Si è parlato molto, a proposito della proposta di legge per la tassazione dei grandi patrimoni, di come questa possa andare a colpire il ceto medio e del fatto che chi accumula patrimoni anche consistenti ha già pagato le tasse sul reddito percepito. In questo articolo vogliamo mostrare che: la ricchezza – e i grandi patrimoni – sono in gran parte nelle mani di una minoranza, i più ricchi; la ricchezza, soprattutto per i più ricchi, viene in gran parte ereditata; il reddito consente una certa accumulazione solo se supera una certa soglia, molto alta; il reddito da capitale e da impresa è soggetto a tassazione ridotta. In sostanza, concentrarsi sulla tassazione dei grandi patrimoni è solo un modo per correggere una distorsione che privilegia solo chi dispone di certi redditi e in certe forme ed è quindi mossa da un principio di equità fiscale.
La ricchezza, la sua distribuzione e la sua origine
Secondo i dati pubblicati qualche giorno fa dalla Banca d’Italia (https://www.bancaditalia.it/media/notizia/conti-distributivi-sulla-ricchezza-delle-famiglie-italiane-statistiche-aggiornate-al-quarto-trimestre-del-2025/), «la distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il dieci per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2)».
La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto nel 2025 i 12.326 miliardi di euro, che equivale a circa 8,5 volte il reddito nazionale che il Paese produce in un anno. Di questa ricchezza, gli immobili rappresentano circa la metà del patrimonio, mentre il resto è detenuto sotto forma di ricchezza finanziaria. La ricchezza finanziaria (non immobiliare) complessiva delle famiglie italiane, quindi, supera oggi i 6.000 miliardi di euro. Questo capitale (risparmio) viene allocato in tre modalità:
- Liquidità (conti correnti e depositi): circa un terzo della ricchezza è parcheggiato sui conti. Nonostante gli importi elevati, la distribuzione è disomogenea: circa 4 italiani su 5 possiedono meno di 12.500 euro sul proprio conto, mentre solo una piccola percentuale supera i 250.000 euro.
- Azioni, Fondi e Gestioni Patrimoniali: rappresentano la fetta più cospicua degli investimenti attivi, spesso gestiti da intermediari e società di investimento private.
- Titoli di Stato e Obbligazioni: un’altra grande parte del risparmio viene veicolata per finanziare il debito pubblico o le aziende.
La distribuzione della ricchezza per fasce.
Secondo i dati distributivi di Bankitalia, il 10% più ricco delle famiglie detiene oltre il 60% della ricchezza netta totale, ovvero circa 7mila miliardi di euro, mentre la metà più povera ne detiene solo il 7,2%, pari a 822 miliardi di euro. La fascia più ricca possiede una ricchezza in forma soprattutto finanziaria, che rappresenta la quota maggioritaria del patrimonio, possiede la stragrande maggioranza delle azioni, delle quote societarie, dei fondi comuni e delle polizze finanziarie del Paese. Ma possiede anche ricchezza immobiliare, immobili di grandissimo pregio, seconde e terze case. Tuttavia, il valore del “mattone” pesa in percentuale molto meno sul loro patrimonio totale rispetto a quanto pesi per le classi di reddito inferiori.
Più in particolare, l’1% più ricco della popolazione detiene circa il 24,3% della ricchezza nazionale netta complessiva, un valore stimato in poco più di 2.750 miliardi di euro. Quante sono le persone con patrimonio superiore a 2 milioni di euro? Incrociando i dati sui detentori di grandi patrimoni (HNWI), pubblicati dal Global Wealth Report, e le ripartizioni della ricchezza mobiliare e immobiliare, viene stimato che gli individui con una ricchezza netta superiore a 2 milioni di euro in Italia siano tra i 180.000 e i 200.000. Questo gruppo si inserisce tra i 472.000 milionari base (con patrimonio maggiore di 1 milione di euro) e gli 88.000 “super ricchi” (patrimonio maggiore di 5 milioni di euro). Se guardiamo alle famiglie, invece che agli individui (considerando la casa co-intestata e i risparmi complessivi del nucleo), le cose cambiano. Secondo i dati distributivi, il top 5% delle famiglie italiane (pari a circa 1,2 milioni di nuclei familiari) gestisce una ricchezza netta individuale di ingresso o media ampiamente superiore alla soglia dei 2 milioni di euro, attestandosi su una media di circa 3,5 milioni di euro per nucleo.
Il 40% centrale – ovvero la classe media – detiene circa il 33% della ricchezza totale del Paese (ovvero 3.600 miliardi). La ricchezza immobiliare costituisce ben oltre il 70% del loro intero patrimonio. La ricchezza della classe media è quasi interamente concentrata nella casa di proprietà. La ricchezza finanziaria è ridotta e fortemente conservativa: si limita quasi esclusivamente al denaro sul conto corrente (liquidità), a quote di TFR, a piccoli Buoni Postali o a Titoli di Stato (BTP). Il 50% Inferiore della distribuzione, infine, ovvero la fascia a basso reddito – la metà della popolazione italiana – detiene appena il 7,2% della ricchezza nazionale complessiva. La sua ricchezza immobiliare è molto bassa. Molti componenti di questa fascia vivono in affitto. Chi possiede una casa, ha spesso un patrimonio immobiliare di modesto valore commerciale e gravato da un mutuo significativo. La ricchezza finanziaria, per questa fascia, è pressoché inesistente. Il portafoglio finanziario è composto solo dal conto corrente tecnico usato per accreditare lo stipendio o la pensione, spesso con saldi minimi o vicini allo zero.
