo completamente estraniato dalla realtà, si illudeva di poter acquisire una posizione di spicco anche nel consesso della comunità internazionale, mentre dichiara di voler assumere la guida della Nato con l’esercito più potente d’Europa. Il ministro democratico-cristiano dell’Assia per le politiche internazionali Manfred Pentz aveva addirittura proposto di tagliare i fondi all’Onu (la Germania è secondo contribuente): “Se non possiamo avere l’influenza che ci spetta, ci si chiede allora: perché dovremmo continuare a investirci così tanto denaro?“.
Peccato che non si sia capito che l’Onu, malgrado la crisi che sta attraversando, non è la Nato. E che il riarmo – e in quelle dimensioni – sicuramente non pare proprio un buon strumento per difendere diritti umani e diritto internazionale. In questo delirio di onnipotenza, totalmente in contrasto con le alquanto modeste capacità del governo di Cdu/Csu e Spd e della loro inetta classe politica di far fronte alla situazione abbastanza critica in cui versa la Germania, sia dal punto di vista economico, politico che culturale, questo Paese ha pensato di imboccare una via d’uscita che non può che aggravarla e che potrebbe trascinare l’Europa nel baratro: la guerra. La hybris si esprime al suo “meglio” nell’essersi dati una strategia militare che non ha eguali dalla Seconda guerra militare, in cui si circoscrive nero su bianco il “nemico” russo (che attaccherà secondo gli “esperti” militari l’Europa nel 2029) e vuol procedere a tamburo battente da qui al 2039 sulla strada dei reclutamenti e delle acquisizioni tecnologiche più innovative (con tutte le inquietanti diavolerie tra droni e armi automatiche dotate di IA) per darsi l’esercito più potente. Un supporto concreto di questo piano inquietante sembrano essere le partnership strategiche che la Germania ha siglato da una parte con l’Ucraina e dall’altra proprio con Israele, rendendo tra l’altro ancora più improbabile l’ambizione tedesca di svolgere un’opera di “intermediazione” in seno all’Onu “in favore di pace, rispetto e comprensione tra i popoli” (ruolo che nel mondo immaginario di Wadephul veniva riconosciuto alla Germania), assolutamente inconciliabile con la complicità della Germania nel genocidio palestinese. In virtù di vari accordi di cooperazione, tra gli altri con le forze dell’ordine e addirittura con l’esercito israeliano per esercitazioni e addestramento comuni, il legame con Israele si è fatto sempre più indissolubile. Oltre all’interscambio, in settori sensibili quali cybersecurity, sistemi di sorveglianza e armi ormai Israele è parte integrante dell’apparato produttivo tedesco con siti di aziende pubbliche come Rafael Advanced System e parteciperà alla riconversione della produzione dal civile al militare (a partire da Volkswagen), con buona pace dei sindacati tedeschi. Anche l’Ucraina, altra “partner strategica”, con le sue innovazioni tecnologiche soprattutto in fatto di droni si rende “preziosa” per il settore industriale, tanto che ormai grandi gruppi come Rheinmetall tra gli altri, producono in loco, mentre gli ucraini vanno ad addestrare i tedeschi sulla nuova arte di condurre la guerra, e Zelenski sottolinea l’importanza dell’Ucraina per la Nato. Non sembra un caso che l’accordo di associazione Ue con l’Ucraina (visto che l’adesione appare lontana) sia caldeggiato proprio dal cancelliere Merz – vista l’esperienza della Germania nella creazione di Paesi satelliti, verrebbe da dire.
In questa triangolazione con Ucraina e Israele sembra profilarsi il consolidamento di un complesso militare-industriale che incide direttamente nella società tedesca con una militarizzazione a tutto campo e una forzata mobilitazione. Del tutto inquietante è il ruolo che l’esercito tedesco svolge con sempre più ingerenza nel sistema dell’istruzione. E se finora, con grande disappunto di ragazzi e ragazze che rifiutano di partecipare alle “guerre dei ricchi”, i militari erano sempre più spesso invitati o si autoinvitavano a fare lezione in classe, a Berlino l’assessora/ministra Katharina Günther-Wunsch (Cdu) per l’istruzione, giovani e famiglia ha addirittura siglato un accordo di collaborazione con i giovani ufficiali, così “formalizzando la già consolidata cooperazione esistente da anni” come si legge nel comunicato della Bundeswehr, l’esercito tedesco, come del resto è accaduto già in altri dieci Länder, a cui ne seguiranno altri. Parte della “formazione” offerta dall’esercito che abbisogna urgentemente nuove reclute difficilmente reperibili, saranno le lezioni sulla necessità di difendersi. La mobilitazione militarista non può fare a meno della costruzione ad arte di un nemico, sia esterno che interno: da una parte il “pericolo russo”, dall’altra l’antisemitismo, che assimilato all’antisionismo o anche alla solidarietà e all’attivismo per la causa palestinese, diventa uno strumento per combattere il dissenso. Non a caso le giovani generazioni così ostili alla leva e alla guerra sono fortemente sensibili nei confronti dei diritti del popolo palestinese.
Di pari passo con l’imbarbarimento di Israele, l’intensificarsi delle sue guerre espansionistiche e dei massacri di civili è aumentata anche la repressione interna alla Germania, le cui autorità non esitano ad applicare arbitrarie sanzioni Ue contro operatori dell’informazione come Hüseyin Dogru, cittadino tedesco di origine turca, impedendogli di lavorare e bloccando addirittura il conto bancario di sua madre, dopo le accuse del ministero degli esteri di fare “disinformazione”, oppure a revocare la cittadinanza appena acquisita ad un giovane palestinese che vive in Germania da più di trent’anni per un commento su Instagram. Intanto in celle di isolamento sono rinchiusi cinque attivisti provenienti da Germania, Irlanda, Spagna e Gran Bretagna, con un trattamento che i loro legali definiscono senza precedenti, condannato anche da Amnesty International. Il processo si svolge nella sala del tribunale di Stoccarda-Stammheim già riservata agli esponenti della RAF, dove sono stati introdotti in una gabbia di vetro separata senza possibilità di comunicazione con i loro avvocati. “I cinque di Ulm”, come vengono definiti, si erano introdotti nella sede tedesca di Ulm della Elbit, azienda miliare israeliana, riprendendosi in video e consegnandosi pacificamente alle forze dell’ordine dopo la loro azione che avrebbe causato danni materiali stimati in un milione di euro, con cui hanno voluto fare atto di sabotaggio contro il genocidio a Gaza. Tra i capi di imputazione figura “la formazione di associazione criminale”.
Intanto il partito di estrema destra AfD è nei sondaggi stabilmente in testa con un distacco record dal partito di governo Cdu/Csu di ben otto punti (29% contro 21%), col calo costante del gradimento per il governo Merz, su cui si susseguono voci di crisi da settimane.
Paola Giaculli