Il patrimonio medio individuale, per il 10% più ricco, è di circa 1.165.000 euro a persona, per la fascia media (40%) di circa 154.800 euro a persona e per la fascia più povera (50%) di circa 27.700 euro a persona. Poiché i patrimoni (come le case) sono spesso condivisi, l’analisi di Bankitalia si concentra sui nuclei familiari: la media generale è di 453.000 euro per famiglia. Il 10% più ricco ha un patrimonio di circa 2.745.180 euro per famiglia; la fascia media (40%) di circa 364.665 euro per famiglia e la fascia più povera (50%): circa 65.232 euro per famiglia.
In conclusione, concentrarsi sui patrimoni superiori ai 2 milioni, quindi, vuol dire concentrarsi solo sui più ricchi e non certo sulla classe media.
Quanta parte della ricchezza è ereditata?
Ora, la domanda che sorge è: come viene acquisita la ricchezza dalle famiglie e dagli individui? I dati indicano che ogni anno viene trasferita per via ereditaria una quota di ricchezza equivalente a circa il 14% del reddito nazionale (240-243 miliardi di euro). A livello globale, i patrimoni ereditati rappresentano circa il 36% della ricchezza posseduta, mentre in Italia questa percentuale sale fino al 63%. Per il 90% della popolazione – nelle fasce medie e basse – il patrimonio è invece costituito prevalentemente dalla prima casa (che da sola rappresenta più della metà della ricchezza nazionale) e dai risparmi di una vita. Di conseguenza, la componente self-made (lavoro, risparmi, investimenti) ha un peso relativo molto più alto nella formazione della ricchezza quotidiana che per i milionari.
Per l’1% più ricco, una quota tra il 60 e il 64% della ricchezza è ereditata, che è una quota enorme. Per i miliardari e i titolari di patrimoni immensi, quindi, quasi i due terzi della ricchezza derivano da passaggi generazionali e dinastie industriali o immobiliari. Per il 10% più ricco, invece, circa il 45-50% della ricchezza è ereditata. Questi beneficiano di lasciti strutturati (es. seconde e terze case, portafogli azionari corposi) che consolidano la loro posizione di vantaggio economico. Per la fascia media di proprietari (il 40% più ricco, ad esclusione del 10% al top), circa il 30-35% della ricchezza è ereditata, dove la componente ricevuta in eredità è legata quasi unicamente alla casa di famiglia (spesso divisa tra più fratelli) o a piccoli risparmi liquidi. Il 50% più povero, non ha quasi nessun patrimonio e riceve eredità nulle o insignificanti, quando non addirittura debiti, basando la propria minima ricchezza solo sul lavoro quotidiano.
Il patrimonio medio per famiglia si aggira sui 351.000 euro per nucleo familiare (inclusi gli immobili), con una concentrazione che cresce e raggiunge il picco nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni. Come sottolinea il rapporto della Banca d’Italia citato, la quota di patrimonio ereditato presente all’interno del portafoglio di una famiglia cresce progressivamente con l’aumentare dell’età del capofamiglia. Per i giovani under 35, circa il 10% del loro patrimonio è ereditato. I giovani ereditano pochissimo dai genitori perché l’allungamento della vita media fa sì che i decessi dei familiari avvengano quando i figli sono già adulti o maturi. Le uniche eccezioni sono le donazioni in vita dei nonni o l’aiuto per l’anticipo della casa. Per gli adulti di 35-64 anni di età, tra il 25% e il 35% del patrimonio viene da eredità. Inizia la fase dei primi grandi passaggi generazionali e il patrimonio ereditato si somma a quello che il lavoratore sta attivamente accumulando con la carriera. Per gli over 65, oltre il 50% del patrimonio è ereditato. Più della metà della ricchezza detenuta dagli anziani in Italia è frutto delle eredità accumulate nel corso dell’intera vita (ricevute a loro volta dai genitori decenni prima) e della successiva rivalutazione degli immobili.
Nei prossimi 20 anni – per un semplice effetto demografico – assisteremo a un colossale passaggio di ricchezza pari a circa 6.000 miliardi di euro dagli anziani ai più giovani. Tuttavia, poiché le famiglie italiane fanno sempre meno figli, questa enorme massa di denaro si concentrerà in sempre meno mani, rendendo le origini familiari (e non il merito o il lavoro svolto durante la vita) il fattore decisivo per stabilire chi sarà ricco e chi no.
Gli immobili e i loro possessori
In Italia vi sono circa 26 milioni di cittadini proprietari di immobili. Incrociando i dati storici del report biennale Gli immobili in Italia (curato dall’Agenzia delle Entrate e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) e i dati sull’obbligo di registrazione telematica dei contratti, si stima che gli individui (persone fisiche) che possiedono più di 10 unità immobiliari siano tra i 150 e i 200mila. Le unità immobiliari sono le abitazioni e le loro pertinenze. La soglia dei 10 immobili è un parametro fiscale rigidamente monitorato dall’Agenzia delle Entrate. Per legge, infatti, tutti i contribuenti che possiedono almeno 10 unità immobiliari (comprese le pertinenze come box e cantine) hanno l’obbligo assoluto di registrare i contratti di locazione esclusivamente in via telematica, non potendo più recarsi fisicamente agli sportelli territoriali.
Sebbene l’Italia sia storicamente un Paese di piccoli proprietari (circa l’80% delle famiglie vive in una casa di proprietà), la distribuzione del valore è fortemente sbilanciata: il 5% dei proprietari immobiliari più ricchi (all’interno del quale si collocano i possessori di oltre 10 unità) detiene da solo un quarto (25%) dell’intero valore monetario del patrimonio residenziale italiano. Al contrario, il 50% dei proprietari più poveri possiede complessivamente solo il 18,7% del valore immobiliare totale, concentrato in case di modesto valore in periferie o piccoli comuni. Inoltre, una quota rilevante dei “grandissimi” patrimoni immobiliari (complessi di decine o centinaia di appartamenti) non risulta intestata direttamente a singoli individui, bensì a persone giuridiche (società immobiliari di gestione, fondi o holding familiari). Questa strategia viene adottata per ottimizzare la tassazione sui redditi da locazione ed efficientare la futura tassa di successione.
Se restringiamo il campo alle sole abitazioni (escludendo quindi dal conteggio le pertinenze come box auto, cantine, soffitte o i negozi), il numero di individui (persone fisiche) che possiedono più di 10 case in Italia scende drasticamente a circa 30.000 – 40.000 soggetti. Questa nicchia rappresenta una percentuale infinitesimale, pari a circa lo 0,15% dei quasi 26 milioni di cittadini italiani proprietari di immobili.
Quante sono le persone che possiedono più di due immobili?
In Italia, le persone fisiche che possiedono più di 2 abitazioni (ovvero da 3 case in su, escludendo box, cantine o negozi) sono circa 1,2 milioni. Questo gruppo rappresenta poco meno del 5% dei circa 26 milioni di cittadini italiani che hanno almeno un immobile residenziale intestato.
Incrociando i dati strutturali estratti dalle Statistiche Catastali pubblicate dall’Agenzia delle Entrate e dai rapporti sul patrimonio immobiliare del Ministero dell’Economia e delle Finanze, la distribuzione si articola in questo modo:
- Proprietari di 1 sola casa (circa il 76%): sono la stragrande maggioranza della popolazione e possiedono solo l’abitazione principale in cui risiedono.
- Proprietari di 2 case (circa il 19%): sono circa 5 milioni di persone. In questa fascia si collocano le famiglie che possiedono la casa di residenza e una seconda casa (es. l’appartamento ereditato in provincia, la casa al mare o in montagna).
- Proprietari di più di 2 case (circa il 5%): sono il milione e duecentomila soggetti citati sopra. Questo gruppo detiene quote importanti del patrimonio immobiliare nazionale “a disposizione” (ovvero case non utilizzate come abitazione principale, spesso destinate all’affitto a lungo termine o agli affitti brevi).
Chi sono i possessori di 3 o più abitazioni? All’interno di questo milione abbondante di multiproprietari si distinguono principalmente tre profili:
- Gli eredi di patrimoni frazionati: è il caso classico in Italia. A causa della successione e della denatalità, molti cittadini si trovano a ereditare quote o intere abitazioni dai genitori e dai nonni, accumulando così 3 o 4 unità nel corso della vita senza averle necessariamente acquistate sul mercato.
- I piccoli e medi investitori immobiliari: soggetti che utilizzano il “mattone” come forma di investimento alternativo ai mercati finanziari, acquistando piccoli appartamenti (es. monolocali o bilocali in città universitarie) per metterli a rendita.
- I grandi proprietari storici: una piccolissima quota di questa fascia (circa 30.000 – 40.000 persone) che possiede portafogli molto estesi, superiori alle 10 abitazioni a testa.
Quante sono le persone con immobili superiori a 2 milioni di euro (di valore commerciale)?
Incrociando i dati strutturali forniti dall’Agenzia delle Entrate (tramite l’Osservatorio del Mercato Immobiliare) e i rapporti sulla ricchezza di Banca d’Italia e istituti internazionali (come il Global Wealth Report), si stima che gli individui (persone fisiche) in Italia che possiedono più di 2 abitazioni con un valore complessivo o individuale superiore a 2 milioni di euro siano circa tra 15.000 e 20.000.
Questa nicchia rappresenta lo 0,07% della platea totale dei proprietari di immobili in Italia ed è una frazione molto specifica del top 1% dei più ricchi del Paese.
Per comprendere la composizione di questo dato, occorre distinguere due casi:
- Consideriamo più di 2 case con valore del “singolo immobile” superiore a 2 milioni ciascuno. Se la soglia dei 2 milioni di euro si applica a ogni singola abitazione posseduta dal soggetto (quindi un individuo che possiede almeno 3 case e ciascuna vale individualmente più di 2 milioni), i numeri sono estremamente ridotti: parliamo di circa 3.000 – 5.000 individui in tutta Italia (si tratta dei proprietari di veri e propri immobili di lusso (ville di pregio in Sardegna, sul Lago di Como, attici nei centri storici di Milano o Roma o palazzi storici a Firenze o Venezia). Spesso, chi possiede patrimoni immobiliari di questo calibro (dal valore d’impatto di oltre 6-10 milioni di euro totali in sole abitazioni) tende a non intestarli a se stesso come persona fisica, ma preferisce schermarli e gestirli tramite società immobiliari di gestione, holding o trust familiari per ragioni di ottimizzazione fiscale e di imposta di successione.
- Consideriamo più di 2 case con un “valore complessivo” del portafoglio superiore a 2 milioni. Se consideriamo individui che possiedono da 3 case in su e la cui somma dei valori commerciali supera i 2 milioni di euro, la platea si allarga alla stima iniziale di 15.000 – 20.000 persone: in questa fascia rientrano soggetti che possiedono ad esempio un’abitazione principale di ottimo livello in una grande città (valore 1 milione di euro) e due buone seconde case in località turistiche rinomate o appartamenti da investimento locati (del valore di 500.000 euro ciascuno). Questo gruppo coincide quasi perfettamente con il segmento dei cosiddetti Very-HNWI (Very High Net Worth Individuals), ovvero gli italiani che hanno un patrimonio netto personale complessivo superiore ai 5 milioni di euro (circa 88.000 persone in Italia), all’interno dei quali la componente immobiliare rappresenta storicamente una quota pesante ma non esclusiva della propria ricchezza.
Il reddito.
Guardiamo ora al reddito e a come questo possa incidere sull’accumulazione di ricchezza. L’IRPEF è l’imposta sul reddito delle persone fisiche secondo il reddito dichiarato. In base agli ultimi dati ufficiali diffusi dal Dipartimento delle Finanze del MEF, in Italia vi sono 42.837.963 contribuenti. Di questi, il numero complessivo di contribuenti dichiaranti un reddito nel 2025 relativo all’anno d’imposta 2024 è stato pari a 41.691.785, distribuiti secondo fasce di reddito nel modo seguente:
| Fasce di reddito (euro annui) | Contribuenti (migliaia) | Percentuale sul totale | Reddito medio | Gettito IRPEF | Imposta media versata | Percentuale gettito versato sul totale | Imposta /reddito |
| < 15mila | 14,248 | 34.2% | € 7,103 | € 5,065 | € 355 | 2.6% | 5.0% |
| 15-26mila | 11,445 | 27.5% | € 20,749 | € 25,865 | € 2,260 | 13.1% | 10.9% |
| 26-55mila | 13,321 | 32.0% | € 34,904 | € 85,432 | € 6,413 | 43.3% | 18.4% |
| 55-75mila | 1,244 | 3.0% | € 63,456 | € 20,013 | € 16,088 | 10.1% | 25.4% |
| 75-100mila | 683 | 1.6% | € 85,770 | € 16,418 | € 24,038 | 8.3% | 28.0% |
| > 100mila | 751 | 1.8% | € 179,977 | € 44,601 | € 59,389 | 22.6% | 33.0% |
| Totale | 41,692 | 100.0% | € 25,816 | € 197,394 | € 4,735 | 100.0% | 18.3% |
Nel 2025 il gettito IRPEF totale ha raggiunto 197,4 miliardi di euro, mentre l’addizionale IRPEF regionale ha generato 16,2 miliardi di euro. Circa la metà dei contribuenti è risultata esente, con imposta netta versata pari a zero o negativa, per effetto delle detrazioni, che assommano a 79,3 miliardi (a beneficio soprattutto delle tre fasce di reddito più basse). La distribuzione per fasce di reddito pubblicate dal MEF evidenzia che:
- Nella fascia fino a 15mila euro rientra il 34.2% dei contribuenti, ma l’apporto al gettito totale è ridotto (2.6%) a causa della “no tax area” e dell’applicazione di ampie detrazioni d’imposta (un quinto del reddito complessivo). L’ammontare del reddito dichiarato – appena 101,2 miliardi di euro per 14,2 milioni di contribuenti – risente dei redditi molto bassi legati a lavori stagionali, contratti part-time e pensioni minime (il 26.1% dei redditi da pensione totali).
- Nella fascia 15-26mila euro rientra il 27.5% dei dichiaranti – la seconda categoria per ampiezza, con un reddito totale di 237,5 miliardi di euro – per un gettito pari al 13.1% del totale. È questa una fascia sostenuta dal nucleo principale dei lavoratori dipendenti stabili e operai (il 23.2% dei redditi da lavoro dipendenti totali e il 23% dei redditi da pensione), e usufruisce di sgravi e bonus fiscali progressivi.
- Nella fascia 26-55mila euro si trova il 32% dei dichiaranti, con un reddito di 465 miliardi (il 43.2% del totale) che contribuisce al 43.3% del gettito totale. Questa fascia rappresenta il principale motore fiscale del Paese e include la struttura portante del ceto medio (quadri, impiegati specializzati, docenti e professionisti), con il 46.3% dei redditi da lavoro dipendente e il 29.5% dei redditi da pensione.
- Nella fascia 55-75mila euro rientra appena il 3% dei dichiaranti, con un reddito totale di 78,9 miliardi di euro e un apporto al gettito totale pari all’10.1%.
- La fascia 75-100mila euro include l’1.2% dei dichiaranti, un reddito totale di 58,6 miliardi e l’8.3% del gettito totale.
- La fascia di contribuenti con redditi superiori a 100mila euro rappresenta l’1.8% dei dichiaranti, con un reddito totale di 135,1 miliardi, e contribuisce al 22.6% del gettito totale. I cosiddetti top earners finanziano da soli meno di un quarto dell’intera IRPEF nazionale.
In sostanza, i dati mostrano che il reddito nazionale è fortemente polarizzato: le fasce medio-bassa e media (tra 15.000 e 55.000 euro) contribuiscono da sole al 65.3% dell’intero reddito dichiarato ai fini IRPEF. La stragrande maggioranza dei loro redditi (il 92%) deriva direttamente da redditi da lavoro dipendente e da pensioni.
Pertanto, le fasce basse (fino a 26.000 euro) comprendono circa il 67% dei dichiaranti, ma coprono meno il 15.6% del gettito totale. Al contrario, i contribuenti che dichiarano più di 55.000 euro costituiscono il 5.4% della platea complessiva, ma versano il 41% di tutta l’IRPEF incassata dallo Stato. L’imposta è certamente progressiva – il rapporto tra imposta versata e reddito medio per ogni fascia cresce infatti dal 5.0% della prima fascia al 10.9% della seconda, dal 18.4% della terza al 25.4% della quarta e dal 28.0% della quinta al 33.0% della sesta – ma denota un forse eccessivo carico fiscale sulla classe media di contribuenti (26-55mila euro).
Il reddito da lavoro dipendente rappresenta la quota principale dell’imposta. I redditi da lavoro dipendente (pubblico e privato), infatti, costituiscono circa il 54.8% dei redditi dichiarati, con una media per contribuente di € 24.011, e generano oltre il 60% del gettito complessivo IRPEF. Il reddito da pensione è la seconda componente fondamentale e incide per circa il 30.2% sul totale dei redditi dichiarati. I pensionati, che hanno un reddito medio di € 22.390, contribuiscono a circa il 22-24% del gettito totale. Nonostante la progressività delle aliquote, il prelievo medio è calmierato da una forte concentrazione di trattamenti nelle fasce medio-basse con relative detrazioni di importo variabile.
I lavoratori autonomi in regime ordinario e i professionisti – il cui reddito ammonta al 6.7% del reddito complessivo – contribuiscono a circa il 5,7% del gettito totale. Sebbene l’imposta media versata dal singolo lavoratore autonomo in regime ordinario sia statisticamente più elevata – superando i 10.000 euro annui, dato un reddito medio di € 67.510 per i professionisti ordinari e di € 28.550 per gli imprenditori titolari di ditte individuali – la platea che rientra nel calcolo dell’IRPEF progressiva è limitata. Moltissimi professionisti con Partita IVA, infatti, non pagano l’IRPEF ordinaria, preferendo adottare il Regime Forfettario, soggetto a un’imposta sostitutiva fissa del 5% o del 15% che non confluisce nel gettito IRPEF. I contribuenti in regime forfettario hanno raggiunto nel 2025 la quota record di circa 2 milioni (più della metà delle partite IVA individuali totali in Italia adotta oggi questo regime agevolato). Pur rappresentando la maggioranza numerica dei lavoratori indipendenti, i forfettari dichiarano complessivamente il 31,6% del totale dei redditi attribuiti all’intera platea delle partite IVA. Il gettito derivante dall’imposta sostitutiva dei forfettari si attesta attorno a una base imponibile complessiva stimata intorno ai 23-25 miliardi di euro. L’imposta netta totale versata allo Stato da questa specifica platea sfiora i 3,2 miliardi di euro, considerando che una fetta importante di contribuenti (le nuove attività under 35 o le nuove startup) versa l’aliquota ridotta al 5% anziché quella ordinaria al 15%.
I redditi da impresa ai fini IRPEF (imprenditori individuali e soci di società di persone in contabilità ordinaria o semplificata) – 168,2 miliardi per 5,6 milioni di percettori, corrispondenti ad una media di € 45.500 – contribuiscono per circa il 4-5% al gettito totale. Questa quota fa riferimento esclusivamente alle persone fisiche e alle piccole attività (ditte individuali o società di persone), in quanto le grandi società di capitali (S.p.A. e S.r.l.) non pagano l’IRPEF, ma sono soggette all’IRES (Imposta sul reddito delle società) che prevede un’aliquota fissa del 24% applicata sull’utile aziendale. A questa si aggiunge poi l’IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive), che prevede un’aliquota ordinaria del 3.9% (che varia leggermente tra regioni) calcolata sul valore della produzione netta.
I redditi da capitale – interessi, dividendi e rendite finanziarie – incidono per una quota inferiore all’1% del gettito IRPEF complessivo. Il motivo è normativo: la stragrande maggioranza delle rendite finanziarie in Italia non concorre alla formazione del reddito imponibile IRPEF. Essa viene infatti tassata a monte tramite regimi sostitutivi della cedolare secca (ritenuta alla fonte a titolo d’imposta in genere pari al 26%, o al 12,5% per i Titoli di Stato). Di conseguenza, solo una frazione minima e marginale di questi redditi viene dichiarata nei quadri IRPEF tradizionali.
Le entrate tributarie complessive
Nel 2025, le entrate totali dello Stato italiano sono ammontate a 622.132 milioni di euro, di cui 351.958 da imposte dirette e 270.175 da imposte indirette. Tra le imposte dirette, il gettito IRPEF è stato pari a 231.301 milioni (di cui 96.745 da dipendenti privati, 93.723 da dipendenti pubblici, 14.992 da redditi da lavoro autonomo, 4.035 milioni da altre ritenute e 21.806 milioni da versamenti in autoliquidazione). L’IRES è stata pari a 60.085 milioni. Dall’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nonché dalle ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale sono affluiti 21.055 milioni di euro, mentre l’imposta sostitutiva sui redditi da capitale e sulle plusvalenze ha dato luogo a un gettito pari a 6.581 milioni, laddove il gettito affluito all’imposta sostitutiva sul valore dell’attivo dei fondi pensione ha generato 1.510 milioni. In totale, quindi, sono entrati oltre 28 miliardi sui redditi da capitale nel loro complesso.
Le entrate IVA sono risultate pari a 186.809 milioni di euro. Il gettito delle imposte sulle transazioni ha superato i 20 miliardi, cui si sono aggiunti 8 miliardi di gettito di imposte varie (assicurazioni, canoni, concessioni governative, tasse automobilistiche), mentre le accise hanno dato luogo a un gettito di più di 21 miliardi di euro. Infine, le imposte su giochi e tabacchi hanno dato luogo a un gettito a oltre 18 miliardi, mentre l’imposta su successioni e donazioni ha generato entrate per 1.081 milioni di euro.
Il carico fiscale dei ricchi
Come visto sopra, in Italia i “paperoni” con un reddito dichiarato superiore ai 100mila euro annui sono 751mila di cui 601.622 con un reddito tra 100 e 200mila euro (l’1.4% del totale), 90.098 con un reddito tra 200 e 300mila euro (lo 0.21%) e 58.939 con un reddito superiore a 300mila euro (lo 0.14%). Ora, è vero che questi contribuenti sono quelli che versano la quota maggiore di tasse, ma sono anche quelli che hanno il reddito disponibile più alto e che godono di redditi da impresa o da capitale che non sono soggetti a imponibile IRPEF e hanno aliquote forfettarie decisamente più basse.
Ma qual è effettivamente il reddito di cui possono disporre i ricchi del Paese? Con i dati che abbiamo, possiamo stimarne il reddito netto disponibile sottraendo le imposte e i contributi versati dal reddito lordo complessivo dichiarato, ovvero l’imposta totale– inclusiva dell’addizionale regionale e comunale, al netto delle detrazioni – e i contributi pensionistici INPS. Questi, per i redditi da lavoro dipendente sono pari al 33% del reddito lordo totale, ma solo per il 9.19% a carico del percettore del reddito; per i redditi da lavoro autonomo dei liberi professionisti sono invece pari al 26.07%; per i redditi da lavoro autonomo di artigiani e commercianti fino a € 56.224 sono pari al 24% per gli artigiani e al 24.48% per i commercianti mentre per i redditi superiori a € 56.224 sono pari al 25% per gli artigiani e al 25.48% per i commercianti. Non disponendo dei dati in dettaglio, per ottenere una stima aggregata dei contributi versati nelle tre fasce possiamo utilizzare una media del 25.5% per tutti i redditi da lavoro autonomo.
Il reddito medio lordo è di € 131.909 per la prima fascia, € 238.524 per la seconda e € 238.975. Ora, considerato il numero di percettori di reddito da lavoro dipendente e da lavoro autonomo nelle tre fasce (e il relativo ammontare di reddito), possiamo stimare il totale dei contributi INPS versati, nonché l’imposta totale versata per ciascuna fascia e calcolare così il reddito medio netto. I totali sono riportati nelle tabelle sotto.
| Fasce reddito | Numero contribuenti | Reddito complessivo | Reddito medio lordo | Imposta netta totale versata | Numero lavoratori dipendenti | Reddito da lavoro dipendente |
| 100-200mila | 601.622 | € 79.359.541 | € 131.909 | € 26.245.407 | 367.899 | € 33.856.656 |
| 200-300mila | 90.098 | € 21.490.502 | € 238.524 | € 7.844.357 | 52.976 | € 8.956.516 |
| oltre 300mila | 58.939 | € 34.313.406 | € 582.185 | € 14.027.852 | 34.642 | € 16.444.781 |
| Fasce reddito | Numero lavoratori autonomi | Reddito da lavoro autonomo | Contributo INPS Lav. Dip. versato | Contributo INPS Lav. Aut. Versato | Reddito totale netto di contributi e imposte | Reddito medio netto disponibile |
| 100-200mila | 293.456 | € 27.061.294 | € 3.111.427 | € 6.900.630 | € 43.102.077 | € 71.643 |
| 200-300mila | 51.764 | € 8.863.796 | € 823.104 | € 2.260.268 | € 10.562.773 | € 117.236 |
| oltre 300mila | 34.419 | € 13.275.614 | € 1.511.275 | € 3.385.282 | € 15.388.997 | € 261.100 |
Il reddito medio netto stimato è quindi di € 71.643 per la prima fascia, € 117.236 per la seconda e € 261.100 per la terza, il che equivale ad uno stipendio mensile di quasi 6mila euro per la prima fascia, di circa 9.800 per la seconda e di quasi 22mila euro per la terza. Chi ha un reddito di più di 100mila euro lordi l’anno può dunque avere una disponibilità mensile tale da consentire un certo risparmio ed è chiaro che è per queste fasce che la possibilità di risparmiare e investire è molto alta. E sono queste le fasce, infatti, che possono godere dei rendimenti dei capitali investiti.
Come si accumula un patrimonio?
Il patrimonio si può accumulare con il risparmio, “mettendo da parte” e investendo denaro con continuità. Se io risparmio e investo 50mila euro l’anno (500mila in dieci anni), il capitale finale, ai tassi correnti, potrà variare tra i 580mila (con un portafoglio obbligazionario prudente) e 770mila (con un portafoglio azionario aggressivo). In sostanza, quel capitale genera un reddito che può variare tra 80mila e 270mila euro in 10 anni. Ovvero, dopo dieci anni, se liquido il mio capitale, potrò godere di una somma extra ed è ciò che si chiama plusvalenza, che oggi è tassata al 26% (ma solo al momento del disinvestimento).
Se investo in titoli di Stato, i titoli decennali italiani offrono oggi un rendimento lordo annuo che si aggira intorno al 3,80-3,90%. Se investo in azioni, le opzioni sono varie. Un investimento azionario globale (come ad es. un ETF impostato sull’indice MSCI World), su un orizzonte decennale genera rendimenti medi che oscillano tra il 7% e il 10% annuo. Inoltre, a seconda del comparto scelto, vi sono fondi pensione negoziali che hanno registrato rendimenti cumulati decennali storici compresi tra l’11% e il 32% (circa l’1-3% annuo). Se si investe una somma a un tasso fisso, la crescita esponenziale su dieci anni è notevole. Ad esempio, investendo €10.000 con un rendimento medio annuo del 7%, dopo 10 anni il capitale diventa circa €19.671. Ovvero, 50mila euro, dopo dieci anni, ammontano a €98.355 (quasi il doppio).
Un investimento immobiliare, invece, rende un po’ meno. Il rendimento annuo lordo (affitto) si attesta in media tra il 4% e il 6% del capitale investito (in Italia). Il rendimento netto, però, scende solitamente al 3-4,5% annuo, a causa di IMU, spese condominiali straordinarie, cedolare secca/IRPEF e costi di agenzia. In 10 anni, un immobile che rende il 4% netto annuo genera un ritorno cumulato del 40% sull’investimento iniziale. C’è però da considerare la rivalutazione del capitale (prezzo dell’immobile). A differenza di strumenti finanziari come i BTP, il valore dell’immobile può fluttuare e subisce una fisiologica svalutazione per usura. Negli ultimi anni la rivalutazione è stata variabile: le grandi città e i centri storici hanno visto una crescita dei prezzi, mentre le aree periferiche o non centrali hanno registrato crescite minori o stasi. In dieci anni, la variazione di valore può oscillare storicamente dal -10% al +15%, a seconda delle dinamiche del mercato locale. C’è da aggiungere che se si rivende un immobile dopo cinque anni dall’acquisto non si pagano tasse. Un immobile acquistato per 200mila euro genera quindi 80mila euro netti in 10 anni. Se viene rivenduto a 220mila euro (il 10% in più) darà luogo a un capitale di 300mila euro netti non tassati.
Come si fa, dunque, ad accumulare un patrimonio? Per accumulare un milione di euro, bisogna disporre di un reddito che consenta un certo risparmio mensile. Come abbiamo visto sopra, vi sono in Italia almeno 751mila contribuenti che godono di uno stipendio mensile di almeno 6mila euro (72mila euro annui), dei quali sicuramente tra i 10 e i 15 mila possono essere messi da parte. Ai tassi di rendimento attuali, sfruttando un rendimento medio annuo realistico del 7% (tipico di un portafoglio diversificato in ETF azionari mondiali), con € 500 euro al mese ci vogliono 33 anni per accumulare un milione, con € 1.000 al mese ci vogliono circa 25 anni; con € 2.500 € al mese circa 16 anni.
È vero, però, che i guadagni accumulati vengono tassati al momento del riscatto e riducono l’importo finale netto. In Italia, il capitale che si versa – che sia in azioni o obbligazioni – inizialmente non viene tassato, ma si pagano tasse su tutti gli interessi e le plusvalenze generate nel tempo. Le tre tasse principali da considerare sono:
- L’imposta sostitutiva sulle plusvalenze (26%), che è la tassa principale sui guadagni. Se si investi in azioni, ETF o fondi, lo Stato trattiene il 26% del profitto netto quando si decide di vendere per incassare il milione. Se invece si investe in Titoli di Stato italiani ed equiparati (BTP, BOT, BFP e obbligazioni di enti pubblici) questa aliquota scende al 12,5%. Le forme di previdenza complementare (fondi pensione) hanno un’aliquota dell’11% (o dell’11.5%).
- L’imposta di bollo (0,20% annuo), che si applica ogni anno sul valore totale del portafoglio di investimenti. Questa tassa viene scalata regolarmente dal conto, riducendo leggermente l’effetto dell’interesse composto nel lungo periodo.
- La tassazione dei dividendi: se gli investimenti distribuiscono cedole o dividendi, questi subiscono la ritenuta del 26% immediatamente. Per questo motivo, per accumulare un milione è più efficiente usare strumenti ad accumulazione, che reinvestono i guadagni automaticamente senza pagare tasse fino alla vendita finale.
L’impatto reale è che se il portafoglio lordo arriva a € 1.000.000, la cifra netta che resta in mano sarà inferiore. Ad esempio, se di quel milione ben € 600.000 sono profitto generato dagli investimenti azionari, si dovrà pagare il 26% di tasse su quei € 600.000 (circa € 156.000 di tasse), intascando un netto di € 844.000. Per avere un milione netto in tasca usando strumenti azionari, l’obiettivo lordo da raggiungere deve essere di circa € 1.200.000, il che allunga i tempi di contribuzione di circa 2 o 3 anni rispetto ai calcoli precedenti.
In sostanza, se un giovane all’età di 25 anni può già godere di uno stipendio che gli consenta di risparmiare e investire € 2.500 euro al mese, in 20 anni avrà un patrimonio netto di un milione. Certo, questo è un giovane della classe alta, che ha un lavoro da dirigente o manager, parte di una ristretta minoranza. Un risparmio mensile di quell’entità corrisponde ad uno stipendio mensile minimo di € 10.000 euro (€ 120.000 euro netti annui, che equivale a più di € 200.000 lordi all’anno), il che evidentemente mostra che chi accumula patrimoni di una certa consistenza necessariamente appartiene alla fascia molto alta dei percettori di reddito.
Come appare chiaro, chi percepisce redditi da capitale gode poi di un regime di tassazione che è molto più favorevole di quello che grava sui redditi da lavoro dipendente o da pensione. E chi può permettersi di risparmiare parte del proprio reddito può così accedere a quel regime di tassazione.
Anche l’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) gode di un regime diverso e più conveniente. L’IRES è l’imposta proporzionale che grava sui redditi delle società di capitali ed enti commerciali. L’aliquota ordinaria è un’aliquota fissa del 24% e si applica all’utile netto d’impresa (ovvero, la base imponibile calcolata sottraendo ai ricavi i costi deducibili). Sono previste riduzioni agevolate: è possibile accedere a un’aliquota ridotta al 20% per le società che reinvestono gli utili e rispettano specifici parametri legati agli incrementi occupazionali e all’innovazione tecnologica. Il versamento avviene tramite acconto e saldo: l’acconto è dovuto nella misura del 100% dell’imposta dichiarata per l’anno precedente e si versa solitamente in due rate (a giugno/luglio e a novembre). Gli enti del Terzo Settore le Onlus seguono regole di determinazione del reddito specifiche.
Sia che si investa in strumenti finanziari o che si partecipi ad attività di impresa, quindi, si potrà godere di una tassazione che è inferiore a quella sui redditi da lavoro ai fini IRPEF. Che è anche la ragione per cui è improprio affermare che chi ha accumulato un patrimonio e ha un reddito da capitale «ha già pagato le tasse»: ne ha pagate una parte, non come chi gode solo id un reddito da lavoro.
Pier Giorgio Ardeni